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Fausto Mesolella e il "suo" jazz

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Pensando a tutte le influenze che lo hanno animato direi proprio che il jazz è il genere più popolare del mondo. Jazz vuole dire essere completamente liberi.
Con gli Avion Travel ha elaborato una delle ricette musicali più originali e riuscite, combinando la canzone italiana con grandi suggestioni mediterranee. Abituato a osservare differenze e discrasie fra generi come opportunità per arricchire di colori la sua tavolozza, Fausto Mesolella ha collaborato anche con Nada, Patrizia Laquidara, Gianmaria Testa e Samuele Bersani. Diversi progetti l'hanno visto sul palco insieme a Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Fabrizio Bosso. Attitudine e qualità che fanno di Mesolella un graditissimo ospite di "Osmosi".

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Fausto Mesolella: Sì, me lo ricordo bene. Ero a casa con degli amici. Sarà stato l'inizio degli anni Settanta, e ascoltavamo un disco di Charlie Parker.

AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

F.M.: Ricordo i primi dischi jazz che ho comprato. Furono quelli di un artista che sento molto vicino: Billy Cobham.

AAJ: Chi è il tuo artista preferito?

F.M.: Jimi Hendrix, per me è lui il più grande jazzista di ogni tempo, e poi vengono Miles Davis e Chet Baker.

AAJ: Se tu fossi stato un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto arte?

F.M.: Direi la "new thing" di John Coltrane, il free jazz.

AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?

F.M.: Nella libertà compositiva. Non a caso ho appena fatto riferimento al free jazz di Coltrane. Certo, una libertà poi ricondotta a un ordine proprio della forma canzone, a certi canoni.

AAJ: Come mai avete sentito l'esigenza di coinvolgere jazzisti nei vostri dischi? Cosa cercavate che non potevate trovare in un musicista "non jazz"?

F.M.: Gli Avion Travel hanno suonato con jazzisti come Rita Marcotulli, Furio Di Castri, Fabrizio Bosso nello spettacolo di tributo a Modugno, Uomini in Frac. Direi che si tratta di un incontro molto naturale. Siamo tutti musicisti e siamo amici: quando ci si incontra, semplicemente, viene spontaneo mettersi a suonare.

AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

F.M.: Bill Frisell mi piace molto. Naturalmente ti parlo da chitarrista!

AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos'è il jazz?». Tu cosa rispondi?

F.M.: Se fossi un maestro che deve spiegare cosa è il jazz a un suo alunno... io indicherei un albero di limoni, un albero che si trova proprio al di là della finestra della classe. E direi: «Ecco! Quello è il jazz».

AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di "popular"?

F.M.: Sì, credo lo sia ancora anche se è stato sottoposto a un percorso particolare, che lo ha fatto poi percepire come un genere elitario. Pensando a tutte le influenze e le correnti che lo hanno animato direi proprio che il jazz è il genere più popolare del mondo. Riprendo ancora il concetto di libertà che associo a questa musica: jazz vuole dire essere completamente liberi, quindi non è neppure soggetto a una "dittatura del popolo".

AAJ: Fra le tante ricadute del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?

F.M.: Ti rispondo citando quello che, a mio parere, è il punto di incontro più alto della musica jazz con la musica pop: Doo-Bopdi Miles Davis. Un album non a caso duramente criticato dai puristi. Invece, se proprio lo volete sapere, non sopporto quelle riletture in chiave jazz, magari di vecchie canzoni italiane anni Sessanta, che adesso vanno di moda. Quelle non mi piacciono.

AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

F.M.: Attivo: il mondo del jazzista è un mondo interiore. Quando suona detta regole senza preoccuparsi di seguire qualcuno o qualcosa.

AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po' curioso». Tu che odore senti?

F.M.: Ma Zappa era un genio, e io non lo sono! [ride, N.d.R.]. Secondo me, comunque, tutto succede se deve succedere, personalmente non sento il jazz come un genere morto. Se qualcuno poi percepisce un certo clima da funerale, beh, vuol dire che forse è dentro di lui che è morto qualcosa. È morto per chi lo sente morto.

AAJ: Il jazz salverà il mondo?

F.M.: Il mondo salverà il jazz.

Foto di Al Farese (la seconda)

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