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Dave Douglas & Brass Ecstasy
Casa del Jazz - Roma - 19.07.09
Il 19 luglio il parco della Casa del Jazz ha ospitato Dave Douglas alla testa della Brass Ecstasy, chiaro omaggio alla Brass Fantasy di Lester Bowie nel decennale della scomparsa.
Bowie muore l'8 novembre 1999 e con lui si chiude un'esperienza sotto molti versi unica. Trombettista del tutto peculiare e personale, membro storico dell'Art Ensemble of Chicago, con la Brass Fantasy fornì una rilettura contemporanea delle classiche brass band di New Orleans. Il nonetto, formato da ottoni e batteria, fu molto attivo negli anni '80, attirò virtuosi di ogni estrazione, e si può forse considerare l'organico più rappresentativo della mente musicale di Bowie: muovendosi fra l'avanguardia chicagoana, il funky anni Sessanta, il repertorio di Armstrong e il r&b, fu sintesi di una mente estroversa e ironica. La Brass Fantasy offrì un campionario per ottoni di quella Great Black Music che Bowie rappresentò assieme ai suoi compagni dell'Art Ensemble, dai quali si differenziò sempre per la maggior capacità comunicativa.
Padroneggiava poco il linguaggio jazz e in assolo la coerenza armonica non era certo il suo forte, a differenza di Don Cherry che conosceva a fondo il fraseggio bebop. Ha ragione John McNeill (in The Art of Jazz Trumpet) a dire che era molto più influenzato dal r&b che dal jazz. Amava "cantare" melodie come Blueberry Hill, cercare le profonde relazioni fra tromba e voce umana mediante sonorità inconsuete e beffarde.
La Brass Ecstasy di Douglas si è presentata forte di ben tre veterani del gruppo di Bowie (Luis Bonilla, Vincent Chancey e Marcus Rojas) e con arrangiamenti interessanti, che sapevano tenere conto dei limiti di un organico molto più sintetico: tre trombe e un trombone in meno rispetto alla Brass Fantasy. Rinunciando alla forza d'urto, Douglas ha puntato sul gioco polifonico e inserito elementi provenienti dalla sua formazione, in particolare quel gusto melodico klezmer che è un suo noto elemento caratterizzante.
Ha fallito, però, nel dare impatto emotivo e giocoso alla sua musica, troppo compassata e in punta di piedi, guidata dalla sua tromba con precisione, ma senza slancio e ironia. In fondo ci pare una caratteristica dei progetti di Douglas, mantenere sempre un tono intellettuale, arguto, meditativo o brillante, mai viscerale. La sua tromba non vuole superare il mezzo forte, come se avesse paura di qualcosa, forse di rompere una postura che ci pare il contrario di quel affondare a piene mani nella retorica della black music e che dava a Bowie la forza di superare i suoi molti limiti tecnici.
Così abbiamo attraversato il concerto, con piacere, interesse e attenzione, ma di rado vero coinvolgimento, non fosse stato per la potenza della sezione ritmica. Spiccava la prestazione eccezionale di Rojas alla tuba: dal ritmo binario di marcia New Orleans del primo brano, al funky in stile James Brown del secondo, arrivando all'effetto didgeridoo che apriva un lungo e articolato omaggio a Enrico Rava, il tubista ha dato l'anima a una musica altrimenti troppo pensata e poco sentita. Spesso ha trainato la Brass Ecstasy addirittura più di Nasheet Waits, batterista brillante, attento e fantasioso. Gli altri ottoni non hanno convinto come Rojas: Vincent Chancey al corno francese non è parso al meglio della forma, Luis Bonilla ha suonato bene, ma senza lasciare grossa traccia.
Forse è stato proprio il tributo a Rava il momento migliore della serata, l'unico che non ha proposto il pesante paragone con Bowie. Il brano aveva la forma di una minisuite, articolata in sezioni ben caratterizzate e sviluppate con logica attorno un tema principale, eseguito all'inizio dal solo Douglas sopra i pedali della tuba e chiaramente ispirato ai momenti più lirici e introspettivi del trombettista ialiano.
Interessante, ma anche simbolo dei limiti di Douglas, un breve omaggio a Fats Navarro: il brano montava con intelligenza frasi, pattern, frammenti tematici del grande trombettista bebop, strappava il sorriso di chi quella musica conosce, ma non emozionava. Il successivo alternarsi di assolo e tutti è apparso un po' schematico.
Un'ora e un quarto di musica e due bis, pubblico molto numeroso, soddisfatto, ma non entusiasta o almeno così ci è parso.
Foto di Marcella Savini
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