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Interview

Cristina Zavalloni: The Soul Factor

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In concomitanza di Umbria Jazz 14, fra le iniziative collaterali del festival grande rilievo è stato dato alla presentazione dell'ultima fatica discografica di Cristina Zavalloni, concepita in stretta collaborazione con Uri Caine. Per l'occasione erano presenti la stessa Zavalloni e i due produttori: Enzo Capua e Giandomenico Ciaramella. The Soul Factor, registrato in studio a New York nel dicembre 2013 ed edito dalla Jando Music, si regge su una formazione invidiabile: oltre ai due titolari, David Gilmore alla chitarra, Fima Ephron al basso elettrico e Gene Lake alla batteria; in alcuni brani si aggiungono i fiati di Ralph Alessi e Chris Speed.
Della genesi di questo disco, tanto imprevedibile quanto riuscito, abbiamo parlato con la cantante bolognese.

All About Jazz: Fino a un paio di anni fa avresti giurato che mai avresti potuto misurarti con il Soul americano. Chi e come è riuscito a farti cambiare idea?
Cristina Zavalloni: Davvero l'avrei giurato...? Tendo a dimenticare le cose piuttosto facilmente, quindi mi fido di te che mi conosci da tanto.
Beh, il responsabile c'è e risponde al nome di Enzo Capua. Mi ha proposto di realizzare un omaggio ad Aretha Franklin tempo fa, io ho rifiutato, lui è tornato all'attacco anno dopo anno con ammirevole tenacia nonostante le mie perplessità e quando si sono presentate le circostanze favorevoli -ovvero l'interessamento dell'etichetta Jando Music / Via Veneto Jazz -ha tentato l'affondo.
Ho accettato quando la faccenda ha preso una piega leggermente diversa, nella quale sentivo a quel punto di potermi riconoscere a pieno: da un omaggio all'inarrivabile Aretha, siamo approdati ad un disco di originali scritti ad hoc da me e da Uri Caine, il compagno scelto per questa avventura musicale. Il tutto ispirato alla figura di Aretha e al suono del Soul, di cui lei è regina incontrastata.

AAJ: Nel disco hai potuto contornarti dei partner ideali, ma mi preme soprattutto capire come si è svolta la collaborazione fra te e Uri Caine.
C. Z.:Collaboro da anni con Uri Caine: nel 2003 gli commissionai un brano per uno spettacolo su Cathy Berberian; da allora sono stata ospite di vari suoi lavori: su Schoenberg, sulle Lamentazioni di Geremiah ed altri su Wagner, Verdi, Strauss, che bollono ancora in pentola. Musica colta europea, insomma, un terreno che entrambi conosciamo, frequentiamo ed amiamo. Ma suonandoci insieme, durante i live e soprattutto durante i sound-check, quando ci si lascia andare in modo spensierato, ho imparato a conoscere anche la sua vena forse più autentica: quella di un ragazzo di Filadelfia cresciuto suonando fra l'altro l'organo, per accompagnare i cori Gospel e la madre che cantava appunto il repertorio di Aretha Franklin. Come mi disse una volta lui stesso: "nessuno lo sa, ma la mia prima musica è il Soul."
Ecco perché ho pensato a lui. Questa musica è roba sua, ho potuto fidarmi e divertirmi, sapendo che lui mi avrebbe fatto da Cicerone in quel mondo. Il modus operandi lo abbiamo trovato via via: lui ha cominciato mandandomi decine di sketches, frammenti realizzati al computer, per capire in che direzione muoversi. Io sceglievo, lui elaborava, rimandava e ne aggiungeva altri. Alcuni erano già delle vere e proprie canzoni ("For You"), altri dei semplici groove tutti da inventare ("A Day in Zory"), altri dei giri armonici su cui io ho composto la melodia ("Aretha Song"), eccetera.
In tutti i casi, è stata la scrittura dei testi, a cui mi sono dedicata con immenso piacere, a determinare il carattere dei brani e la loro struttura. Uri si è dedicato agli arrangiamenti, ha scelto i musicisti da coinvolgere dopo aver ragionato con me sugli strumenti che ci interessava avere, ed ha realizzato le parti per tutti. Poi, una volta in studio, abbiamo rimesso le mani insieme su ciascun pezzo, perché vestisse al meglio la voce. Si è trattato insomma di un vero lavoro a quattro mani.

AAJ: La cosa straordinaria è che, esclusa la reinterpretazione di "A Natural Woman" come omaggio ad Aretha Franklin, si tratta appunto di nuovi brani scritti appositamente, che però suonano come gli originali degli anni Settanta; per di più con una grande varietà, quasi un campionario, di arrangiamenti e di inflessioni interpretative che rimandano al passato.
C. Z.: "A Natural Woman" è un brano che mi piace moltissimo ed ho insistito per essere io ad arrangiarlo, proprio per renderlo come un abito su misura. Per il resto, la mia generazione è nata negli anni Settanta in un paese (il nostro) che dopo la seconda guerra mondiale è stato come sappiamo profondamente colonizzato dagli Stati Uniti e da quella cultura. "We Are Family" delle Sister Sledge, Diana Ross & The Supremes, le hit della Motown, di Steve Wonder, "Respect" di Aretha Franklin...: questo universo sonoro ha popolato la nostra gioventù. Magari è musica che abbiamo registrato in modo passivo, ma ha comunque finito per appartenerci. Credo che la naturalezza con cui mi sono mossa in questo disco provenga da lì; su quella si innesta poi la sensibilità individuale: i gusti, le predilezioni, gli amori per uno stile o per un altro. In altre parole, come sempre, nulla si crea e nulla si distrugge.

AAJ: Perfino i coretti sono sovraincisi da te; l'hai fatto per risparmiare tempo, oppure preferivi fare tutto in prima persona, anziché richiedere il contributo di professioniste americane?
C. Z.: Alt, io le coriste le volevo eccome! Ma non americane: italianissime. Avrei dovuto avere accanto due colleghe/amiche/super cantanti per completare la parte vocale, ma i tempi e le modalità della produzione non l'hanno consentito. Per carità: sovraincidermi e armonizzarmi mi diverte molto, è il tipo di cosa che ho imparato a fare da piccola con mio papà. Questa facilità deve avere galvanizzato i due produttori che, dopo avermi sentita doppiare un paio di voci durante l'ultimo giorno di studio a New York, hanno insistito perché registrassi io lì per lì tutti i cori.

AAJ: Si tratta di un disco che ha potenzialmente un mercato mondiale, ma molto dipenderà dalla promozione e dalla distribuzione. Hai idea di come intenda muoversi la Jando Music?
C. Z.: La bellezza di questa esperienza è che i ruoli sono chiari: io sono la cantante/musicista, Giandomenico Ciaramella—patron della Jando Music—è il produttore e come tale si muove. Questa domanda andrebbe quindi rivolta a lui, io so solo di essere in ottime mani.

AAJ: Da Monteverdi a Britten e Andriessen, dai duo con pianisti famosi al successo recente della Carmen con l'Orchestra di Piazza Vittoria, dalla Radar Band al Soul... e sempre con risultati superlativi. A parte le doti vocali, come si spiega questo tuo camaleontismo musicale? Apertura mentale, educazione ricevuta, passione, curiosità, preparazione maniacale...?
C. Z.: Tu sei forse il critico che mi conosce meglio e da più tempo; mi hai seguita sin dagli esordi ed hai assistito a molte mie avventure musicali. Tante volte abbiamo affrontato insieme questo tema della versatilità, tante volte mi sono interrogata ed impegnata a dare risposte esaustive.
A questo punto della mia vita, approdata ai quarant'anni, io non so davvero più che dire a riguardo. Inizio a pensare che si tratti di pura casualità. E lo dice una che al caso non crede.

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