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Bill Frisell
Conservatorio "G. Verdi" - Torino - 18.03.2011
Chiusura di classe per questa edizione di Linguaggi Jazz, dipanatasi tra il 2010 e il 2011 con inedita (e benvenuta!) durata semestrale.
Tocca infatti a Bill Frisell, alla guida di un quartetto di soli strumenti a corda (con il violino di Carrie Rodriguez e le steel guitars di Greg Leisz unite al metronomico Viktor Krauss al contrabbasso), portare a conclusione la manifestazione, con un progetto dedicato al fotografo Michael Disfarmer, già documentato da un pregevole CD della Nonesuch uscito nel 2009.
Il lavoro guadagna molto in espressività rispetto alla registrazione, associando ai suoni le splendide immagini in bianco e nero, presentate ai due lati della scena - come figure intere o singoli dettagli tratti dalle stesse - con cui Mike Disfarmer raffigurava, tra gli anni '30 e '40, gli abitanti di Heber Springs, Arkansas.
La forza evocativa che paradossalmente si sprigiona dalla semplicità di uno sguardo tanto anonimo quanto indagatore, o delicatamente sottesa a un pettine che sporge dal taschino o dalle pieghe del vestito di una bambina vezzosa, ricevono dalle trame sonore intessute da Frisell e soci un contrappunto non meno raffinato.
La musica si integra alla componente visuale in termini non puramente decorativi, avvolgendo l'occhio in una prospettiva sospesa e indefinita non dissimile da quella verso cui si proietta lo sguardo delle persone fotografate: l'affinità non superficiale tra il percorso artistico del chitarrista e l'aura dell'America profonda si trasmette istantaneamente al pubblico, che in silenzio segue il dipanarsi e scomporsi dei temi, lungo un continuum che scorre fluido, per oltre un'ora e mezzo, in parallelo con le immagini.
I timbri luminosi della Telecaster di Frisell, raramente increspati da un parco uso della distorsione, si compenetrano ai sinuosi glissando che la vena inesauribile di Greg Leisz estrae dalle pedal e lap steel guitar.
I paesaggi visivo-sonori paiono uno stranito incrocio tra David Lynch e Wim Wenders, ricordano la chitarra di Ry Cooder, ma non trascurano neppure il country di Nashville e l'iteratività della migliore tradizione minimalista, generando un cortocircuito stilistico ed emozionale che irretisce i sensi senza assopirli.
Questo il segreto che tiene desta l'attenzione mentre si susseguono brani celebri - come "That's Alright, Mama," di Arthur Crudup (e grande successo elvisiano), o due classici di Hank Williams quali "Lovesick Blues" e "I'm So Lonesome I Could Cry" (quest'ultima cantata come bis da Carrie Rodriguez) - ad altri meno noti, in cui l'impasto perfetto degli ingredienti - tra bluegrass, country e folk - conferisce comunque la freschezza sempreverde degli standard.
Foto, di repertorio, di Dario Villa.
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