Anja Lechner all'Auditorium di Settimo Milanese

Paolo Peviani BY

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Auditorium
Settimo Milanese (MI)
21.10.2015

Salutiamo sempre con piacere la nascita di nuove iniziative musicali. In questo caso, Dancing on the Strings, rassegna dedicata agli strumenti a corda ideata da Antonio Ribatti (che organizza anche il festival Ah-Um Milano) e Gianni Barone (patron della Nau Records).

Il cartellone di questa prima edizione prevedeva tre concerti, tutti tenuti all'Auditorium di Settimo Milanese, che hanno costruito un percorso musicale assai variegato. Per usare le parole degli organizzatori, "al di là di ogni possibile confine di genere".

Ampio spazio è stato dedicato dedicato alle chitarre, con il Core Trio del chitarrista Roberto Cecchetto (Andrea Lombardini al basso elettrico e Phil Mer alla batteria) ed il quartetto del chitarrista Filippo Cosentino (Antonio Zambrini al pianoforte, Jesper Bodilsen al contrabbasso, Andrea Marcelli alla batteria). Ma il piatto forte della rassegna, di cui qui rendiamo conto, era rappresentato dal solo della violoncellista Anja Lechner.

Purtroppo una serie di coincidenze sfortunate (la presenza di Chick Corea al Blue Note, una serata in ricordo di Stefano Cerri all'Auditorium di via Valvassori Peroni), nonché la proverbiale riluttanza dei milanesi ad uscire dai confini cittadini (che alcuni restringono addirittura alla cerchia dei bastioni) hanno limitato l'affluenza di pubblico a poche decine di persone. Come si suol dire, gli assenti hanno sempre torto. Gli happy few presenti hanno potuto godere di un ottimo concerto, in un clima raccolto e attento.

La Lechner tiene spesso a precisare di essere una "musicista," e dunque di amare la (buona) musica senza porre barriere o steccati tra i diversi generi. Coerentemente, il programma della serata ha spaziato da Tobias Hume ai compositori contemporanei (Valentin Silvestrov , Giya Kancheli, Hooshyar Khayam, Gheorghi Arnaoudov ), passando attraverso il settecento tedesco (Johann Sebastian Bach e Karl Friedrich Abel), un omaggio all'Italia (Luciano Berio), l'Argentina popolare di Dino Saluzzi, con cui la violoncellista collabora da diversi anni.

Il tutto integrato da frammenti di improvvisazione, che hanno fatto oscillare il concerto tra il rigore tipico delle esecuzioni "colte" e la maggiore libertà -sia pur controllatissima -di un approccio jazzistico. Al netto di una sala dall'acustica molto secca, di cui nelle chiacchiere dopo concerto si è rammaricata la stessa Lechner, una serata a suo modo esemplare dell'estetica ECM, nella migliore accezione del termine.

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