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XVI Brda Contemporary Music Festival

XVI Brda Contemporary Music Festival

Courtesy Žiga Koritnik

Neri Pollastri By Neri Pollastri

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Brda Contemporary Music Festival
Sala Cinematografica Medana, Memoriale Gradnik e Zorzut
Medana, Slovenia
10-12 settembre 20246

Sedicesima edizione per il Brda Contemporary Music Festival, la rassegna voluta e diretta da Zlatko Kaućić sui colli sloveni adiacenti al nostro Collio e interamente dedicata alla musica improvvisata nelle sue forme più radicali. Apertasi nel tardo pomeriggio di giovedì 10 settembre, come ogni anno la manifestazione era articolata su tre giorni e includeva due workshop aperti a ogni tipo di musicista, uno strumentale e uno vocale, i concerti dei quali l'hanno poi chiusa verso la mezzanotte di sabato 12. In cartellone ben quindici concerti (includendo anche i due dell'inaugurazione pomeridiana che non possiamo documentare causa un viaggio flagellato da incessanti temporali, che non ci ha permesso di essere puntuali), senza eccezioni di grande interesse e altissima qualità, con numerosi momenti di eccellenza, grazie anche alla presenza di un numero particolarmente folto di veri e propri riferimenti per questo genere di musica.

La prima serata, iniziata alle 20,00, prevedeva tre trii pianoless piuttosto diversi tra loro. L'ha aperta quello italo-sloveno di Mirko Cisilino, tromba e trombone, Matjaž Bajc, contrabbasso, e Žiga Ipavec, batteria, formazione che ha sviluppato un discorso aperto, ricco di scarti e mai prevedibile, ma anche tangibilmente narrativo, con passaggi a loro modo lirici. Sempre su tempi medio lenti e con dinamiche espressivamente mutevoli, il trio aveva il suo fulcro in Bajc, dal suono nitido e potente, mentre da un lato Cisilino —eccellente e creativo con entrambi gli strumenti, ma con lui ormai si va sul sicuro —e dall'altro Ipavec —che affiancava alla batteria oggetti vari e fischietti —inventavano suoni e prendevano nuove direzioni. Un'apertura eccellente.

A seguire un'altra formazione italo-slovena, il Tripsi Trio, composto da Sandro Satta - Roberto Bellatalla - Fabrizio Spera alla chitarra, Yannis Maizan al sax tenore e Marko Lasic alla batteria. In questo caso è cresciuta l'intensità dinamica e il parossismo sonoro, grazie al drumming di Lasic, batterista molto preciso e vario, ma anche piuttosto aggressivo, agli slanci della chitarra di Fabrizio e, soprattutto, all'approccio di Maizan, dallo stile frammentario e scoppiettante, molto espressivo e poco narrativo, ma sempre leggibile e mai eccessivo. Ne è venuto fuori un set ben diverso dal precedente, compiuto e godibile.

A concludere al prima serata un'interessantissima formazione svedese capitanata dalla altosassofonista Anna Hogberg, affiancata dal contrabbassista Gus Loxbo e dal batterista Anton Jonsson. In questo caso è stata indubbiamente la Högberg a dettare lo sviluppo della musica, avvalendosi di tecniche estese, mai però usate fini a loro stesse e invece sempre funzionali alla realizzazione di una forma compiuta. Il concerto è iniziato in modo piuttosto estremo, con rumori soffusi, schiocchi, sovracuti, ai quali i compagni rispondevano con altrettante forme espressive atipiche, ed è pian piano decollato trasformandosi in una complessa narrazione paradossalmente proprio quando la Högberg ha tolto il bocchino e ha suonato lo strumento con una sorprendente ed efficace tecnica flautistica, proseguendo poi alternando stilemi tradizionali e sperimentali. I suoi compagni l'hanno assecondata sia accompagnandola, sia contribuendo allo stesso modo alla musica, alla fine tanto complessa e originale, quanto stimolante e gustosa.

Il giovedì, nel primo pomeriggio, è iniziato il laboratorio strumentale, quest'anno diretto da Silvia Bolognesi, mentre quello vocale è stato costretto a un rinvio perché Savina Yannatou è rimasta vittima di un ritardo aereo che le ha permesso di arrivare solo il giorno successivo. I concerti sono iniziati alle 18,00 con il percussionista catalano Joni Sigil, autore della performance tecnicamente forse più creativa del concerto, anche se non completamente riuscita dal punto di vista della forma. L'artista, che frequenta la vivace scena creativa di Barcellona, ha proposto un concerto nel corso del quale ha ripetutamente variato il modo in cui produrre sonorità dalla sua batteria e dal suo diversificato set percussivo: ha iniziato sfregando, in piedi, il piumino che aveva indosso, proseguendo con un lavoro a mani nude sui soli piatti, ancora in piedi e con movimenti quasi di danza, poi con molteplici e stratificate percussioni di piatti sulle pelli, sfregamenti di bacchette su entrambi, e ancora aggiungendo oggetti vari, fino a un singolare lavoro con nastro adesivo, fatto risuonare in vario modo sulle pelli e poi strappato dalle medesime. Un set sorprendente, da un lato per la sua apparente naïveté, dall'altro per le inattese e interessantissime sonorità che a più riprese Sigil riusciva a trarne. L'aspetto dolente, però, era l'impressione generale di "dimostrazione," di "elenco," che ha alla fine lasciato la sua performance: qualcosa, cioè, che potrebbe avere un interesse se inserita in un contesto maggiormente dotato di forma e che in quest'occasione si limitava a soddisfare la curiosità.

Dopo una breve pausa, è stata la volta di due grandi e molto attesi sassofonisti: il finlandese Harri Sjostrom, a soprano e sopranino, e il tedesco Frank Gratkowski, al contralto e ai clarinetti. Il primo, già ospite del festival tre anni orsono, ha riproposto la sua poetica nervosa e densa di note, caratterizzata da una grande attenzione al timbro e alle sue variazioni espressive; il secondo ha decisamente stupito per l'incredibile varietà di stilemi e la capacità di cambiare pelle ed espressività. Proprio la camaleontica personalità musicale di Gratkowski ha spinto lo stesso Sjöström in direzioni per lui meno usuali, quasi liriche, e l'intera performance, tecnicamente strepitosa, lungo un percorso dal continuo mutamento, senza farla cadere in pericolose ripetitività e tenendo sempre altissima l'attenzione del pubblico. Un concerto per certi aspetti "ostico," ma comunque sempre fruibile e affascinante.

Il programma è continuato con il solo di Savina Yannatou, che ha iniziato proprio raccontando la disavventura incorsale il giorno precedente, con ritardi aerei che l'avevano lasciata senza coincidenze lontana dalla sede del festival, al punto da farle pensare di rinunciare. E proprio dal parlato è iniziata la sua performance, poi trasformatasi in recitativo espressivo e ancora in personalissima sperimentazione vocale, entro la quale sono entrati spezzoni di canti, nuove e più ardite vocalizzazioni, in uno sviluppo personale e imprevedibile. Altrettanto inatteso è stato, dopo una quarantina di minuti, l'ingresso di Gratkowski, che ha duettato al clarinetto contralto con la cantante greca per un altro quarto d'ora, presentandosi in veste piuttosto diversa da quelle sfoggiata con Sjöström. Un mutamento di scenario che ha arricchito il concerto e lo ha concluso nel modo migliore.

L'eccellente seconda giornata si è conclusa in gloria con il suo concerto forse migliore, quello dell'inedito trio formato dallo stesso Gratkowski, da Silvia Bolognesi e dalla batterista catalana Lucia Martinez, altra esaltante sorpresa offerta dal festival. Aria quieta e poco appariscente, l'artista spagnola ha contribuito con continue scoppiettanti invenzioni, anche vocali, alla creazione estemporanea di una musica che è mutata in continuazione, con l'ancista che ha ancora una volta dato prova di impareggiabile eclettismo (sembra che sul palco, prima di iniziare, si interrogasse su cosa fare di nuovo, visto che aveva già suonato due volte, ma deve essersi poi dato delle eccellenti risposte...), operando al calrinetto contralto su sonorità del tutto particolari, e la Bolognesi che ha alternato solidi accompagnamenti ad assoli cantabili (come al solito illuminati dal suo contagioso sorriso, testimone della gioia di suonare) e a improvvisi cambi di tempo che offrivano alla formazione nuovi scenari. Una musica con i piedi ben piantati nella tradizione radicale europea, ma con un groove chicagoano e una narratività che non sempre si trova in forme così coerenti. Uno dei concerti migliori della rassegna.

A parte i due workshop pomeridiani, l'ultima giornata s'è aperta sabato alle 17:30, come tutti gli anni con il momento in cui la musica viene affiancata dalla poesia. In questa edizione il sipario è spettato allo Zvočni Izviri Kvartet che, ospitando due "lettori," ha recentemente presentato l'album Oblaki življenja -Le nuvole della vita, su testi del poeta sloveno Srečko Kosovel, del quale quest'anno ricorre l'anniversario della morte, e musica di Zlatko Kaučič. A interpretare i testi erano la slovena Ana Geršak, che li recitava in lingua originale, e Pierluigi Pintar, che la seguiva con le traduzioni: entrambi adeguatamente espressivi, entravano nella musica dopo le parti strumentali e, senza cantare, la usavano quasi come un'onda su cui far "surfare" le parole. Il quartetto musicale era composto da i giovani sloveni Jure Boršič al clarinetto, Anton Lorenzutti alla chitarra, Jošt Drašler al clarinetto e Gal Furlan alla batteria, i quali hanno alternato parti scritte, molto narrative e con momenti fortemente lirici, a passaggi più liberi, magmatici e caotici. Le mutevoli atmosfere si adattavano ai contenuti dei testi alternando malinconia a rabbia, denuncia a dolcezza. Interessante e azzeccata la conclusione, la panica e urlata "Destrukelije" ("Distruzioni"), una denuncia dell'ipocrisia delle istituzioni europee scritta alla vigilia della Prima Guerra Mondiale e ciononostante assolutamente attuale.

Alle 19:00, nella suggestiva cantina del vicino memoriale Gradnik e Zorzut, Chiara De Santi si è esibita in una singolare performance di voce, contrabbasso, percussioni e toys, nel corso della quale ha mescolato jazz, folk, mimica, improvvisazione e sperimentazione, dando vita a momenti originali e toccanti. Non da molti anni dedita alla musica, l'artista sta mettendo a punto una propria poetica che fin qui brilla per spontaneità e per inventiva, ma forse deve ancora trovare una più precisa coerenza progettuale e formale, apparsa al momento ancora un po' didascalica. Subito dopo, sempre nella cantina del memoriale, breve concerto del laboratorio vocale diretto dalla Yannatou, che aveva dovuto ridurre i suoi lavori a una sola sessione, mettendo a punto solo pochi elementi, che comunque i cinque partecipanti e la vocalist greca hanno interpretato in modo senz'altro suggestivo.

Fin troppo coerente è invece sembrata la poetica del duo violinistico femminile che ha fatto seguito, nella sala principale, aprendo la serata conclusiva: la bulgara Biliana Voutchkova e la slovena Ana Kravanja si sono aiutate con le voci per dar vita a un set evocativo, basato su vari tipi di bordone e sul dialogo tra le due, che ha avuto momenti molto affascinanti, per esempio quando la slovena ha usato l'oud, ma che è risultato anche un po' monocorde e ripetitivo, tutto incentrato com'era sul contrasto timbrico e le variazioni meramente dinamiche.

Tutt'altra musica ha invece offerto l'internazionale Up and Out Quartet, nel quale accanto ai sax di Sjöström e alle percussioni di Kaučič figuravano il contrabbasso dell'inglese John Edwards e il pianoforte della catalana Jordina Millà, figura emergente dell'improvvisazione europea e, tra l'altro, autrice nel 2024 di un notevolissimo disco per ECM assieme a Barry Guy, <em>Live in Munich</em>. Assieme al trio della sera precedente, si è trattato di una delle perle della rassegna, perché i quattro hanno dato vita a un lungo set in continuo mutamento, che si avvaleva delle invenzioni di ciascuno dei protagonisti: la Millà, che ha alternato lavoro diretto sulle corde, anche "preparate," a percussività sulla tastiera e passaggi più lirici, e ha costantemente offerto materiale che i compagni rielaboravano a proprio modo; Kaučič ha ora seguito con levità il procedere della musica, ora preso la direzione cambiando scenari, ora creato situazioni particolari con vari oggetti e persino suoni registrati dal cellulare; Sjöström, preso in mezzo in tanta varietà, si è trovato quasi obbligato a uscire dalla propria comfort zone fatta di squittii, schicchi e prolusioni in respirazione circolare, per offrire contributi più ordinati e ruflessivi; Edwards, infine, ha tratto dal contrabbasso ogni tipo di espressività, con e senza archetto, in assolo e spesso in duetto con la pianista. Concerto davvero eccezionale che meriterebbe di finire su disco.

La conclusione è spettata come di prammatica al concerto del workshop, del quale chi scrive faceva parte al sax soprano. La formazione —priva di batteria e composta da quattro fiati, chitarra, basso elettrico, tamburello e voce, oltre il contrabbasso della Bolognesi —si è disposta come una "autoconduction": dopo un avvio corale, ciascun musicista l'ha liberamente diretta per un breve tratto, fino all'assegnazione della direzione a un compagno. Questo ha garantito varietà stilistica, grande attenzione e coinvolgimento, ma anche un forte elemento unificante la forma. Essendone stato parte attiva, né è possibile, né spetta a chi scrive valutarne gli esiti, che dalla reazione del pubblico sono comunque sembrati dignitosi.

A tarda sera, superata la mezzanotte, il festival si è concluso con la passerella di coloro che lo hanno di fatto reso possibile, ovvero la comunità dei giovani musicisti che si è da anni creata attorno a Kaučič e che ha provveduto a tutta l'organizzazione, dalla preparazione e gestione degli spazi all'accoglienza, dal servizio driver alle prenotazioni, dalla vendita dei biglietti alla vendita dei gadget, fino alla preparazione di sostanziosi pasti per i musicisti e gli accreditati. Un lavoro che era normale cinquant'anni fa e che oggi si è perso nella quasi totalità degli eventi (in Italia ci viene in mente solo il Now Festival), non secondaria ragione del loro diradamento e decadimento. Un lavoro, infatti, fondamentale anche per l'eccellente riuscita del BCMF, che ogni anni migliora e che in questa edizione ha raggiunto una maturità e un livello qualitativo davvero encomiabili.

Lunga vita alla musica improvvisata e tutti a Medana il prossimo settembre per l'edizione numero XVII.

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