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MITO Settembre Musica - Isang Yun e la musica coreana contemporanea

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Isang Yun, Unsuk Chin

Auditorium Rai e Teatro Piccolo Regio - Torino - 4.09.07 -10.09.07

Settembre Musica, con la sigla MITO, raddoppia da quest’anno l'offerta di proposte musicali, allestendo a Milano e a Torino (ma anche in altri luoghi del territorio lombardo e piemontese) un cartellone decisamente ampio e variegato, con elevate punte di qualità e scelte anche coraggiose - rispetto all’asfittica realtà italiana - tra le quali spicca un ricco ciclo di concerti incentrati su autori coreani contemporanei.

Di assoluto rilievo è la figura di Isang Yun (1917-1995), tra i primi a realizzare una fusione tra i dettami avanguardistici di derivazione darmstadtiana e le peculiarità tecniche e teoriche della musica estremo-orientale, che il pubblico di MITO ha conosciuto direttamente, grazie a una serie di spettacoli dedicati alle musiche e danze tradizionali coreane (la relativa recensione può leggersi qui).

Completati gli studi musicali nel paese natale e in Giappone, Yun si era recato in Europa nella metà degli anni ‘50, prima a Parigi, poi a Berlino, per perfezionare la conoscenza delle tecniche dodecafoniche, che avrebbe in seguito incorporato in un personale sistema compositivo, radicato comunque nella cultura asiatica. A questo riguardo sono illuminanti le considerazioni svolte nel corso di una conferenza tenuta nel 1993 alla Hochschule für Musik di Salisburgo: “[…]il suono dell’occidente è come una matita da disegno che traccia delle linee, mentre i suoni asiatici sono come pennellate, spesse, sottili e anche non diritte, che portano in sé la possibilità di una creazione flessibile. […] Bisogna capirlo dal punto di vista del Taoismo: il suono è sempre presente, fluido, nel cosmo, tutto lo spazio è pieno di suono, mentre la teoria e la filosofia europee dicono che il suono è creato dall’uomo”.

Questa breve citazione è tratta dal preziossismo volume curato da Hanns-Werner Heister e Walter-Wolfgang Sparrer, intitolato “Isang Yun. Musica nello Spirito del Tao”, che l’editore Ricordi ha pubbilicato in italiano con la curatela del musicologo Enzo Restagno, direttore artistico della rassegna.

La profonda spiritualità sottesa all’opera di Yun - che fu peraltro uno stimato didatta, alla cui scuola si sono formati autori di notevole qualità, come Toshio Hosokawa - emerge in tutta evidenza già nel concerto che inaugurale il ciclo concertistico, in cui l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI è diretta da Arturo Tamayo, apprezzato interprete del repertorio contemporaneo. Namo e Reak rivelano sin dalle prime battute il carattere rituale, prossimo alla solennità delle antiche cerimonie religiose orientali. Il primo brano, scritto nel 1971, riprende formule di invocazione a figure del Buddhismo Mahayana, declamate dalle voci di Pilar Jurado, Daniela Uccello e Valentina Valente, in un contesto eterofonico che, tra suoni tenuti, eleganti ornamentazioni microtonali e grande profusione di percussioni (con gong, conchiglie, sonagli, con i soprani impegnati anch’essi, in alcuni passaggi, ai tamburi) culmina in un finale di magnifica rarefazione estatica.

Reak è, invece, del 1966, e appartiene al periodo in cui Yun iniziava ad affrancarsi dalle rigide maglie dello strutturalismo per modellare il proprio linguaggio sulla sintesi matura tra pensiero musicale orientale e occidentale: sulla scorta delle raffinate superfici sonore elaborate da Ligeti e Penderecki, il compositore asiatico concepisce un flusso musicale unitario, nel cui alveo scorrono sotto-correnti ripartite tra i gruppi strumentali (legni, ottoni, archi e percussioni), che emergono attraverso una sorta di polifonia dinamica che mette in risalto, di volta in volta, alcune voci o gruppi di voci. La sopraffina organizzazione dei glissati e delle ornamentazioni fa dell’orchestra un organismo che vive e respira senza troppe rigidità, lungo un continuum nel quale misteriosamente ci immergono (e da cui altrettanto magicamente ci sottraggono, lasciandone però intatta l’eco, come in un sogno), le assicelle del bak, frusta politonale della tradizione coreana. Il riferimento alla musica asiatica va ricercato anche, e soprattutto, nella concezione complessiva del brano, basata su quello che Yun chiamava il “suono principale”, ossia l’impiego di un unico elemento costruttivo sottposto a un’elaborazione assai sofisticata, con appoggiature, accentuazioni, vibrati, abbellimenti melismatici e oscillazioni microtonali di matrice orientale. In Reak questo principio viene portato a maturazione: dalla polifonia generata da più “suoni principali”, affidati ai diversi gruppi strumentali, si genera un “suono principale complesso”, che si scompone a sua volta in nuove ramificazioni: proprio riguardo a questo procedimento Yun chiama in causa non concetti musicali, bensì, direttamente, la filosofia dell’Asia Orientale: "la pluralità può anche essere nell’unità e l’unità può anche essere pluralità" (da "Isang Yun. Musica nello spirito del Tao", p. 237).

La seconda parte del concerto vede protagonista il violino dell’ottimo Francesco D’Orazio, che insieme alla compagine della RAI si cimenta in una pagina orchestrale della giovane compositrice Unsuk Chin, connazionale di Yun, già allieva di Suhki Kang a Seul e di Ligeti in Germania, paese dove attualmente risiede. L’elegante policromia disegnata dall’autrice viene restituita splendidamente dal solista, che, come un ago sottilissimo e preciso, la ricama sull’orchestra utilizzando un filo assai delicato; qualche morbido scatto si avverte nel terzo movimento, con gli strappi delle percussioni, ricomposti nel finale dalle sinuose linee melodiche dell’inizio. Alla trasognata scrittura del concerto per violino, si contrappongono gli arguti giochi congegnati dalla Chin - di cui è attualmente in scena a Monaco l’opera “Alice nel paese delle meraviglie”, prodromica alla partecipazione al prestigioso festival “Musica” di Strasburgo - partendo da forme, stereotipi, tic linguistici e musicali di varia origine e natura. La London Sinfonietta, nel concerto pomeridiano al Piccolo Regio (luogo piuttosto inadeguato dal punto di vista acustico), offre la propria complicità ai due soprani Yeree Suh e Claire Debono e al controtenore Andrew Watts in Cantatrix Sopranica nell’ironica (forse anche troppo caricaturale) parodizzazione dei clichés dell’aria barocca e della canzone popolare cinese, ma anche nel sapiente intreccio combinatorio fra suono strumentale e fonematico.

Akrostichon - Wortspiel - “gioco di parole”, come dice letteralmente il titolo - è un complesso (ma intelligibile) puzzle che dal testo (basato sulla de- e ri-strutturazione di frammenti tratti da Lewis Carroll e Michael Ende) riverbera la sua ludica enigmaticità negli impalpabili impasti timbrici, che a più riprese paiono fondersi alla fluttuante voce di Yeree Suh.

Il Doppio Concerto per pianoforte, percussioni e ensemble, commissionato dall’Ensemble Intercontemporain, ci riconduce a un clima più rarefatto, le cui iridescenze vengono proiettate dagli ottimi Nicolas Hodges e Owen Gunnell sugli altri componenti della Sinfonietta, prima di dissolversi nei pulviscoli disegnati dagli archi.

I restanti concerti del ciclo dedicato alla musica coreana di oggi ci restituiscono al denso, elaborato, monismo (tanto filosofico quanto musicale) di Isang Yun.

Ancora la versatile compagine inglese (attesa da un’ulteriore prova, a Rho, in cui dovrà cimentarsi con la leggenda beatlesiana di “Sgt. Pepper’s”), si misura, sotto la guida di Baldur Brönniman ,con il repertorio cameristico del compositore. La voce di Yeree Suh scandaglia con grandissima cura del particolare i fremiti angosciosi affioranti da Teile dich Nacht, basata sui versi di Nelly Sachs, captandone il senso di mistero raggelante, la solitudine appena rischiatata dal canto, l’attesa dell’alba presaga della morte incombente, magnificamente assecondata dall’ensemble nell’evocare la desolazione.

I sinistri simbolismi delle tre poesie sachsiane sono trascesi nel capolavoro di sintesi fra Oriente e Occidente costituito da Loyang, concepito nel 1962 come omaggio alla tradizione musicale coreana: un elegante continuum da cui le singole voci (tre archi, quattro legni, percussioni e arpa) si separano - o vi fanno ritorno - senza scatti repentini, incrementando e diminuendo con estrema delicatezza la densità della superficie sonora; il gioco di note tenute, trilli e tremoli, predisposto con la massima accuratezza da Yun nella terza sezione, in cui i suoni, dapprima tenuti, vibrano in un’intricata tessitura eterofonica, suggerisce la ricchezza di sfumature sottese al monismo del compositore e, più in generale, della musica estremo-orientale. Il sostrato metafisico sul quale si fonda questo mondo sonoro illumina il significato di Distanzen, in cui la lontananza tra l’ordinata dimensione celeste e la caotica realtà umana viene prima esplicitata e poi trascesa sia spazialmente che timbricamente: gli archi gravi incarnano, sul palcoscenico, la conflittualità e la brama di dominio; la voce soffusa del corno, affiancato dal perpetuo tremolo dei legni (gli “Immortali”), impersonifica dal lato opposto della sala la divinità. Sono le melodie eteree dei violini (che fungono da bodhisattva, ossia da mediatori spirituali) a portare i due mondi in contatto, riconducendoli ad unità nel finale con un’aerea fascia sonora.

Pièce concertante, del 1976, concentra intorno al flauto e all’oboe un ridotto numero di strumenti, dalla cui combinazione si sviluppano soluzioni timbriche sempre nuove: dall’intreccio dei due legni (veri e propri solisti, come accade nella musica di corte con gli omologhi daegeum e piri) si irradiano all’ensemble trame policrome di grande suggestione, specie per i suggestivi glissandi microtonali; pianoforte e percussioni (un arsenale impressionante di gong,frusta, cimbali, tom-tom, maracas, tamburi, woodblock) disegnano figure di raccordo tra le diverse componenti di questo brano, che costituisce senza dubbio uno dei vertici espressivi della produzione yuniana.

Si ritorna all’Auditorium RAI per il concerto finale della serie, dedicato ai lavori concepiti per grande organico: guidata dall’autorevole José Ramon Encinar, è di scena l’Orquesta de la Comunidad de Madrid, protagonista anche di un altro spettacolo, all’interno del festival, incentrato su musiche di Berio, de Falla e Joaquin Rodrigo.

Le stratificazioni di Fluktuationen (1966), distribuite fra famiglie strumentali omogenee, per quanto affini ai coevi lavori di Ligeti (come Atmosphères e Lontano), costituiscono un flusso in continua e precaria vibrazione, animato da glissandi, appoggiature e altre sofisiticate ornamentazioni: siamo però distanti da un intellettualistico divertissement combinatorio; è lo stesso compositore a precisare la propria posizione rispetto al periodo di Darmstadt: […]“la musica per me non era un giocattolo, non mi è mai interessato occuparmi soltanto del suono. Mi interessavano la mistica, la società e la concezione del mondo” (da "Isang Yun. Musica nello spirito del Tao", p. 228). L’interesse per la dimensione sociale e cosmica sottese all'atto del comporre, che non è pertanto riducibile a una prassi autoreferenziale, trova riscontro negli ultimi due brani in programma, in cui viene trasfuso un impegno politico vissuto con grande coerenza e coraggio, per il quale Yun dovette pagare un prezzo assai elevato: fu infatti rapito in Germania, nel 1967, dai servizi segreti coreani, per essere sottoposto a un lungo periodo di torture e prigionia (con l’accusa di spionaggio a favore della Corea del Nord), conclusosi con il rilascio a seguito delle pressioni della comunità internazionale; un altro tentativo di sequestro fallì poi a Tokyo, nel 1976. La denuncia della brutalità sanguinaria delle dittature e l’aspirazione alla concordia tra gli uomini ispirano le ampie partiture di Exemplum in memoriam Kwangju (1981) e la Sinfonia n. 3. Il primo brano denuncia, tra i furiosi ostinati di timpani e ottoni nel primo movimento, la violenta repressione dell’insurrezione popolare nel capoluogo sudcoreano di Kwangju, perpetrata dall’esercito nel 1980; la fiducia in un futuro migliore, tuttavia, prevale sulla statica disperazione che domina la seconda sezione, aprendosi la via nel terzo quadro in una sorta di marcia, che lungi dall’essere trionfalistica, apporta una luce di vitalità, culminante nel tripudio finale delle percussioni.

Un intento più filosofico che politico è, invece, alla base della terza composizione sinfonica di Yun, scritta nel 1985: con procedimento analogo a quello usato in Distanzen, il mondo infero, la dimensione celeste e l’intermedia realtà umana sono rappresentati da gruppi strumentali diversi, ossia, rispettivamente, dagli intrecci vigorosamente poliritmici fra ottoni e percussioni, dagli archi e dai legni, tra i quali spiccano (come accade spesso in Yun)il canto delicato dell’oboe e il diafano fraseggio del flauto. Il gioco di relazioni fra sezioni orchestrali si sviluppa attraverso le combinazioni più disparate, lungo un percorso accidentato che dalla conflittualità più accesa giunge alla pacificazione nella parte conclusiva, quando i tremoli dei violini e i delicati rintocchi di piccoli gong sciolgono le tensioni accumulate in un estatico pianissimo. Il clima rasserenato con cui termina la complessa pagina sinfonica viene vissuto in prima persona dagli orchestrali, che si scambiano abbracci affettuosi. L’interesse di MITO per la creazione musicale contemporanea non si ferma qui: pagine di Ligeti e Castiglioni vengono interpretate con grande efficacia dall’ensemble Risognanze, insieme con i solisti Silvia De Fré e Alfonso Alberti (che non è soltanto splendido interprete del concerto per pianoforte di Ligeti, ma si rivela anche come fine esegeta dell’opera di Castiglioni in un volume presentato nel corso della rassegna); l'Orchestra della RAI, inoltre, rende omaggio a Roman Vlad (in passato al fianco di Restagno nella guida di Settembre Musica) con un concerto diretto dal figlio Alessio. Altri importanti complessi si muovono fra Torino e Milano con il medesimo intento di offrire all’attenzione del pubblico alcune significative partiture odierne: al prestigioso Divertimento Ensemble, con due spettacoli milanesi, vengono affidati brani di Franco Donatoni (dedicatario di un concerto monografico), Alessandro Melchiorre, Toshio Hosokawa e Toru Takemitsu, mentre il piemontese Ensemble Antidogma contribuisce all’approfondimento della figura musicale di Unsuk Chin e all’emersione di autori italiani quali Alessandra Bellino, Alberto Colla e Fabrizio Rat Ferrero. Ulteriori significative partecipazioni sono quella di Stefano Scodanibbio - che, nella suggestiva cornice della Mole Antonelliana, intreccia le corde del suo contrabbasso alle alchimie linguistiche di Edoardo Sanguineti, prestate alla voce di Sandro Lombardi - e di due autorevoli compositori di oggi, Salvatore Sciarrino (le cui musiche, oltre ad essere esegute dall’Osterreichisches Ensemble fur Neue Musik, sono trattate in una nuova pubblicazione di Marco Angius) ed Helmut Lachenmann, chiamato a introdurre, a Torino, l'esecuzione dei capolavori della tarda produzione quartettistica di Beethoven; mentre a Milano viene offerta un'occasione imperdibile per chi voglia conoscere la peculiare elaborazione di questo genere cameristico da parte dell'autore tedesco.

Forse proprio con l’approfondimento dei legami tra contemporaneità e tradizione - tra l'altro bene evidenziati nelle conferenze e nei concerti dedicati a Stravinsky e a Britten - le prossime edizioni di MITO contribuiranno a rimuovere quelle barriere che ancora rendono ardua a un pubblico ampio la fruizione della produzione musicale dei nostri giorni.

Visita il sito di MITO Settembre Musica.

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