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Massa Sonora 2012

Massa Lombarda - 12-14.04.2012

Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi. Era la voce di Mario Ferretti che raccontava forse la più straordinaria delle imprese del leggendario campione.

Un uomo solo davanti al pianoforte, il suo nome è Franco D'Andrea, diciamo noi. Un gigante delle due ruote ed un gigante degli ottantotto tasti. Parallelo forse un po' tirato per i capelli ma che rende la grandezza e l'unicità dei due personaggi. È l'inizio di Massa Sonora 2012, una tre giorni organizzata dal collettivo El Gallo Rojo all'interno del corposo cartellone di "Crossroads - Jazz e altro," che presenta alcuni tra i progetti più intriganti dell'etichetta oltre all'attesissima esibizione solitaria del pianista.

Per D'Andrea il piano solo è una grande opportunità di ricerca personale da condividere con gli ascoltatori, una viaggio negli anfratti della propria coscienza, negli angoli nascosti della memoria per riportare in superficie sedimenti dimenticati e scoprirne connessioni nuove e sviluppi imprevedibili. Per D'Andrea non vi è distinzione tra standard e originali, tra rigore e free form, tra swing e libera improvvisazione, tra le melodie di Ellington, Monk e Armstrong e divagazioni euro colte. Perché tutti, indistintamente, sono materiali per scoprire le ragioni del cuore, far risuonare le corde musicali del proprio essere, spingersi fino al limite e vedere come reagisce il pensiero umano.

Non a caso molte delle improvvisazioni, dopo tormentato divagare, pause repentine, momenti di introspezione, accensioni improvvise, blue notes, trilli adamantini, armonizzazioni fuori categoria (per usare ancora un termine ciclistico caro ai francesi) si arrestano senza apparente ragione se non quella di un fuoco che ha utilizzato fino ad esaurimento la fiammella della creatività e ha tolto anche l'ultimo velo dell'anima. Che dire, pochi pianisti in assoluto riescono a coniugare tradizione e modernità in modo così personale e in continua tensione verso l'innovazione come il settantenne musicista di Merano.

La seconda la potremmo definire la serata delle storie: quelle raccontate dal trio Matt Renzi, Jimmy Weinstein e Stefano Senni e quelle del set successivo ad opera dell'Orchestra Vertical di Enrico Terragnoli. 4 Stories, per l'appunto, è l'avventura musicale pubblicata dal trio su El Gallo Rojo e riproposta live sul palco della suggestiva Sala del Carmine. Formalmente quattro storie, sostanzialmente una lunga improvvisazione durante la quale i musicisti le moltiplicano grazie all'effetto prismatico delle loro idee, in una reazione a catena dagli esiti spesso sorprendenti. La musica fluisce libera senza vincoli e senza impedimenti prendendo spunto da particolari accenti timbrici, da sporadiche cellule melodiche, da impreviste figure ritmiche, in un crescendo reso possibile da una sorta di autocombustione che i tre protagonisti alimentano con grande creatività e altrettanto rigore.

Weinstein dietro i tamburi svolge un ruolo apparentemente defilato, quasi minimalista, ma assolutamente fondamentale nell'assicurare il giusto equilibrio alle dinamiche dell'esibizione. Senni spazia da una cavata potente ed elastica a sonorità sospese, di stampo cameristico passando per deviazioni poco convenzionali che diventano preziosi elementi di dialogo con le ance di Renzi. Il quale si rivela gran interprete del sax tenore, esplorato non tanto sul versante del fraseggio o delle progressioni armoniche quanto su quello timbrico, dell'intonazione, del controllo della colonna d'aria. Così come sorprende quando lo troviamo impegnato all'oboe che toglie dalla fisiologica austerità di stampo accademico per plasmarlo ad un fraseggio, questo sì, mobile ed inventivo. Set impegnativo per l'ascoltatore, ripagato in moneta sonante dall'intensità e dalle qualità esibite dal trio.

Altro genere di storie, altre atmosfere, altro approccio al materiale sonoro quello messo in campo da Orchestra Vertical. La creatura modellata da Terragnoli si muove come una dea kali dalle molteplici braccia e personalità. Nonostante il repertorio sia quello fissato su L'anniversaire, uscito ormai nel lontano 2005, ogni esibizione dell'orchestra getta uno sguardo nuovo sui brani, mentre la musica cerca e trova nuove direzioni. Così, se l'idea di base, lo zoccolo duro del progetto rimane una miscela folgorante di chanson francese, mambo e musica klezmer, ogni concerto è un opportunità unica e irripetibile per partecipare alle sterzate, ai mélange stilistici e alle follie creative che leader e componenti dell'ensemble dispensano a piene mani.

Nel concerto di Massa Sonora, ad esempio, la fantasia di Giorgio Pacorig al Fender Rhodes (autore di un fantastico, visionario assolo) e le alchimie di Alfonso Santimone a laptop e diavolerie elettroniche, ha impresso al dipanarsi della musica un marchio indelebile ricco di suggestioni spaziali, momenti di vera e propria trance-music, rigurgiti prog che sarebbero sicuramente piaciuti al Sun Ra più sperimentale e galattico. Terragnoli, sornione, quasi defilato, quando necessario scarica bordate ritmiche con la sua chitarra, conduce l'ensemble con flessibilità, impartendo indicazioni con minimi cenni, sapendo quando lasciare briglia sciolta i suoi ispirati musicisti. Mentre Claudia Bidoli, voce intensa, espressiva, camaleontica, seducente è l'altra metà del cielo che ammalia la platea con una interpretazione ispirata, ricca di sfumature ed emozioni.

La serata conclusiva è una prima assoluta, la riunione di due gruppi, uno denominato Hopscotch (Mark Solborg, chitarra, Marc Lohr, batteria in sostituzione di Kevin Brown) attivo in terra danese e con un CD omonimo pubblicato per la Ilk Records alle spalle, l'altro denominato Crisco 3 (Beppe Scardino, Piero Bittolo Bon) e documentato su Aut Records (You Can Never Please Anybody. Elemento comune alle due formazioni il sassofonista Francesco Bigoni, ferrarese di nascita, da qualche anno residente a Copenhagen. Se si escludono una manciata di brani provenienti dai CD citati, il materiale presentato è completamente inedito e proviene dalla penna del giovane musicista ferrarese. La scrittura di Bigoni è sorprendentemente matura (in relazione alla sua ancor giovanissima età) complessa, stratificata, rigorosa ma altrettanto aperta a spazi nei quali la creatività dei musicisti coinvolti la allontana dalle pastoie di un accademismo di maniera, imprimendo accelerazioni verso nuovi equilibri e possibili sviluppi.

Il pensiero corre più di una volta al classico quartetto d'archi, capace di linee eleganti ed essenziali così come di stridenti contrasti, dissonanze e incursioni nella musica d'avanguardia. Sul palco emergono chiaramente le due anime dell'ensemble. Quella eterea, metafisica, con la batteria di Lohr a dispensare prelibatezze timbriche e intriganti paesaggi, e la chitarra di Solborg che espande macchie di colore tra delicatezze color pastello e stralunate progressioni d'accordi. E quella dei tre fiati, densa, a tratti magmatica, con sfuriate incendiarie dei solisti ma anche raffinata, dalle sofisticate armonizzazioni, per esempio quando sono contemporaneamente all'opera due clarinetti bassi ed il clarinetto in Si bemolle. Due anime che la forza compositiva di questa musica fa convivere egregiamente e che un naturale processo di rifinitura innalzerà ad un ulteriore livello di eccellenza.

Foto di Claudio Casanova.

Altre foto di questa rassegna sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti dell'Orchestra Vertical e Matt Renzi - Stefano Senni - Jimmy Weinstein.

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