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Intervista a Stefano Zenni, direttore artistico di Metastasio Jazz

Neri Pollastri By

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Storico del jazz e musicologo tra i più apprezzati del nostro paese, docente nei conservatori, brillante conferenziere, collaboratore di Radio Rai, autore di libri fondamentali come Storia del Jazz. Una prospettiva globale (Stampa Alternativa, 2012) e Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore (EDT, 2016), Stefano Zenni è da molti anni Direttore Artistico di Metastasio Jazz, rassegna invernale che si svolge a Prato. Lo abbiamo intervistato nel corso del festival di quest'anno per farci raccontare la sua esperienza, arricchita da quella parallela avuta per alcuni anni alla direzione del Torino Jazz Festival.

All About Jazz Italia: Metastasio Jazz ha ormai una storia piuttosto lunga e, rispetto ad altre rassegne, ha la particolarità di vivere all'interno di un teatro di prosa di indubbio rilievo nazionale.

Stefano Zenni: Il Teatro Metastasio è almeno dagli anni Settanta una realtà culturale importante, centro di ricerca e innovazione in particolare per gli spettacoli messi in scena al Teatro Fabbricone, e ancor oggi è uno dei più attivi luoghi produttivi italiani, basti guardare il numero di Premi Ubu che sono stati prodotti o che hanno avuto la première qui a Prato. Questa connaturata vocazione all'innovazione culturale, ovviamente praticata specificamente nella prosa, spiega perché non sia un caso che la nostra rassegna sia nata ventitré anni orsono proprio all'interno del Teatro Metastasio.

Nel corso di questo periodo -che io ho vissuto per gran parte in prima persona, essendone Direttore Artistico dalla terza edizione, dunque da vent'anni -il festival è andato avanti sempre con successo salvo un momento di crisi qualche anno fa, dovuto soprattutto alle disponibilità economiche, ma negli ultimi anni è in piena ripresa non solo dal punto di vista della qualità della proposta, ma anche da quello della presenza del pubblico e, in certa misura, anche da quello della disponibilità economica -la quale, va precisato, è interamente tratta dal budget della Fondazione Teatro Metastasio, che è finanziatore unico della rassegna. Siamo comunque complessivamente molto soddisfatti, perché siamo sempre stati in grado di mantenere alto il livello qualitativo e di disegnare una rassegna che è caratterizzata da alcuni aspetti peculiari che la distinguono e la rendono un appuntamento importante nella programmazione jazzistica italiana.

AAJ: Puoi descriverci queste caratteristiche?

SZ: In primo luogo c'è l'idea guida di non fare una programmazione appiattita sulle proposte delle agenzie, come troppo spesso capita di vedere in altre rassegne; noi, invece, complice anche la collocazione un po' anomala -Gennaio e Febbraio sono mesi nei quali non sono in tour molti artisti -ci siamo dovuti inventare una formula diversa, costruita attorno a una tematica -quest'anno Le lingue oltre i confini -che i concerti e gli eventi in programma illustrano, e che include una seconda caratteristica peculiare: la produzione originale. Scorrendo i programmi del festival, infatti, si può vedere quanti siano stati gli spettacoli che Metastasio Jazz ha prodotto: per restare a quest'anno, troviamo in programma un concerto di Enrico Pieranunzi con la Camerata Strumentale "Città di Prato."

E questo esempio ci introduce a un'altra caratteristica peculiare della rassegna, vale a dire la collaborazione con altre realtà musicali del territorio, operazione che negli ultimi anni è diventata stabile e ha permesso al festival di allargare i propri orizzonti e arricchire la programmazione a dispetto di un budget invariato. In particolare da anni collaboriamo con la Scuola di Musica Verdi e il Museo del Tessuto a Prato, con Musicus Concentus a Firenze a da qualche tempo anche con Pinocchio Jazz. Questa rete tra Prato e Firenze è davvero un inedito per quest'area culturale.

Infine menzionerei una programmazione attenta a tutto il jazz, indipendentemente dalle sue varie forme, che non dimentica né il jazz "classico," né le sue manifestazioni contemporanee, né i giovani musicisti, in particolare i talenti toscani. Una programmazione che cerca di spiccare per originalità e per cura dalla qualità, senza per forza inseguire i gusti correnti e ovvi.

AAJ: Mi sembra particolarmente interessante il tema delle produzioni, specie alla luce del fatto che la rassegna non ha un budget facoltoso: perché impegnarsi in una direzione di questo tipo?

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