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Hiromi "The Trio Project"
Teatro Alighieri - Ravenna - 29.04.2012
Nell'arco dell'ultimo anno ho avuto l'occasione di ascoltare quattro volte Hiromi Uehara in concerto e ogni volta ne ho avuto un'impressione leggermente diversa. Segno che la giovane pianista giapponese non è soltanto un automa programmato per somministrare le meraviglie di una diteggiatura velocissima, ma ha anche altre frecce al suo arco, che le permettono di graduare gli effetti di una tecnica prodigiosa e di adeguarsi alle situazioni contingenti.
A Ravenna Hiromi si è presentata con il Trio Project di impronta fusion, completato dai superprofessionali Anthony Jackson e Simon Phillips, il secondo dei quali ha goduto di una maggiore esposizione con il suo drumming rutilante. In questo contesto la pianista ha affrontato i suoi original facendo uso di una diteggiatura percussiva, delle giuste pause, di veloci accordi tracciati dalle due mani parallele, di progressioni avvincenti, di insinuanti rallentando... La musica, sempre su ritmi sostenuti, è risultata comunque estroversa, di un dinamismo affermativo e ottimista; il bianco abbagliante non ha lasciato posto ai grigi e tanto meno al nero, vale a dire ai ripensamenti, alla meditazione, al dubbio, alla malinconia, alla rarefatta decantazione, alla sperimentazione più problematica, al crudo realismo... Così fino ai due bis concessi al pubblico in visibilio.
L'unico brano che si è discostato da questo canovaccio e che si è rivelato il più interessante e ammaliante è stato quello in completa solitudine a metà concerto. In questo caso la pianista ha proposto una sorta di ballad orientale intrisa di blues, in cui ha anche toccato la corda della nostalgia, avvolgendo di grazia e delicatezza, di pianissimo e sudenti deviazioni sviluppi comunque concatenati con positiva motivazione.
In definitiva si è avuto la conferma che la Hiromi, in possesso di un suo repertorio, di una tecnica sfavillante, di una comunicativa travolgente, è sempre in grado di offrire concerti coinvolgenti, quanto meno piacevoli. I puristi farebbero bene a non considerarla soltanto un fenomeno da baraccone: il suo mondo espressivo, esuberante e appagante, è forse limitato e non privilegia certo la profondità e la misura, ma proprio per questo rappresenta una delle esperienze più tipiche dell'attualità.
Foto, di repertorio, di Riccardo Crimi.
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