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Giovanni Falzone Contemporary Orchestra: Led Zeppelin Suite
Jimi Hendrix, Ornette Coleman, le arie d'opera ... Come ogni musicista che si rispetti, Giovanni Falzone affonda le proprie radici in tutti i generi musicali. E, a intervalli più o meno regolari, si cimenta in un tributo ad un musicista che lo ha influenzato, per il quale sente una particolare predilezione. Tributi che non sono mai riproposizioni di cover, semplici rivisitazioni del repertorio dell'omaggiato, ma lavori che prendono spunto da tale repertorio per dare vita a nuove composizioni che ad esso si richiamano.
È andata così anche per la "Led Zeppelin Suite," ultima fatica del trombettista d'Aragona, presentata in prima assoluta a Monza quale tappa conclusiva della rassegna Lampi. Il repertorio della band di Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham, è stato ripreso ed organizzato in una suite in quattro quadri (si veda più sotto il programma di sala), ciascuno dei quali rappresenta un album di quella tetralogia (Led Zeppelin I, II, III, IV) divenuta ormai mitica.
Contrariamente ad altri suoi lavori incentrati sul rock, questa volta Falzone ha preferito appoggiarsi ad un organico piuttosto ampio (Jacopo Soler al flauto, Simone Maggi alla tromba, Massimiliano Milesi a sax tenore e soprano, Marco Taraddei al fagotto, Andrea Andreoli al trombone, Carlo Grandi al trombone basso, Antonio Fusco alla batteria, e le "Mosche Elettriche" Valerio Scrignoli alla chitarra e Michele Tacchi al basso), cosa che gli ha permesso di attingere ad una tavolozza di colori piuttosto ampia ed espandere le sfumature emozionali della musica ben oltre le immaginabili intenzioni dei dirigibili.
La suite rivela infatti, sia nella struttura che nel suono orchestrale, una impostazione contemporanea. Fortissima l'enfasi sulla scrittura. Fatto inusuale - verrebbe da dire - in un lavoro a firma di un jazzista. Ma qui risultano evidenti, molto più che in altri suoi lavori, i trascorsi "classici" di Falzone (ricordiamo che è stato prima tromba dell'Orchestra Verdi di Milano, N.d.R.).
Altro fatto inusuale: l'ampio spazio assegnato ad uno strumento di tradizione jazzistica pressoché nulla, come il fagotto. Spesso usato con funzione di raccordo tra i vari spunti tematici interni ad ogni quadro, in combinazione con effetti elettronici che producevano un effetto straniante.
Flauto e tromba spostavano invece il paesaggio sonoro verso le grandi orchestre "avant" europee (l'ONJ e l'Italian Instabile su tutte), mentre i due tromboni e il sax avevano funzione più canonicamente jazzistica.
Il tutto, supportato da una solida base rock (il nucleo chitarra-basso-batteria) che virava spesso e volentieri verso il funk, rendendo manifesta quell'anima nera che - negli originali Led Zeppelin - era tenuta molto sotto-traccia.
Di fatto, questa "Led Zeppelin Suite" è un lavoro importante, imponente, e si presta a molteplici piani di lettura. Quello più godibile ed immediato, che coglie la rivisitazione di melodie che hanno segnato la storia del rock. E quello più attento e consapevole, capace di cogliere le mille suggestioni sparse qua e là nella partitura.
Programma di sala Quadro I - Dark Overture (G. Falzone) costruito su un frammento tematico di Good Times, Bad Times
- Good Times, Bad Times
- Migrant Ballade (G. Falzone from Babe I'm Gonna Leave You)
Quadro II
- Rebound (G. Falzone from Whola Lotta Love)
- Whola Lotta Love
- Heart Breaker/Moby Dick
Quadro III
- Elegia (G. Falzone from Immigrant Song)
- Friends
- Choral Interlude (G. Falzone)
- Psychedelic Dance (G. Falzone)
Quadro IV
- Abstraction (G. Falzone from Black Dog)
- Black Dog
- Stairway to Haven
Foto di Maurizio Anderlini (le prime due) e Marcelo Soule' (la terza).
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