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Donny McCaslin al JazzMi di Milano

Luca Muchetti By

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Donny McCaslin
Teatro dell'Arte -Triennale
JazzMi
Milano
7.11.2017

Fast Future e Beyond Now sono i titoli degli ultimi album del sassofonista statunitense Donny McCaslin, fra gli ospiti di JazzMi 2017. Due titoli che è utile ricordare se si cercasse di sintetizzare in sole due espressioni l'esperienza del pubblico presente al concerto tenuto da McCaslin al Teatro dell'Arte della Triennale di Milano. La musica che McCaslin firma da titolare, infatti, non sembra avere punti di partenza, né punti di arrivo. È musica che arriva da un futuro più veloce di noi, da un oltre che si nasconde sempre dietro l'angolo poco illuminato di uno stacco del trio che lo sta accompagnando in questo tour europeo, sotto il gorgo circolare di certi fraseggi, nell'assenza di soluzione di continuità di temi non-temi apparentemente lineari ma destinati a sfociare in debordanti deliri sonori, in grappoli di velocissime note, di brusche e imprevedibili frenate che fanno perdere il fiato al pubblico quando la band è sì lanciata a mille, ma la partitura chiama lo stop. E stop sia.

Parliamo di un modo di intendere la musica che non per niente ha portato McCaslin a frequentare la corte di uno dei più anarchici esploratori del pop: David Bowie. È stato infatti McCaslin ad affiancare il Duca Bianco nelle registrazioni dell'ultimo capolavoro ,em>Blackstar, un album nel quale proprio il sax—un sassofono materico, ingombrante, gigantesco e oscuro—viene posizionato da Bowie sulla prima linea della scena. Se non un comprimario, poco ci manca. Sotto i riflettori del Teatro dell'Arte, invece, oltre a McCaslin c'erano Jason Lindner alle tastiere, Zach Danziger alla batteria e Jonathan Maron al basso elettrico. Il repertorio attinge spesso dagli ultimi due album, ma il concerto di Milano regala anche qualche inedito (uno dei quali suonati dal solo sassofonista in ginocchio al centro del palco a soffiare e a pilotare effettistica).

Il quartetto suona musica dal futuro, ma occupa il palco con la solidità di una rock band. Rock che si respira fra l'altro nelle ritmiche di una batteria propensa a cedere il passo a qualcosa vicino al funk e poi a qualcosa d'altro che sembra hip-hop. Le tastiere si sciolgono fino a diventare liquide come negli anni Settanta, e poi a mutare di nuovo in sostanze musicali/rumoristiche del tutto gassose e impalpabili, grandi parentesi atmosferiche che fanno da intro o da outtro al suono corposo del sax tenore. E quando la quota è presa e la rotta pare tracciata, si finisce per sorvolare una terra ignota e quasi ancestrale, fatta di riverberi che moltiplicano, sminuzzano e sparpagliano il suono fino a un attimo fa massiccio dello stesso sassofono.

Il fantasma del Duca aleggia in sala soprattutto quando la batteria introduce il tema di "Lazarus," qui interamente riproposta da McCaslin col sax a sostituire la voce di Bowie. Non l'unico omaggio alla star del rock inglese, perché in scaletta, poco più avanti, si ascolterà una versione dilatata di "Warszawa," a firma Bowie—Eno. McCaslin e i suoi mettono in scena uno spettacolo live senza cali di tensione, uno sguardo fulminante su uno dei tanti futuri possibili della musica jazz (se così la vogliamo chiamare), che al gusto per l'esibizione del suono nudo e crudo abbina senza mai perdere il filo del discorso irresistibili momenti groovy, sperimentazioni sonore e virtuosismo.

Foto (di repertorio): Stefano Galli

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