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Bergamo Jazz 2014

Libero Farnè By

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Gli esponenti italiani hanno ben figurato senza comportare sorprese sensazionali. Dopo tre anni di vita "Il Bidone" del gruppo di Gianluca Petrella ha dimostrato di avere ancora una consistente ragione di essere. A Bergamo l'omaggio a Nino Rota ha convinto i più, reggendosi su una grande carica ritmica e su una visionaria deformazione di stampo espressionista. La prima è stata garantita dalla pulsazione lineare e rotonda del contrabbasso di Joe Rehmer e soprattutto dal drumming perentorio e incalzante, ricco di sfaccettature timbriche, dell'insostituibile Cristiano Calcagnile. Alla trasfigurazione visionaria del mondo rotiano ha provveduto l'interplay mobile e motivato fra le voci dei protagonisti della front line: il canto estremo e cangiante di John De Leo, il baritono sornionamente insinuante di Beppe Scardino, il trombone del leader sempre più essenziale e denso nella sua estesa gamma di suggestioni. Il piano di Giovanni Guidi ha inserito colori ora cristallini e incantatori, ora più scuri e turbinosi.
Il concerto mattutino del trio di Enrico Zanisi, organizzato in collaborazione con il Jazz Club Bergamo, ha proposto brani dal recentissimo Keywords e dai due CD precedenti. La diteggiatura del giovane pianista romano, sensibile e sempre tenuta sotto controllo, ha condotto una narrazione fatta di delicatezze e sospensioni, di accensioni affermative e malinconiche meditazioni, di divagazioni e riprese. Congeniale e ben calibrato il contributo di Joe Rehmer e Alessandro Paternesi.

Grande curiosità c'era l'ultima sera per il duo francese Michel PortalVincent Peirani. Ci si potrebbe domandare quali differenze si possano riscontrare fra questo recente sodalizio e la precedente collaborazione fra Portal e Richard Galliano, per capire se da parte dell'anziano clarinettista ci sia un atteggiamento di rivalsa, di nostalgia, di sfida o semplicemente un'esigenza di rinnovamento. Per esempio la versione di "Blow Up" è parsa molto diversa da quella del passato con Galliano, più elaborata, arabescata, con il tema che è emerso all'unisono solo nel finale, in sostanza meno immediata. Così anche "Cuba sì, Cuba no" (suggestione musicale ispirata a Cuba, ma paradossalmente contenente anche accenti balcanici), che ha subìto eccentriche deformazioni armoniche nella lunga introduzione di Peirani. Di quest'ultimo inoltre si sono potute ascoltare alcune recenti composizioni, in parte pensate appositamente per il duo, ora esplicitamente popolaresche, ora più evocative...
In definitiva il connubio, che ha funzionato in quanto condotto da due virtuosi dei rispettivi strumenti in buona sintonia fra loro, si è differenziato nettamente dagli esiti dei passati incontri Portal-Galliano, la cui musica era tanto esplicita, lapidaria e travolgente, quanto questa è risultata sofisticata, più decantata, non certo intellettualistica ma dal retrogusto un po' latente e mesto. A ben vedere, un velo di malcelata e disillusa nostalgia lo si è potuta scorgere nell'emissione delle ance del pur motivato e ancora tecnicamente ineccepibile clarinettista settantottenne.

Come i fuochi d'artificio a conclusione della festa del patrono, così la facile spettacolarità della Trilok Gurtu Band ha chiuso questa edizione del festival. Fra omaggi a Miles e a Dizzy, all'Africa e all'India, a Berchidda e al Nord, il programmatico incrocio di culture è risultato davvero furbesco e di grana grossa, mentre non è stato sfruttato adeguatamente l'inserimento del trombettista norvegese Mathias Eick come ospite. Traumatiche infine le "cannonate" di una grancassa elettronica esageratamente amplificata.

A margine è il caso di rilevare che fra le iniziative collaterali spiccava nella ex chiesa della Maddalena la mostra fotografica di Maurizio e Federico Buscarino sulle precedenti edizioni del festival. Il percorso si apriva, a mo' di invito critico, con tre scatti sul pubblico del 1978 al Palazzo dello Sport e altrettanti sugli spettatori del Teatro Donizetti nell'edizione dello scorso anno. Il confronto risultava sconcertante: nel 1978 il pubblico era costituito esclusivamente da giovani, di età fra i venti e i trent'anni, mentre nella platea del 2013, dove pullulavano le chiome grigie o bianche, è raro scorgere persone al di sotto dei quarant'anni.
Non è questa la sede per affrontare un'analisi socio-culturale tesa a spiegare il fenomeno dell'invecchiamento del pubblico del jazz, un trend che si osserva ovunque, non solo in Italia, tuttavia le differenze lampanti fra quelle immagini davano molto da pensare.

Foto
Gianfranco Rota.

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