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Bergamo Jazz 2012 nel segno dell'America
Dopo le tre edizioni di Uri Caine (2006, 2007 e 2008) e le tre di Paolo Fresu (2009, 2010 e 2011), il testimone della direzione artistica del Bergamo Jazz festival è passato nelle mani di Enrico Rava che, con il supporto tecnico-amministrativo di Mario Guidi, si è attenuto ad un criterio semplice e del tutto personale nel concepire il cartellone: "Ho immaginato un festival al quale avrei partecipato volentieri come fruitore: se vogliamo ho ideato un festival su misura per me". Le scelte sono cadute soprattutto su esponenti della "consolidata attualità" americana, privilegiando i pianisti e i virtuosi degli ottoni.
Ad uno di questi, il tubista inglese Oren Marshall, è stata affidata l'apertura pomeridiana del festival nelle sale della Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea. Dopo un avvio lento ed austero, basato su un concettuale radicalismo strumentale, la sua solo performance è riuscita ad ottenere gradualmente la concentrazione del pubblico; il coinvolgimento è andato aumentando man mano che si sono susseguiti una sontuosa elaborazione degli armonici, una suggestiva interpretazione del tema di "Orfeo Negro" e momenti di maggiore verve dinamica.
I concerti serali al Teatro Donizetti non potevano essere inaugurati in modo migliore: Jason Moran ha affrontato un repertorio composito, che, oltre ad includere un paio di original dedicati ad artisti newyorchesi, ha utilizzato registrazioni storiche di brani famosi come basi di partenza da stravolgere nelle sue rielaborazioni pianistiche. Fats Waller, Jaki Byard e Thelonious Monk sono stati gli autori più saccheggiati. Sulla voce di Billie Holiday Moran si è inserito con una sorta di karaoke pianistico; "Little Rootie Tootie" è stato introdotto da una sorprendente incisione che riporta i secchi e ritmati passi di danza dello stesso Monk; temi blues sono stati estesi e trasformati in inflessioni non canoniche; a volte il pianista ha esasperato i presupposti malinconici ed intimisti, in altre occasioni ha tradotto gli standard in racconti popular trascurando l'originaria anima jazzistica.
Il pianista si è insomma confermato un interprete sofisticato, pienamente immerso nella storia del jazz, ma anche sfaccettato, pluridirezionale, qualificandosi come uno dei più convincenti rappresentanti dell'attualità.
Non ha invece pienamente convinto un altro atteso esponente della medesima attualità americana: Ambrose Akinmusire. Il trombettista, nato a Oakland trent'anni fa, possiede un sound personale e ricco di sfumature: ad attacchi per lo più morbidi fanno seguito inflessioni acidule o piene, strozzature e flebili sospiri. Il fraseggio, allucinato, imprevedibile e spigoloso nei tempi veloci, si trasforma in un canto intimista nei brani lenti. È appunto in questi che a Bergamo il trombettista è risultato preferibile, quando la sua tecnica frastagliata si è decantata in una poesia lamentosa e sofferta, carica di pathos. Sostanzialmente diversi, i brani mossi hanno proposto un'attualizzazione abbastanza generica di una tradizione del quintetto jazz della quale personaggi come Charles Tolliver o Woody Shaw sono stati i massimi esponenti.
Fra i suoi partner, il tenorista Walter Smith III ha dimostrato come Mark Turner abbia fatto scuola non solo per la ponderata pronuncia, ma anche per quanto riguarda il look. Pertinenti i tre membri della sezione ritmica (il pianista Sam Harris, il bassista Harish Raghavan ed il batterista Justin Brown); fra questi si sono distinti il rapsodico pianista ed il vivace batterista. In definitiva Akinmusire possiede indubbiamente notevoli doti di strumentista e interprete, ma nel complesso la musica e l'impostazione del suo quintetto non mi pare possano far gridare al miracolo quanto a carica innovativa e densità espressiva.
Altre espressioni dell'attuale ricerca americana, totalmente diverse e di ineludibile consistenza, sono state ospitate nei concerti pomeridiani all'Auditorium di Piazza della Libertà: il quartetto Snakeoil di Tim Berne, anticipato dal recente CD omonimo della ECM, e il trio di Craig Taborn.
Da tempo non ascoltavo dal vivo un gruppo pilotato dall'altista di Syracuse. A ben vedere la sua musica non è cambiata quasi per nulla rispetto alle apparizioni ed ai CD memorabili degli anni Ottanta: essa risulta sempre caratterizzata da strutture ferree che si evolvono lentamente, da inconfondibili temi melodici, ritorti su se stessi, e dalla concentrazione assoluta richiesta ai partner. Nel corso degli anni sono cambiati appunto questi ultimi ed inoltre è diventata sempre più rigorosa e nitida la consapevolezza del compositore, che oggi persegue con puntiglio una compattezza, una radicalità, un controllo delle strutture e degli sviluppi, che conferiscono alla musica del suo gruppo una dimensione cameristica vicina alla ricerca della musica contemporanea. Ne scaturisce una sorta di "minimalismo ciclico e infervorato," che paradossalmente, proprio per la sua motivazione e per la frastagliata ricchezza, rappresenta la negazione del minimalismo stesso.
In questa operazione Oscar Noriega ai clarinetti è risultato il partner ideale (magistrali un paio di suoi assoli), mentre i più giovani Matt Mitchell e Ches Smith, rispettivamente piano e batteria, si sono dimostrati certo attenti e funzionali, anche se forse non dotati di prepotente personalità. Il pianista era impegnato a tessere trame pesanti, fitte e continue, ma dalle dinamiche abbastanza piatte; la grana del drumming di Smith appariva invece più frammentata, nodosa e increspata. Di questo concerto, dall'impronta sonora densa e sostanziosa, perennemente tesa anche nei momenti di decantazione, una versione di "Song" di Paul Motian, proposta come bis, ha costituito un commiato di lirica distensione.
Come quella di Berne, la musica austera e per certi aspetti analoga di Craig Taborn non concede nulla al compromesso con accattivanti cliché: prendere o lasciare. Aperto da un distillato di note, il concerto del suo trio è cresciuto secondo una lenta e concatenata evoluzione, inoltrandosi in fasi aggrovigliate, in sequenze ipnotiche e ossessive, in contrastate e percussive reiterazioni, in spunti di più melodico e malinconico intimismo.
In questo crescendo di tensione si è rivelato insostituibile il lavoro dei due concentratissimi partner: il drumming continuo e fitto ma dalla tessitura minuta di Gerald Cleaver e il fraseggio pulito e statico del contrabbasso di Thomas Morgan, che ha selezionato le note una per una, a volte sottolineando i riff o i temi tracciati dalla mano sinistra del leader. Nonostante che il flusso ininterrotto di questa suite di quasi un'ora e mezza comportasse un ascolto indubbiamente impegnativo, il pubblico è rimasto immobile e silenziosissimo, come ipnotizzato, fino all'applauso finale.
Ancora due presenze americane hanno caratterizzato la serata conclusiva al Donizetti: Brad Mehldau in trio e la Ray Anderson Pocket Brass Band. Se il trio di Taborn ha rappresentato l'attualità più ineludibile della classica formazione piano-basso-batteria, quello di Mehldau, con i fedelissimi Larry Grenadier e Jeff Ballard, ha riproposto, con minore carica innovativa, l'impronta che lo rese famoso al suo apparire ad Umbria Jazz alla fine degli anni Novanta. L'amplificazione ridotta al minimo e un interplay leggiadro hanno tradotto la fluidità melodica di un repertorio di song su tempi medio-lenti in un percorso ora di sereno e disteso lirismo ora di affermativa e swingante sicurezza. Non è mancato qualche momento di notevole pianismo, ma è prevalsa l'impressione di una generale routine, di qualità ma senza inquietudini.
Un'ombra di routine, almeno per chi è giunto ad ascoltare questa formazione per la terza volta, ha velato anche il concerto finale della Pocket Brass Band, forse anche penalizzato dall'ora tarda. In questa intelligente ed originale proposta di Ray Anderson, la rivisitazione di certo jazz delle origini si intreccia con le cadenze e le pronunce di una moderata sperimentazione.
A Bergamo il forbito dialogo fra la tromba di Lew Soloff, non impeccabile nei sovracuti come un tempo, e il trombone inimitabile del leader è stato sostenuto dall'agile e sontuoso contributo di Matt Perrine al sousafono, uno dei pochi e geniali interpreti del suo strumento. Eric McPherson invece, relegato a fare il metronomo, era ben lontano dal produrre la secca e perentoria verve che Bobby Previte introduceva nella formazione originaria.
Tutt'altra appartenenza culturale, all'interno del festival, ha caratterizzato la riproposizione di Mistico Mediterraneo, in cui gli strumenti di Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura hanno trovato una fusione con le voci del coro corso A Filetta. Perché un progetto interculturale funzioni bisogna che siano solide e autentiche le culture di partenza e che l'incontro venga attuato sulla base di una reale motivazione e predisposizione al confronto. È quello che si verifica in questo caso, in cui il rispetto reciproco garantisce il risultato di un'operazione di trasfigurazione immaginaria della dimensione mistica di un Mediterraneo senza confini rigidi.
Gli impasti armonici del coro sono unici; da essi emergono di volta in volta le voci soliste che assumono inflessioni sommesse ma a tratti esasperate. La pulizia e la dinamica della pronuncia del trombettista sardo prendono le mosse da un'apertura mentale di matrice jazzistica, mentre il misuratissimo bandoneon del marchigiano inserisce colori popolari e colti allo stesso tempo. Rispetto ad altre apparizioni, quella di Bergamo è risultata del tutto equilibrata, rilassata, carica di intima poesia, esaltata da un'amplificazione perfetta.
L'unica partecipazione totalmente italiana alla trentaquattresima edizione del festival è stata quella del trio dell'emergente sassofonista Mattia Cigalini, completato dagli esperti Riccardo Fioravanti al basso elettrico e Stefano Bagnoli alla batteria. Il loro contributo è stato congeniale, anche se personalmente avrei preferito una sonorità più asciutta e meno alonata da parte del bassista. Quanto al giovane sassofonista e leader, egli è apparso ulteriormente maturato e motivato in questo singolare progetto, dedicato alla reinterpretazione in chiave jazzistica dei temi di Shakira, Lady Gaga, Jennifer Lopez ed altri, che imperversano nelle discoteche, temi famigliari allo stesso Cigalini come ai suoi coetanei. Dal palinsesto del concerto, che è stato registrato per essere tradotto in disco, si è discostato un original, molto assorto e interpretato in solitudine, concepito in occasione della recente e improvvisa scomparsa della madre.
La pronuncia strumentale di Cigalini, dinamica e riccamente modulata, ha fatto ricorso alle giuste spaziature, all'efficace ripetizione variata delle frasi, ad accorte enfasi, esasperazioni e sottolineature, ad esuberanti progressioni. Indubbiamente al contralto il suo piglio e la sua notevole fantasia interpretativa si rivestono di un sound più personale e consistente che al soprano. Azzardando mi spingo a dire che il ventiduenne sassofonista piacentino potrebbe diventare un protagonista di spicco del nostro jazz.
Foto di Luciano Rossetti.
Altre foto di questo festival sono disponibili nel foto-racconto: capitolo primo, secondo e terzo].
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