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Roscoe Mitchell: Bells for the South Side

Giuseppe Segala By

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Ecco un disco per ascoltatori esigenti. Un lavoro che ripaga con generosità l'impegno di un ascolto vigile, informato, empatico. Roscoe Mitchell è tra i musicisti di oggi che hanno saputo costruire la propria arte con incorruttibile determinazione e coerenza. Bells for the South Side ne rappresenta un capitolo importante, che racchiude una prodigiosa sintesi e nel contempo rappresenta un affondo formidabile. La cosa che immediatamente risalta, è la precisione e la focalizzazione di tutta la musica, che si dipana in un'ampia serie di passaggi, transitando dalla contemplazione affilata e sempre percorsa da ironia, al magma incandescente. Mitchell si specchia nel suo ricco passato e ne trae vigore, vitalità creativa.

Un lavoro in cui la relazione tra tempo e spazio è scandagliata dal suono, dal ritmo; è vegliata dall'intelligenza e dall'esperienza. L'esperienza di Mitchell rappresenta in tutto il suo lavoro un centro gravitazionale al quale si rapportano creatività, arte esecutiva, organizzazione del gruppo. Consapevolezza lontana dai compromessi. A Mitchell interessano gli aspetti razionali del controllo di improvvisazione, sound, composizione. Ma gli interessa anche il momento della performance, quando l'attenzione si apre a ogni stimolo, al dipanarsi spontaneo del dialogo e dell'ascolto.

Il doppio CD Bells for the South Side scaturisce da un progetto presentato al Museum of the Contemporary Art Chicago, in cui si celebrava nel 2015 il cinquantesimo anniversario dell'AACM, la Association for the Advancement of Creative Musicians, con performance affidate a Mitchell, nello stesso museo e al Teatro MCA. Ne sono coinvolti quattro organici di trio, la cui genesi è descritta dallo stesso musicista nelle note di copertina: uno, con Jaribu Shahid e Tani Tabbal, affonda le proprie radici nella metà degli anni Settanta; gli altri sono più recenti, come quello che affianca a Mitchell i due suoi colleghi docenti al Mills College, James Frei e William Winant, nato nel 2011 in occasione di Angel City Jazz Festival.

Negli altri trii, due musicisti di assoluta rilevanza affiancano Mitchell: il batterista Tyshawn Sorey e il pianista Craig Taborn, in organici che nell'ordine sono completati da un altro storico collaboratore di Mitchell, il trombettista Hugh Ragin, e dal notevole batterista britannico Kikanju Baku, che abbiamo già apprezzato con questa formazione nei due volumi dal titolo Conversations. Naturalmente, l'ingegno combinatorio di Mitchell fu stimolato dalla presenza di tale drappello, e nella performance alcuni brani furono affidati a ensemble di diverse configurazioni allargate.

Come si può immaginare, ciò non nuoce alla coerenza della musica, ne ramifica piuttosto le direzioni, ne arricchisce i dosaggi e i contrasti. Nel museo che ospitava la performance sono tra l'altro alloggiati gli storici set di percussioni assemblati dai componenti dell'Art Ensemble of Chicago, e nei brani là registrati Sorey, Tabbal, Baku, Winant e gli altri si cimentano con quelle raccolte di tesori. Ne scaturisce una musica che risuona del passato glorioso dell'AACM, e per un altro verso guarda nuovi orizzonti. In particolare, mescolandosi con l'elettronica attraverso il significativo apporto di Taborn e Fei, dà luogo in molti brani a cortocircuiti di notevole interesse.

In "Dancing in the Canyon," con Taborn e Baku, l'alternanza di percussioni ed elettronica disegna in modo mirabile questo effetto di compenetrazione tra passato e futuro, che si rapprende poi in una vorticosa improvvisazione di pianoforte, batteria e sax soprano. Non è necessario ricordare il controllo assoluto di questo strumento da parte di Mitchell, che spreme suoni, si inerpica su sovracuti e si rifrange scintillante negli armonici.

In tanti altri episodi l'elettronica e le percussioni sono utilizzate in modo intenso e prodigioso: tra i momenti più pregnanti ricordiamo quello di "The Last Chord," dove il sopranino gioca dapprima con gli enigmi sonori di Fei e poi si avvita nelle folate cupe di un minaccioso maelstrom. Tra i brani in trio, spiccano i rimpalli quasi puntillistici di "Prelude to a Rose," con la tromba di Ragin, il soprano di Mitchell e con il batterista Sorey al trombone (altrove anche al pianoforte). Anche qui suoni che rabbrividiscono nell'enigma, e si distendono successivamente in una chiusura solenne, quasi da corale. Il sigillo a questo doppio scrigno di meraviglie è dato dal celebre motivo di "Odwalla," che giunge alla fine del lungo "Red Moon in the Sky": dopo diciassette minuti di scandaglio acustico ed elettroacustico dello spazio-tempo, arriva una versione assorta, distesa, densa, dell'indimenticabile cavallo di battaglia di Roscoe con l'Art Ensemble of Chicago.

Track Listing:
CD 1:
Spatial Aspects of the Sound; Panoply; Prelude to a Rose; Dancing in the Canyon; EP 7849; Bells for the South Side.
CD 2:
Prelude to the Card Game, Cards for Drums, And the Final Hand; The Last Chord; Six Gongs and Two Woodblocks; R509A Twenty B; Red Moon in the Sky / Odwalla

Personnel:
Roscoe Mitchell: Sopranino, soprano, alto and bass saxophones, flutes, percussions; James Fei: sopranino and alto saxophones, clarinet, elettronics; Hugh Ragin: trumpets; Tyshawn Sorey: trombone, piano, drums, percussions; Craig Taborn: piano, organ, elettronics; Jaribu Shahid: bass, percussions; Tani Tabbal: drums, percussions; Kikanju Baku: drums, percussions; William Winant: percussions, tubular bells, glockenspiel, vibes, marimba, roto toms, drums, woodblocks, tympani.

Title: Bells for the South Side | Year Released: 2017 | Record Label: ECM Records

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