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Barry Guy - Maya Homburger - Maddalena Crippa

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Parma Jazz Frontiere

Palazzo Sanvitale - Parma - 09.12.2007

Ha avuto un'importanza relativa conoscere l'ordine e gli autori dei brani, correttamente riportati dal programma di sala: partiti da "Veni Creator Spiritus", un inno pentecostale attribuito a Rabano Mauro, vissuto tra l’ottavo e il nono secolo, e passati a Heinrich Ignaz Franz von Biber, compositore boemo della seconda metà del Seicento, si è poi dato spazio a cinque brani di Barry Guy, intercalati da una composizione di Dario Castello, autore veneziano dei primi decenni del diciassettesimo secolo, per finire ancora con Biber. Conoscere questa sequenza ha rivestito un interesse secondario perché, a conti fatti, la continuità è stato l'aspetto che è nettamente prevalso nel concerto della coppia Maya Homburger - Barry Guy (violino barocco e contrabbasso), affiancati dalla voce recitante di Maddalena Crippa.

La continuità, l'unitarietà e la ciclicità della performance al Palazzo Sanvitale sono state frutto, oltre che della contiguità timbrica dei due strumenti ad arco, soprattutto del modo di intrecciare senza stacchi netti e dispersivi le tappe del percorso, quelle antiche e quelle contemporanee. Anzi, dal punto di vista interpretativo, il modo vivo, partecipato, vibrante di rivisitare i classici, attualizzandoli, ha fatto riscontro all'approccio austero, "classico" di proporre i brani attualissimi di Guy, basati su una buona dose di improvvisazione. Si è assistito quindi ad un transitare fluido, naturale attraverso mondi espressivi (compreso quello della poesia) diversi ed apparentemente lontani.

Una riprova della ciclica unitarietà della performance è stato il fatto che il pubblico non ha ritenuto pertinente interrompere il cerchio magico creato dal concerto, evitando di applaudire alla fine di ogni brano; lo stesso atteggiamento concentrato degli interpreti, il loro "passarsi la palla" da un episodio all'altro senza fermare il gioco, scoraggiava ogni tentativo di sottolineare la propria approvazione con l'applauso.

Solo una volta, a tre quarti del concerto, non si è potuto fare a meno di derogare da questo implicito accordo fra pubblico ed esecutori. È capitato alla fine di "5 Fizzles", improvvisazione strutturata in cui Guy ha riversato sul proprio strumento i mezzi espressivi più sperimentali ed eterodossi: lo ha sottoposto ad una feroce aggressione con il legno grezzo di un archetto privo di crini, lo ha percosso ritmicamente con un'asticella metallica, ne ha "spolverato" le corde con un pennello, ha violentato le stesse penetrandole con un'asta, che, rimanendovi imbrigliata, ha deformato la sonorità dello strumento... Questo sfrenato, tellurico procedimento di Guy, per altro collaudato da decenni, da un lato ha rappresentato una sistematica, rigorosa combinazione di soluzioni operative, di alta valenza concettuale, dall'altro è stato un energico sfogo, una dichiarazione di amore-odio per quello strumento che è diventato per lui come una protesi, una propaggine artificiale/naturale del proprio corpo e della propria mente.

Maya Homburger ha confermato di essere una delle massime interpreti del violino barocco, ma del tutto a proprio agio anche con le aperte ed estreme partiture del marito contrabbassista, al quale la legano una grande affinità ed una ormai lunga collaborazione professionale. La voce del suo violino ha palesato sempre un corpo pastoso, una sonorità piena e per nulla leziosa, una consistenza vicina a quella della viola.

In definitiva la lezione più evidente venuta dall'esibizione empatica della coppia Guy- Homburger (lezione non nuova, ma della quale si sente il bisogno di una continua verifica) è stata che è sempre l'interpretazione ad inverare il materiale musicale qualunque sia la sua origine: quello di ieri come quello di oggi, quello scritto come quello improvvisato; è l'interpretazione a dare vita, unità e coerenza ad un repertorio apparentemente eterogeneo, a tessere un filo rosso fra mondi apparentemente distanti.

Intercalata ai brani musicali, ma per nulla estranea a quella continuità ed unitarietà di cui si è detto, è intervenuta la voce piana, austera, quasi asettica di Maddalena Crippa, che ha recitato poesie tratte da Engellieder (Poesie agli angeli) di Rilke. Volutamente è stata operata la scelta di mantenere i testi in lingua tedesca con lo scopo di conservare la musicalità originaria, che sarebbe stata alterata dalla traduzione italiana (riportata comunque su uno schermo di fondo). Si è quindi cercata un'assonanza fra temi musicali e temi poetici, fra la forza evocativa e significante della parola e quella asemantica ma ugualmente concreta e coinvolgente del suono.

Il concerto, dedicato alla memoria di Caterina Dallara, collaboratrice dell'Associazione Parmafrontiere prematuramente scomparsa (da qui la scelta dei testi di Rilke), ha rappresentato l'appuntamento conclusivo della dodicesima edizione di Parma Jazz Frontiere. Dal 24 novembre al 9 dicembre il festival, come sempre sotto la direzione artistica di Roberto Bonati, ha offerto un programma variegato, mai ovvio: a fianco di proposte di sofisticata raffinatezza ed altre più comunicative (in tutto una dozzina di concerti in varie sedi) ha presentato la nuova produzione del largo ensemble guidato dallo stesso Bonati, incentrata quest'anno sulla suggestione tutta orientale della controversa, immediata semplicità degli haiku.

Foto di Danilo Codazzi

Altre immagini di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini

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