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Umbria Jazz 2018 - prima parte

Umbria Jazz 2018 - prima parte
Libero Farnè By

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Umbria Jazz
Varie sedi
Perugia
13-16.07.2018

Seguire Umbria Jazz significa soprattutto frequentare in tutte le ore della giornata i suoi diversi e caratterizzati spazi; sono loro infatti che, all'aperto o al chiuso, con la loro storia, dimensione, accessibilità, sono commisurati a una programmazione differenziata per generi musicali e forza attrattiva dei protagonisti, destinata a varie fasce di pubblico. Come vedremo, la mappa dei luoghi del jazz perugini, tutti collocati nel centro storico con innumerevoli appuntamenti gratuiti o a pagamento, si è arricchita fra l'altro di un paio di spazi; ma indubbiamente le location principali rimangono quelle delle edizioni passate.

Un sintetico resoconto delle prime quattro giornate del festival (13—16 luglio), che hanno fin da subito registrato una notevole affluenza di pubblico, può dare un'idea dell'organica varietà della sua programmazione.

La "Quincy Jones 85th Anniversary Celebration," sotto la ferrea regia di Nanni Zedda e con Nick The Nightfly in veste di cerimoniere, ha aperto le serate nella sterminata Arena Santa Giuliana, affollata all'inverosimile. Si è trattato appunto di una celebrazione in piena regola: ufficiale, entusiastica, rituale... interminabile con la sua sfilata di ospiti famosi. I temi intramontabili delle colonne sonore di Jones e i suoi arrangiamenti sono stati riproposti da una grande orchestra, diretta da John Clayton e rinforzata da una sezione ritmica americana. Nella formazione confluivano l'ormai solida Umbria Jazz Orchestra e l'Orchestra da Camera di Perugia.

Supportati da quest'orchestra invidiabile si sono poi succeduti gli omaggi dei vari ospiti: le polifonie suadenti dei Take 6, la classe stagionata di Patti Austin e quella più aggressiva di Dee Dee Bridgewater, l'enfasi del pianismo di Alfredo Rodriguez e del percussionismo di Pedrito Martinez. Eccentrica l'idea di Noa, con il fido Gil Dor, di interpretare musiche di Johann Sebastian Bach, compositore prediletto di Jones, prima di sfociare in una trascinante canzone israeliana, mentre a più riprese Ivan Lins ha sciorinato delicatezze e ritmi brasiliani. Paolo Fresu infine, unico jazzista italiano invitato, ha inserito una pertinente nota davisiana. Nel finale tutti gli ospiti si sono riuniti sul palco, questa volta diretti dall'ottantacinquenne poliedrico e carismatico boss dello spettacolo americano, per eseguire un paio di suoi famosissimi brani.

Nelle due notti brasiliane ha spiccato innanzi tutto la rivisitazione, dopo quarant'anni, del CD Refavela da parte di Gilberto Gil. Con una vitalità insopprimibile, una sorta di "famiglia allargata" dispiegata sul palco ha proposto una musica strumentale e vocale di grandi risorse, soprattutto corale, dimostrando la genuinità del recupero delle matrici africane da parte del movimento del Tropicalismo. Cuore, ritmo, virtuosismo e poesia tesi ad esprimere l'internazionalizzazione di una cultura di contaminazione, ma del tutto autentica e coinvolgente.

A confronto della briosa mobilità fisica, musicale e culturale della larga formazione di Gilberto Gil, il Brasile proposto subito dopo da Margareth Menezes è parso certo di grande impatto, ma più schematico e monolitico. L'inesorabile massa sonora confezionata dagli strumentisti era unicamente al servizio della voce esasperata della protagonista, sola al centro del palcoscenico.

La seconda Brasilian Night si è aperta con Stefano Bollani, che ha presentato prevalentemente propri original dal sapore carioca tratti dal CD Que Bom, adeguatamente sostenuto dalla ritmica di un quartetto di musicisti brasiliani. Un Bollani particolarmente ispirato e misurato ha beneficiato dell'amplificazione, sorprendentemente contenuta per il luogo, ben amministrata dal proprio tecnico del suono. La raffinatezza seducente e briosa del suo pianismo ha rappresentato un'introduzione appropriata al piatto forte della serata, ...che invece, secondo il mio parere, ha in parte deluso.

Caetano Veloso, uno dei beniamini del festival umbro fin dal 1993, in questa tournée era attorniato dai tre figli, tutti musicisti, dal primogenito già affermato al più giovane al suo debutto: Moreno, Zeca, Tom. Un'univoca affinità culturale, un'atmosfera di complicità, di per sé un po' sospetta, ora convincente ora più stentata, hanno rivestito un repertorio composito di canzoni scritte da ognuno di loro,... ma la poesia intima e contagiosa della voce del pater familias è emersa purtroppo solo in alcuni brani.

Come nelle passate edizioni, la sala Podiani della Galleria Nazionale dell'Umbria, la cui acustica è risultata notevolmente migliorata dalle pannellature per le mostre temporanee installate sulle pareti perimetrali, ha accolto i concerti di mezzogiorno per soli e piccole formazioni. Un'intima concentrazione ha guidato la concatenata ricerca di Stefano Battaglia su linee melodiche e dinamiche evocative, dapprima reticenti e vaghe poi sempre più evidenti, ora ispirate alla tradizione balcanica e mediorientale, ora d'impronta espressionista, ora di luminoso lirismo. Come il pianista milanese predilige fare negli ultimi anni, una suite unica ha racchiuso il suo distintivo mondo espressivo e poetico.

Formatosi nell'inverno scorso, il duo Gianluca PetrellaPasquale Mirra si è subito imposto come uno dei sodalizi più simbiotici e motivati in circolazione, dimostrazione della piena maturità di entrambi. L'attuale espressività del trombonista, diretta, estroversa, poderosa, dallo straordinario senso melodico, trovano un alter ego ideale nella ricchezza dinamica e timbrica del vibrafonista, concentratissimo nell'uso di vari materiali. Il loro vivace interplay ha dato corpo a un repertorio congeniale, che intreccia varie matrici: original, Africa e jazz, donando nuova vita a brani di Charles Mingus, Lennie Tristano e soprattutto Don Cherry.

Una vera e propria conferenza-concerto è stata invece quella di Gianni Coscia, che ha rievocato la sua amicizia con Umberto Eco, traducendo in musica il percorso storico e autobiografico di "La misteriosa fiamma della regina Loana," romanzo di Eco in cui uno dei personaggi è ispirato appunto al fisarmonicista. Secondo un'estemporanea selezione dei brani, con un tono confidenziale, riflessivo e moderatamente nostalgico, con un tocco imprevedibile sulle tastiere dello strumento, Coscia ha improvvisato soprattutto su canzoni italiane degli anni Trenta e Quaranta, che potrebbero avere la dignità di standard, ma anche su brevi composizioni scritte da o con l'amico Eco e su alcuni temi di Duke Ellington, deformati dinamicamente e armonicamente verso una piega malinconica.

Al Teatro Morlacchi, altro spazio storico di Umbria Jazz, si sono svolti concerti pomeridiani e notturni di sicura impronta jazzistica. Con Carpe diem il Devil Quartet di Paolo Fresu ha abbandonato la dimensione elettrica: Bebo Ferra ha recuperato la chitarra acustica, Stefano Bagnoli si affida esclusivamente alle spazzole e il leader modera il ricorso all'elettronica. Oggi non posso che confermare la mia valutazione positiva di questa variazione, già espressa recensendo in marzo da Bologna una delle prime apparizioni di questo progetto. Non solo ne risulta modificato il sound complessivo del gruppo, ma, anche per via del nuovo repertorio, vengono ricalibrati pure la densità dinamica e il senso narrativo della musica del quartetto.

Nel progetto Lumina, prodotto dallo stesso Fresu e già su disco della Tuk Music, si coagulano in formazioni sempre diverse le notevoli doti di Carla Casarano, Leila Shirvani, Marco Bardoscia , William Greco ed Emanuele Maniscalco (rispettivamente voce, violoncello, contrabbasso, pianoforte e batteria). Sempre al Morlacchi composizioni di Greco, Maniscalco e Bardoscia, su testi di Marcello Fois, Lella Costa ed altri, hanno creato una musica cangiante e narrativa, di prevalente impronta cameristica. Si sono dispiegate così linee distese e limpide, lasciando talvolta il posto a graduali e tonici crescendo o a ripiegamenti corruschi e circolari.

Foto: Roberto Cifarelli.
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