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Tenco 2011 – Robe di Amilcare
Proprio nell'anno in cui cadeva il centenario della nascita di Amilcare Rambaldi, storico fondatore del Club Tenco, l'omonima rassegna si è vista decurtare nientemeno che il 60% del budget della scorsa edizione (già a sua volta falcidiata da tagli, fra l'altro), almeno in parte coperto dalla SIAE, che si è impegnata a replicare nel 2012. I "ragazzi" di Amilcare, dopo lunghe quanto prevedibilmente penose elucubrazioni sul da farsi, hanno infine deciso che la rassegna doveva sopravvivere, pur ridimensionata nell'allestimento e nel cast, conservando le tradizionali tre giornate.
Il Tenco 2011 è stato così ribattezzato Robe di Amilcare, traslando al plurale il titolo del brano che Paolo Conte dedicò a Rambaldi (scomparso nel '95) nell'edizione '97. E dall'omaggio contiano sono stati estrapolati altri frammenti testuali, a titolare per esempio la bellissima mostra documentaria Qui sto parlando di Amilcare, nonché il video L'ho visto, guardava..., toccante ricordo dell'antico patron attraverso interviste e altro. Robe di Amilcare stava inoltre a effigiare il taglio che il direttivo del Tenco ha inteso dare a questa sua ennesima scommessa, complice, ovviamente, il taglio di cui sopra: puntare anzitutto sui giovani, o comunque su personaggi poco noti. Partiamo dunque di qui per capire cosa ci ha offerto questo Tenco 2011.
La prima sera, sul versante specifico, si è distinto solo il duo palermitano tutto al femminile denominato Iotatòla, proposta assai personale e spiritosa, per quanto magari non particolarmente concettuale. Decisamente meglio le cose sono andate la sera dopo, con Cesare Basile (che proprio di primo pelo non è) e il suo "cantautorame" (per dirla con Gaber) DOC, i Mariposa, già alquanto noti (e apprezzati) fra gli adepti, che hanno ribadito la loro vena felicemente "cialtrona," originale e arguta, e soprattutto Iosonouncane, al secolo Jacopo Incani, notevole puledro sardo ventottenne che ha proposto brani (due) dal suo album d'esordio La macarena su Roma, a iniziare proprio dalla titletrack, sorta di atto unico in musica (e non) in cui vocalità, elettronica, collage, rumorismo, ecc. si incontrano/scontrano in un tutto dagli esiti spesso sorprendenti. Qualcosa che definire canzone sarebbe quanto meno fuorviante.
Detto che l'ultima sera una bella spanna sugli altri deb si è sporta la Piccola Bottega Baltazar, formazione veneta già piuttosto nota, fragrante, raffinata e seduttiva quanto basta per farsi largamente apprezzare, passiamo al resto. Procedendo, come si conviene, in ordine di apparizione.
La prima sera, così, si sono in qualche modo concentrate le targhe che ogni anno premiano il meglio della produzione discografica. Maiuscola è stata, anzitutto, l'esibizione di Patrizia Laquidara, targa per il miglior disco in dialetto (vicentino) con Il canto dell'Anguana. L'artista si è presentata con una formazione decisamente larga, che ne ha saputo sottolineare la rigogliosa presenza scenica (oltre che vocale e compositiva, ambito in cui le è stato degno sodale Alfonso Santimone), sia per l'ampia tavolozza strumentale, sia per l'irresistibile incursione delle Canterine del Feo, cinque arzille vecchiette che si sono ritagliate anche un piccolo siparietto ad hoc. Ovviamente applauditissimo.
La stessa sera, il ligure Cristiano Angelini ha ritirato la targa per la miglior opera prima (L'ombra della mosca), ospitando in un brano anche il collega (e conterraneo) Max Manfredi, dopo aver aperto il suo set col primo dei tre omaggi a Brassens, a novant'anni dalla nascita e trenta dalla morte (le altre due sere ci hanno pensato Alberto Patrucco e i Baltazar, in veneto). Vinicio Capossela ha chiuso la serata attingendo dal "targato"
Marinai, profeti e balene (album dell'anno), passando poi a "S.S. dei naufragati" (da Ovunque proteggi), per chiudere con un bell'omaggio a Enzo Del Re, scomparso in giugno. Al suo fianco, oltre al gustosissimo Coro degli Apocrifi e agli attrezzi maneggiati da Francesco Arcuri, c'era il contrabbasso di Greg Cohen (anche in duo), per un set che non ha mancato di riconfermare tutto il talento del Vinicio nazionale.
L'ultima targa, destinata al miglior album d'interprete, è stata consegnata la terza sera alla genovese Roberta Alloisio per Janua (Genova, appunto), nel corso di un felice miniset cui ha dato lustro la limpidissima chitarra di Armando Corsi. Per il resto, era questa le serata dei Premi Tenco 2011 (assegnati dal direttivo, laddove le targhe sono frutto di un referendum fra i giornalisti accreditati). Il primo a guadagnare la scena è stato il ceco Jaromìr Nohavica, accompagnato da Alessio Lega, suo traduttore e mentore. Appoggiando la sua voce ricca di sfumature su chitarra o organetto, Nohavica ha sintetizzato i contorni di una proposta di grande fragranza e
compiutezza, seguito da Mauro Pagani, premiato come operatore culturale, che ha omaggiato il suo storico coéquipier Fabrizio De André (di cui in apertura di rassegna Vittorio De Scalzi aveva presentato Le onde del sonno, testo inedito musicato dallo stesso De Scalzi) e il recentemente scomparso Pepi Morgia (altri hanno ricordato sia quest'ultimo che Piero Milesi, a sua volta mancato da poco) con "Ottocento" (splendido, qui come altrove, Mario Arcari), inserito a sandwich fra altri brani, tra cui uno (su testo persiano) che comparirà nel suo prossimo album, previsto per la primavera 2012.
Poco da dire sul terzo premiato, Luciano Ligabue, che il Tenco ha fortemente voluto come una sorta di atto di forza (del tutto legittimo) verso chi ne sta mortificando il ruolo (del Tenco, non del Liga), ma che è apparso un corpo decisamente estraneo, come non era accaduto nelle tre precedenti occasioni (l'ultima nel 2000) in cui l'artista emiliano era stato in rassegna. Stavolta, invece, i suoi fans per primi, calati a orde sull'Ariston, l'hanno recisamente tirato via dal mazzo. Nulla a che fare con l'originario spirito dettato da Rambaldi, pur con tutti gli aggiustamenti del caso.
Fuori dai percorsi appena delineati, la violinista (anche con Bill Frisell) e cantautrice texano-messicana Carrie Rodriguez, affiancata da Luke Jacobs alle chitarre, ha snocciolato un set fluido e accattivante, mentre Edoardo Bennato, chiudendo in gloria la serata centrale (la stessa di Carrie), è apparso particolarmente tonico, alternando brani noti ("Il paese dei balocchi," "Rinnegato") e più di nicchia in un crescendo che non ha mancato di contagiare il pubblico presente. L'usuale tappabuchi, in ultimo, era quest'anno Peppe Voltarelli, che ha intrattenuto la platea nei cambi di palco con una teatralità gestita molto "a braccio," in un caso affiancato da Petra Magoni. Con questo dovrebbe essere proprio tutto. O quasi: l'augurio è ovviamente quello di ritrovarci far un anno a scrivere ancora di un Tenco lasciatoci alle spalle di fresco.
Foto di Alberto Bazzurro.
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