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Spaghetti Jazz al Bistrot Santarosa di Firenze

Neri Pollastri BY

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Bistrot Santarosa
Spaghetti Jazz
Firenze
Dicembre 2016

In una realtà nazionale nella quale le amministrazioni non investono più in cultura e, quindi, ancor meno nel jazz (specie se svincolato dai soliti quattro nomi -sempre più "pop"), le rassegne e i jazz club chiudono e anche il pubblico latita, fortunatamente non mancano i tentativi di reagire, magari inventando (o reinventando) forme e luoghi diversi attraverso i quali mettere in scena della musica originale e genuinamente jazz.

A Firenze -città che per la sua tradizione culturale "classica" e per la pressione degli interessi turistici soffre in modo particolarmente marcato di questa crisi -i tentativi si sono susseguiti anche negli ultimi anni e ne avevamo dato in parte conto nella recente intervista a Stefano Tamborrino , che dirige artisticamente il programma della NOF, e un paio d'anni orsono intervistando Emanuele Parrini e Massimiliano Sorrentini, due musicisti che molto si sono spesi anche in questa direzione. Mentre oggi la NOF è stata inopinatamente chiusa a tempo indeterminato, colpevole di aver fatto svolgere -udite udite! -"attività danzante senza autorizzazione" (sic!), Parrini ha iniziato a curare una serie di concerti presso I Riusi, antico forno nel centro di Firenze oggi adibito a bar, pizzeria e ristorante, mentre Sorrentini ha dall'inizio di dicembre fatto la stessa cosa presso il Bistrot Santarosa, suggestivo padiglione sito in un giardino di faccia alle mura nei pressi di Porta S. Frediano, una delle zone più incontaminate del centro città.

Il programma del locale è ambizioso, essendo incentrato su musica originale, fuori dalla tradizione più classica e facente capo a quel nutrito numero di musicisti che vanno dal collettivo El Gallo Rojo a quello che sta attorno a Fonterossa Records e che porta con sé moltissimi artisti di altre provenienze. Ne è stato segno il primo mese di programmazione, che ha visto inaugurare la serie con il trio Ja Vigiu Plamja, seguito poi dal Dock Ellis Trio (vale a dire Beppe Scardino, Glauco Benedetti e Daniele Paoletti), quindi Baron Karza e infine il quartetto Naca di Tony Cattano, che ha presentato il suo disco in uscita per Aut Records.

Con la sua proverbiale ironia, Sorrentini ha battezzato la rassegna "Spaghetti Jazz" (merita andare a leggersi il "manifesto" sulla pagina facebook del locale), così che le serate -tutte di domenica all'insolito orario delle 20,30 -si sviluppano come un ricco aperitivo a base di elaboratissimi e creativi "piattini," per concludersi con una vera e propria spaghettata (niente "ajo e oio" o "pummarolina," invece anche qui ricette originalissime).

Ma, appunto, quel che conta è soprattutto la musica. Ai primi appuntamenti invero un po' penalizzata da un pubblico ancora non sufficientemente selezionato o abituato al tipo di serata, ma ciononostante sempre estremamente stimolante. Se Ja Vigiu Plamja (del quale ricordiamo il disco To Infinity and Beyond per El Gallo Rojo, del 2011) ha vissuto della splendida voce di Silvia Donati e delle continue invenzioni create assieme a Federico Squassabia e lo stesso Sorrentini (ma interessante l'ingresso del violino di Parrini, ospite in alcuni brani), Baron Karza vedeva in scena Alfonso Santimone e Piero Bittolo Bon, con Sorrentini alla batteria, e ha alternato a un primo set sofisticato, giocato su dinamiche sottili e interazioni complesse, un secondo blues, con ritmi più sostenuti, screziature dell'Hammond e soprattutto un coinvolgente e intenso lavoro del contralto di Bittolo Bon.

Il concerto conclusivo del primo mese, forte della novità della sua proposta, è forse stato quello più avvincente: supportati da una ritmica composta da Matteo Anelli al contrabbasso e Andrea Melani alla batteria, il trombone di Cattano e il violino di Emanuele Parrini hanno dialogato in modo splendido, completandosi l'un l'altro ed esaltando le reciproche caratteristiche sia timbriche che improvvisative. Da segnalare, tra i tanti aspetti, i nervosi assoli in pizzicato del violinista, che a momenti ricordavano quelli di una chitarra elettrica.

Se locale e musica, dopo solo un mese di rodaggio, sembrano già funzionare più che bene, si attende invece che si sintonizzi sulla loro lunghezza d'onda anche il pubblico. Che finora non è arrivato sempre nelle quantità attese. Quantità necessariamente non oceaniche, si badi, perché il locale è piccolo e l'intenzione degli organizzatori comunque quella di fare appuntamenti un po' intimi e riservati; ma anche quantità che consentano all'iniziativa di raggiungere un ben preciso obiettivo: quello di essere un punto di riferimento chiaro e costante per la musica improvvisata in una città come Firenze, "colta" e ricercata, ma ciononostante di fatto priva di una qualsiasi continuità in un campo artistico come questo.

Il dado è tratto, spetta agli appassionati raccogliere la sfida.

Foto: Enrico Romero.

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