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Sesto Jazz 2022

Sesto Jazz 2022

Courtesy Roberto Bruscoli

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Sesto Jazz 2022
Sesto Fiorentino (FI)
Giardino del Teatro della Limonaia
8-10.7.2022

L'edizione 2022 di Sesto Jazz, ormai tradizionale festival organizzato dalla Scuola di Musica Bruno Bartoletti di Sesto Fiorentino con la collaborazione di Music Pool, ha conservato la collocazione estiva impostasi lo scorso anno per ragioni legate alla pandemia, ma rivelatasi anche fortunata, non foss'altro per la collocazione degli spettacoli nel bel prato antistante il Teatro della Limonaia di Villa Corsi Salviati. I tre concerti, svoltisi nel fine settimana dall'8 al 10 luglio, hanno opportunamente alternato un protagonista internazionale di altissimo livello—il chitarrista Kurt Rosenwinkel—a una doppia proposta di giovani italiani—Camilla Battaglia e Giovanni Iacovella e a uno dei migliori musicisti nostrani—Francesco Bearzatti, con il suo più recente quartetto.

Rosenwinkel si è presentato in trio, con l'abituale partner Dario Deidda al basso elettrico e Jeff Ballard, che spesso risiede nei dintorni di Firenze, alla batteria: una formazione eccezionale, che ha fatto brillare un programma di per sé non tra i più intriganti del chitarrista statunitense. Il lungo concerto—oltre un'ora e mezzo—ha infatti inanellato brani originali e standard, sempre condotti in modo non completamente tradizionale, ma anche caratterizzati da un lirismo narrativo e piuttosto lontani dalla sperimentazione sia strutturale, sia sonora; limiti ai quali hanno ampiamente sopperito l'originalità e la ricchezza del fraseggio di Rosenwinkel, la sua forte intesa con Deidda e la strabordante e irruente inventiva di Ballard. Il primo ha infatti sviluppato con libertà e sorprendente ampiezza i temi dei brani, mostrando una grande originalità tanto nel suono, quanto nelle modalità espressive, in equilibrio tra le modalità dei chitarristi elettrici e di quelli acustici; Deidda ha perlopiù interagito con il leader supportandolo dialogicamente, ma si è più volte esibito in sperimentazioni sonore che hanno avuto il loro apice in uno degli ultimi brani, quando ha riprodotto con il suo basso sonorità che oscillavano tra quelle di un violoncello e quelle di una kora; infine Ballard ha ancora una volta stupito per varietà di stilemi, per il modo in cui ora accompagnava con delicatezza il chitarrista, ora si prendeva la scena con passaggi roboanti che spingevano il trio in direzioni dinamicamente più marcate e trascinanti. Una musica, dunque, (relativamente) semplice, ma suonata con grande perizia e passione, che ha convinto e coinvolto l'ampio pubblico presente.

Di tutt'altro tenore il concerto del venerdì, anzi i due concerti, visto che Camilla Battaglia e Giovanni Iacovella hanno messo in scena due performance solitarie, "legate" assieme da una decina di minuti centrali nei quali i due hanno interagito.

La cantante, come suo solito impegnata anche a laptop ed elettronica, ha presentato un progetto intitolato Perpetual Possibility, in buona sostanza uno sviluppo di quei lavori in solitaria che da qualche anno affianca ai molti altri progetti che ha in corso con varie formazioni. E questo ulteriore step della sua ricerca è parso davvero molto importante: nel corso della performance—oltre un'ora, quindi piuttosto lunga per un solo—la Battaglia ha intrecciato sonorità elettroniche e vocalizzazioni, dando prò a queste ultime la priorità, variandole costantemente ora interpretando testi tratti da i "Quattro Quartetti" di T.S. Eliot, ora usando la voce come uno strumento, anche autocampionandosi e modificando i timbri con l'elettronica—con ciò valorizzando le proprie qualità nella maniera migliore. Si aggiunga a questo che il discorso musicale sviluppato nel corso del concerto, pur estremamente complesso, era di grande coerenza, e che la conclusione con il duetto con la batteria di Iacovella, sebbene probabilmente estemporaneo, ha funto eccellentemente da conclusione/scambio, e si può capire perché il concerto della giovane artista sia stato di grande interesse e fascino, a dispetto (o forse proprio in virtù) della sua inusualità e palese sperimentalità.

Il concerto del batterista romano, intitolato Meaningful Numbers, si spingeva ancor più nella direzione della musica contemporanea: basandosi sulle immagini in continuo mutamento provenienti da un computer e da suoni elettronici che le interpretavano acusticamente, l'artista improvvisava con la sua batteria e con i vari oggetti del suo set, aiutandosi anche con percussioni elettroniche. Iniziato, come accennato, in continuità con la performance della Battaglia, lo spettacolo era diviso in due parti ed è parso un po' ridondante, ma certo non mancava di momenti alti e di un interesse per il modo in cui si sviluppava in collegamento con le immagini.

Dispiace solo che la serata sia stata penalizzata da alcune contingenze che hanno limitato il pubblico che ha potuto apprezzarla: alla ridotta presenza di persone rimaste in città in un sabato di luglio si è infatti aggiunta la presenza, a pochissima distanza, di un megaconcerto a sostegno della fabbrica GKN, da circa un anno in lotta contro la chiusura.

L'ultimo appuntamento, la sera della domenica, era con il quartetto di Francesco Bearzatti con il suo più recente progetto, Portrait of Tony, dedicato a Tony Scott, lo storico clarinettista di origini italiane del quale ricorreva lo scorso anno il centenario della nascita. Bearzatti ha messo a punto un progetto "narrativo" per molti aspetti analogo a quelli dedicati in passato a Tina Modotti o Malcom X, articolato su una serie di brani dedicati ciascuno a un aspetto o a un periodo della vita di Scott; stavolta, però, il cambiamento di organico rispetto all'esuberante Tinissima, del quale è rimasto solo il batterista Zeno De Rossi, ha reso il lavoro più lirico, più vario e, soprattutto, più malinconico dei precedenti: la presenza di una chitarra dal suono sobrio e fraseggiante quale quella di Federico Casagrande e del contrabbasso di Gabriele Evangelista, che ha preso assoli "cantabili" e duettato più volte con il leader—con una punta d'eccellenza in "A Curious Child," condotto interamente in duetto—ma anche il fatto che lo stesso Bearzatti abbia imbracciato solo il clarinetto, hanno radicalmente mutato il suono della narrazione, rendendola forse meno trascinante—anche se non sono mancati momenti irruenti—ma certo molto più diversificata nei vari "capitoli" e complessivamente assai romanticamente lirica.

Il concerto è proceduto all'incirca sulla falsariga dell'omonimo disco uscito lo scorso anno per Parco della Musica, si è mantenuto per tutta la sua durata su altissimi livelli e ha infatti affascinato l'ampio pubblico presente, anche a dispetto della dichiarata stanchezza del leader, che veniva da una faticosa trasferta. Per chi scrive, che non conosceva ancora il progetto, una conferma sia delle qualità compositive, oltre che strumentistiche, di Bearzatti, sia dell'altissimo livello ideativo del jazz nostrano.

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