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Saalfelden Jazz Festival, 2018

Saalfelden Jazz Festival, 2018
Stefano Merighi By

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Jazz Festival SaalfeldenJazzfestival Saalfelden 2018
Saalfelden, Austria
Casa del Jazz
23-26.08.2018

Il Jazzfestival di Saalfelden garantisce di solito un combinato efficace di musica avventurosa, inedita, ed esibizioni invece legate a nomi "sicuri," sempre di gran qualità. Quest'anno la formula si è rivelata meno felice del solito, pur contando su un numero di concerti ancor più elevato. Non è semplice azzeccare le proposte nuove, molti gruppi al di là delle apparenze riciclano materiali ampiamente prevedibili. Sta di fatto che diversi osservatori hanno criticato l'insieme del programma, senza per questo negare l'eccellenza di alcuni set.

In effetti spesso molte musiche sono parse prive di passione, sfocate, attente più all'intrattenimento e alla tecnica che non alla concentrazione emotiva e a una convincente poetica.

Questione anche di gusti personali, ma dispiace notare come i consueti musicisti americani, passati più volte al festival, siano sempre diverse spanne sopra alla variegata compagine di gruppi europei, anche giovani, non tutti all'altezza della situazione.

Tra questi piace citare gli austriaci Little Rosies Kindergarten, gruppo di tredici elementi che, pur con una proposta un po' dispersiva ed eclettica, hanno mostrato un sano entusiasmo tematico e improvvisativo, oltre all'avvincente tecnica percussiva di Judith Schwarz. Ma anche il quartetto franco-portoghese Chamber 4 ha convinto con le sue tessiture cameristiche improvvisate, via via sempre più tese, dal lirismo asciutto, con protagonista il violino di Théo Ceccaldi. Questi "short cuts" in scena al Nexus si ricordano ben più di diverse esibizioni del palco principale della Congress Hall.

Sempre al Nexus, ottima impressione ha lasciato il percussionista Lukas König, in un dialogo feroce col maestro chitarrista Elliott Sharp, che ha invece assai deluso in quartetto con la miscela di sbilenche canzoni di "Chansons du Crépuscule."

A proposito di chitarristi: notevole come al solito Marc Ribot. Stavolta con un programma di "protest songs," che si espone ad una facile critica di populismo spicciolo. Invece Ribot è potente e coerente, da anni convinto che l'urlo di indignazione sia elemento sempre essenziale nella musica creativa; così la sintesi di anarchia sonora e di ballate, di rock-blues e cadenze afrocubane coglie nel segno, ricollegandosi forse idealmente allo spirito dei vecchi Rootless Cosmopolitans.

Due chitarre formidabili (Mary Halvorson e Brandon Seabrook) anche nel Triple Double del batterista Tomas Fujiwara, probabilmente il miglior set del festival. Un doppio trio speculare (due batterie, due trombe, due chitarre) con orchestrazioni spettacolari, atmosfere sia aggressive che meditabonde, oasi personali incantevoli. Completano il gruppo Ralph Alessi, Taylor Ho Bynum e Gerald Cleaver.

Gli svizzeri Schnellertollermeier, con il repertorio di "Rights" espongono invece un minimalismo granitico e ipervirtuoso che, specie per qualche sequenza, sfutta al meglio i volumi gonfi, enfatici, oltre che la struttura compositiva ad incastro, zeppa di loops e barocchismi elettrici.

Su tutt'altro versante la vulnerabilità di Jaimie Branch, trombettista il cui esordio discografico è stato magnificato un po' ovunque. La musicista chicagoana mette in collisione luce e tenebre, sfruttando prima ritmi danzabili, quasi caraibici, sprofondando poi in una cupezza claustrofobica sottolineata dalle tessiture di cello e contrabbasso e dalle frasi di tromba trattenute e frammentarie, memori della lezione di Bill Dixon. Un set non sempre a fuoco, ma un sicuro talento da ascoltare forse in un ambiente più intimo.

Non molti gli afroamericani presenti quest'anno. Joe McPhee, ad esempio, sempre in gran forma fisica a dispetto degli anni che scorrono, ha presentato un gruppo curioso con due bassi più guimbri (Guillaume Séguron e Joshua Abrams), sassofoni (Daunik Lazro) e batteria più mbira (Chad Taylor), oltre ai sax e tromba tascabile del leader. Un free dunque arricchito da sonorità di Africa occidentale, meditativo e ombroso, con qualche squarcio di forte espressività e diversi momenti di stasi.

E, molto attesa, Nicole Mitchell (flauto e composizione), con il repertorio del lodatissimo Mandorla Awakening II. Un'opera ambiziosa e dai forti contrasti espressivi, basata su un racconto della stessa Mitchell in cui l'utopia sconfigge un mondo distopico e crudele. La musica policroma, che unisce aggressività caotica, purezza mistica e liberazione soul è stata impoverita da un'imperfetta diffusione sonora e, in un primo momento, da una esecuzione distaccata e vagamente accademica. Molto meglio la seconda parte, trascinata dalla vocalità di Avery Young. Nell'ottetto spiccavano il violoncello di Tomeka Reid e la chitarra elettrica di Alex Wing.

Shabaka Hutchings era ospite dell'ensemble austro-tedesco Shake Stew, che ha servito un efficace e ribollente miscela di melodie folk e innodiche e grooves danzabili, con risultati senz'altro piacevoli. Ma Shabaka con i suoi gruppi è davvero un'altra cosa.

Gran classe infine nell'epilogo riservato al quartetto "Throw a Glass," diretto dal violoncellista Erik Friedlander, con Uri Caine al piano, Mark Helias al contrabbasso e Ches Smith alla batteria. Il repertorio dell'album Artemisia mira ad una bellezza senza tempo, in bilico tra atmosfere classicheggianti e virate swing, quasi tutto in tempi dispari, servite da una compattezza d'insieme impeccabile, con gli scarti percussivi di Smith a offrire la giusta dose di imprevedibilità.

Pubblico sempre numerosissimo ed entusiasta, come da tradizione a Saalfelden. Che si prepara già a celebrare la quarantesima edizione, il prossimo anno.

Foto: Matthias Heschl

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