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Reykjavik Jazz Festival 2018

Luca Vitali By

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Reykjavik Jazz Festival
Reykjavik, Islanda
5-9.9.2018

L'Islanda ha prodotto, e produce, una grande quantità di artisti, alcuni dei quali molto conosciuti a livello internazionale come Björk, Múm, Sigur Ros, Ólafur Arnalds, Mingus Amungus, Emiliana Torrini, Of Monsters and Men... il che, a pensarci bene, ha dell'incredibile, se pensiamo che il paese è popolato da meno di 350.000 abitanti, di cui ben 130.000 nella capitale Reykjavík -la più a Nord d'Europa, vivace e intrigante (anche se a tenere banco è la natura che la circonda: ovunque si volga lo sguardo, in Islanda, c'è un geyser, un vulcano, una cascata, e sempre, ovunque, uno scenario mozzafiato!).

E le sorprese non finiscono qui perché la piccola "terra del ghiaccio" (Islanda in Norreno) è anche il luogo d'origine di alcuni fenomenali festival musicali come Iceland Airwaves (a novembre), Secret Solstice (a giugno), Sónar Reykjavík (a febbraio), e il Reykjavik Jazz Festival (agosto/settembre): ragione per cui mi trovavo in città.

Il festival jazz di Reykjavik è il più importante (o meglio l'unico) festival di jazz del paese. Nato nel 1990 e giunto alla sua 29^ edizione, è il più longevo in Islanda e presenta il meglio della scena locale al pari di importanti stelle internazionali. Dal 2014 è diretto dalla pianista Sunna Gunnlaugs e dal contrabbassista Leifur Gunarsson, succeduti al percussionista Pétur Grétarsson che lo aveva diretto per otto anni prima di loro.

Veniamo però a questa quarta edizione diretta da Sunna e Leifur, che ha confermato una forte rappresentanza europea (ma non solo) e che ha dato molto spazio alla scena locale.

Che peccato! è la prima cosa che viene da dire, peccato che per questa edizione l'organizzazione non abbia potuto usufruire degli spazi della Harpa, la concert hall progettata da Olafur Eliasson e inaugurata nel 2011, sede del festival fino allo scorso anno. Il fatto è che, come sempre più spesso —purtroppo-accade, le amministrazioni locali e governative realizzano concert hall strepitose, come questa, non tanto per concederle a costi sostenibili ai festival locali (in tal modo sostenendoli) ma per riservarle in via esclusiva a eventi dal grande richiamo commerciale e popolare —costringendo in tal modo gli organizzatori di festival preziosi, come questo, a rifugiarsi altrove, in location alternative disseminate per la città. Un peccato.

Così, quest'anno, la sede principale del festival è stata il Tjarnarbíó, antico edificio realizzato nel 1913 e usato prima come ghiacciaia, poi come stazione dei pompieri e infine, ai giorni nostri, come teatro indipendente. Ad affiancarlo altri spazi, come la galleria Hannesarholt, il teatro Iðnó, il Kartöflugeymslurnar (antico deposito di patate fuori città) e, ancora, il locale Grand Hotel.

Passiamo, però, a parlare di musica. Il festival è da sempre una vetrina importante per i musicisti locali e molti di loro per l'occasione si sono presentati al "top" della forma, con un nuovo album o un nuovo progetto in uscita. Tradizione vuole che il fischio d'inizio sia una parata che vede i musicisti partire dal punto di raccolta (davanti al negozio di dischi Lucky Records), per invadere le vie cittadine fino a raggiungere la biblioteca comunale —dove ha avuto luogo la cerimonia inaugurale.

La programmazione delle cinque giornate ha visto artisti internazionali, in prevalenza europei—il pianista polacco Marcin Wasilewski col suo trio, la percussionista danese Marilyn Mazur con l'ensemble Shamania, il pianista svedese Lars Jansson, la contrabbassista spagnola Giulia Valle e il duo inglese Skeltr ma anche il chitarrista americano Ralph Towner. E poi tanta Islanda: Sunna Gunnlaugs, Ingi Bjarni Skúlason, Sigurður Flosason, Þórdís Gerður Jónsdóttir, Óskar Guðjónsson, Hilmar Jensson, Una Stefánsdóttir, Scott McLemore (statunitense ma da anni in Islanda)...

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