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Premio Tenco 2010
La scure dei finanziamenti (tagliati) abbattutasi sul Premio Tenco fino a metterne più che a repentaglio l'edizione 2010, scioltesi le riserve solo a metà agosto anzitutto grazie a un robusto intervento della Regione Liguria, non ha consentito una programmazione degna di questo nome. Ne ha di conseguenza risentito il cartellone, che non ha peraltro mancato di offrire anche stavolta uno spaccato significativo del panorama cantautoriale, come avviene dall'ormai lontano 1974.
La prima giornata ha visto in primo luogo, nel pomeriggio, la presentazione di un preziosissimo doppio CD dedicato a Piero Ciampi, di cui cade quest'anno il trentennale della morte. L'opera, E continuo a cantare, consta di un primo CD con due rare live performance del grande livornese (una è quella, celeberrima e unica, proprio al Tenco '76), mentre il secondo documenta la serata parmense del 2008 in cui diversi interpreti rilessero alcuni dei capolavori ciampiani.
A Ciampi era del resto dedicato una sorta di fil rouge di questo Tenco 2010, espresso proprio fin dalla prima sera, per esempio, da Morgan che, piano e voce, ha infilato "L'amore è tutto qui" (già nel CD di cui sopra) in una medley comprendente anche tributi a Gaber ("Non insegnate ai bambini"), Tenco ("Hobby") e De André ("Un medico"), e, in chiusura, da Nada, che con l'illustre concittadino realizzò nel lontano '73 un intero album, Ho scoperto che esisto anch'io, da cui al Tenco ha estratto "Come faceva freddo" e "Sul porto di Livorno," intensa come sempre, sostenuta dalla chitarra di Fausto Mesolella, che poco prima si era affiancato al mandoli(ni)sta Mimmo Epifani nell'altro momento-clou di una serata per il resto non particolarmente memorabile, aperta da un abbastanza imbarazzante Renzo Arbore (prima volta al Tenco), fin dall'abituale sigla della rassegna "Lontano lontano".
Decisamente meglio sono andate le cose le altre due sere, in cui erano fra l'altro concentrati tutti gli artisti a cui sono andati i riconoscimenti di quest'edizione 2010, a iniziare dai Premi Tenco stranieri: Paul Brady, irlandese, e Amancio Prada, galiziano. Il primo, sessantatre anni portati con disinvoltura, si è diviso fra chitarra acustica (prevalente) e piano, tratteggiando i contorni di una proposta fragrante, in ideale equilibrio fra stilemi country e radici autoctone. Prada, a sua volta chitarrista, si rivolge invece di preferenza ai poeti della sua terra (Garcia Lorca, Rosalia de Castro, ecc.), rivestendone i versi di musiche molto calate in una tradizione squisitamente spagnola.
Venendo alle targhe destinate al meglio della produzione discografica, quella per l'album dell'anno è andata a Elettra di Carmen Consoli, che in versione unplugged (come i due succitati, e altri) ne ha riproposto alcuni momenti, evidenziando, rispetto al passato, un'incoraggiante volontà di emanciparsi da un cliché nel suo caso - proprio fisiologicamente, per la marcata specificità soprattutto testuale/interpretativa - particolarmente spiccato.
Miglior album dialettale è risultato invece Ultima notte a Malà Strana del calabrese Peppe Voltarelli, sanguigno come sempre, mentre come opera prima si è imposta Genteinattesa del friulano Piero Sidoti, che al Tenco si è presentato accanto a una seconda voce d'eccezione, l'attore Giuseppe Battiston.
Qualche parola in più richiedono gli Avion Travel, il cui Nino Rota l'amico magico (come Fellini chiamava il "suo" musicista) è stato eletto miglior album d'interprete. La nuova formazione, senza contrabbasso e sax (quindi a più alto tasso elettrico), è parsa meno raffinata e preziosa del consueto, pur mantenendo un'indiscussa riconoscibilità. Più ancora dei brani tratti dall'album premiato, ha in ogni caso colpito la lettura della notevole "Se veramente Dio esisti," scritta per Fiorella Mannoia. E poi il chitarrista del gruppo, il già citato Mesolella, ha ricevuto il premio "I suoni della canzone," destinato da alcuni anni a uno strumentista che abbia particolarmente "aiutato" il fenomeno cantautoriale ad affermarsi ed espandersi.
Un discorso a parte merita poi Roberto Freak Antoni, cui è andato il Premio Tenco per l'operatore culturale. Apparso decisamente provato dal tumore contro cui sta lottando da qualche tempo, il bolognese ne ha approfittato per calarsi nel ruolo del tappabuchi (istituito al Tenco da una quindicina d'anni) che entra in scena nei cambi di palco, fissandosi come uno dei più brillanti in assoluto (impagabile il "dizionario demenziale" sciorinato per generosi assaggi), non mancando peraltro di chiudere in gloria la rassegna con gli inseparabili Skiantos, con note di merito per l'incalzante "Sono un ribelle, mamma" e l'epilogo sulle note di "Bella ciao".
Per pillole il resto: Mirco Menna, raggiunto sul palco dopo un paio di pezzi da un ensemble fiatistico con cui ha brillantemente riproposto la contagiosa "E l'italiano ride," titolo anche del suo ultimo, ottimo album inciso con la Banda di Avola; due giovanotti di belle speranze quali il ligure Zibba, alquanto "storico" come imprinting ad onta di un aspetto da truce rapper, e più ancora il calabrese Brunori Sas (Premio SIAE), ironico e arguto quanto non esente da inflessioni degregoriane (per esempio in "Una domenica notte," presente nel collettivo La leva cantautorale degli anni zero, altro doppio CD presentato al Tenco 2010); l'habitué Vinicio Capossela, che difficilmente manca il bersaglio, e che anche stavolta si è distinto sia in brani noti ("Stanco e perduto," "All'1,35 circa") che nell'inedito, dondolante e notevole, "Le sirene," destinato al nuovo CD previsto per febbraio; per finire quell'irriproducibile "cantastorie corpofonista" che è il barese Enzo Del Re, il quale, accompagnandosi con una sedia, ha offerto tre dei suoi tipici brani-pamphlet (rispettivamente in pugliese, italiano - quella sorta di ars poétique che è "Lavorare con lentezza" - e napoletano), offrendo ai tenchiani anche di lungo corso qualcosa di cui, strano ma vero, di fatto ancora non disponevano.
Valeva la pena di esserci anche solo per questo.
Foto di Alberto Bazzurro
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