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Nils Petter Molvær: scheletri, campionamenti e filetti di pesce

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Sto solo suonando della musica. Lavorando assieme per realizzare qualcosa di positivo, per rendere qualcuno migliore, più sincero. Questo tipo di interazione per me è un atto politico, specialmente in risposta al caos in cui viviamo
Intervista di Paul Olson

Non è esagerato rimarcare l'importanza del disco d'esordio di Nils Petter Molvær Khmer, realizzato per l'ECM nel 1997. Il trombettista-compositore norvegese era familiare all'etichetta di Manfred Eicher, visto che faceva parte dei Masqualero, che avevano registrato per l'ECM, e aveva preso parte a varie session di registrazione con altri artisti della casa discografica, come la percussionista Robyn Schulkowsky. Con le sue impeccabili credenziali di jazzista europeo, e con le sue seducenti melodie alla tromba - un distillato di influenze che vanno da Jon Hassell a Brian Eno, dalla musica mediorentale a quella norvegese - Molvær era in teoria l'archetipo dell'artista ECM.

In pratica però non lo è stato. Diversamente da quasi tutti gli altri dischi della casa bavarese, registrati come una session live in sala di registrazione, Khmer è stato un prodotto di studio che occupò Molvær per anni. E' vero che in Khmer, e nel suo seguito Solid Ether del 2000, c'è una notevole presenza di strumentazione acustica, ma i due dischi sono anche carichi di strumenti elettronici e campionamenti. Si tratta di una musica che è debitrice all'elettronica, al drum 'n bass, al genere ambient (e a tutta la tecnologia in essi contenuta), così come è debitrice al jazz. Di fatto, questa è musica difficile da definire che ha fatto da catalizzatore per l'intero movimento del "nu-jazz" che proprio in Norvegia ha trovato un terreno molto fertile. Khmer ha reso Molvær una star (almeno in Europa), e la ECM, contro ogni consuetudine, fece uscire dei singoli e dei remix di questo materiale.

Molvær ha tuttavia lasciato la ECM dopo Solid Either, continuando a registrare i suoi dischi con la Universal (mantenendo la proprietà dei suoi master), come l'energico NP3 e il più sereno ER. Sul mercato americano, dove non ha un seguito come quello europeo, questi dischi sono disponibili solo di importazione, anche se di recente l'etichetta Thirsty Ear ha realizzato una compilation che ne illustra la carriera.

All About Jazz: Vorrei fare un salto indietro nel tempo per passare in rassegna la tua musica e la tua carriera in ordine cronologico.

Per circa cinque anni hai suonato nel gruppo acustico Masqualero. Hai anche suonato con personalità come Elvin Jones e Gary Peacock, oltre che partecipare a molte session di ambito rock. Quando poi sei venuto alla scoperto con un progetto solista, con l'album Khmer (ECM, 1997), ti sei presentato con qualcosa di totalmente differente da tutto questo. Un lavoro in cui l'elettronica connotava profondamente la parte ritmica e l'atmosfera in generale, e che può essere considerato la prima manifestazione importante del movimento nu-jazz. Mi interessa capire che percorso hai seguito per arrivare a quel punto, dato che continui ad esplorare quei territori. Come ci sei arrivato?

Nils Petter Molvær: Beh, con i Masqualero facevo parte democraticamente di una band, mentre altrove ero una sorta di sideman in contesti diversi. Ho suonato con Gary Peacock. Tre fantastiche serate con Elvin Jones a Oslo: una esperienza incredibile. Suonare con Gary Peacock è stato bello, ma non era certo come suonare come membro regolare della sua band. Poi ho avuto l'idea di fare qualcosa di mio, e avevo in mente qualcosa che riflettesse la musica che mi piaceva ascoltare, che mi aveva colpito e ispirato. Ad esempio l'album di Brian Eno e David Byrne My Life in the Bush of Ghosts (Sire Records, 1981), ma anche molte delle cose ambient che faceva Brian Eno, oltre ai musicisti che produceva, come il chitarrista Michael Brook.

C'era un disco che ha rappresentato molto per me intitolato Hybrid (EG Editions, 1985), con Brook, Daniel Lanois e Eno. Basterebbe l'atmosfera dell'album. Certo, anche la musica era importante, ma l'atmosfera era incredibile. E poi altre cose come il pianista Harold Budd con il disco The Pearl (EG Editions, 1984), anche questo con il coinvolgimento di Eno.

AAJ: Ah si, ho comprato la nuova edizione del disco.

N.P.M.: Beh, questo tipo di cose erano l'esatto opposto del bebop [ride], ma per me The Pearl è stato un disco molto importante. Così come Fourth World, Vol. 1: Possible Musics (EG Editions, 1980) di John Hassell. Non appena l'ho sentito, le cose che sognavo di fare alla tromba mi sono immediatamente sembrate possibili. Oltre a questo ascoltavo molta world music, mediorentale e africana.

Ecco da dove proviene esattamente Khmer. Lavoravo a stretto contatto con un ingegnere del suono che si chiama Ulf Holand, e nel mentre facevamo anche parecchie altre cose, per cui il progetto prese un pò di tempo. Penso di aver iniziato a lavorare all'album nel 1994, o qualcosa del genere. Per me è stato uno processo molto naturale, per cui mi sono stupito molto per le reazioni che ha suscitato una volta ultimato. Fu un successo immediato e la cosa mi sorprese parecchio. Pensavo: "Beh, forse ne venderemo mille o duemila". Invece ha avuto un grosso impatto nel mio ambiente musicale, ma era solo il risultato della musica che ascoltavo in quel periodo, a cui si aggiungevano parecchie cose degli anni ottanta. Non ascoltavo molto jazz, ma piuttosto materiale underground di area rock o dark. Ad esempio la techno underground berlinese. Ero influenzato un pò da tutto questo, e Khmer è stata la naturale conseguenza.

Ho dovuto decidere come convogliare tutte queste influenze. Ho ricercato il contrasto. In musica il contrasto crea tensione, e questo mi attrae molto. Ho voluto mettere assieme canzoni, suoni, tonalità, rumori, elementi acustici ed elettronici. Non la consideravo una operazione così innovativa, era qualcosa che la gente in un certo modo faceva da tempo.

AAJ: Però penso che il modo in cui tu rielabori questi elementi in Khmer sia nuovo. E' qualcosa più della somma di tutte le influenze.

N.P.M.: Non voglio contraddirti. E' bello che la gente l'abbia inteso in questo modo.

AAJ: Evidentemente l'aspetto tecnologico è rilevante nella tua musica. Una buona mole di attrezzatura è parte attiva nella creazione del tuo sound, compreso il dispositivo che crea i suoni della tua tromba. Negli anni in cui è venuto alla luce Khmer, c'è stato anche un miglioramento nelle tue capacità di padroneggiare le apparecchiature elettroniche?

N.P.M.: Prima di tutto, voglio dire che in Khmer c'è molta tromba acustica, anzi direi che essa è prevalente. Anche in Solid Ether è molto presente, ho sempre suonato la tromba principalmente in acustico. Per me sono due cose diverse: suono la tromba acustica o la tromba elettrica, e le considero in qualche modo due cose separate. Possiedo un microfono per tromba assolutamente pulito, un RE20. Sul versante elettronico poi, posso dire di aver scoperto alcune cose quasi per caso. Utilizzavo un effect box danese, della TC Electronic, usato di solito per la chitarra, che ha un ottimo harmonizer. Lo collegavo ad un pedale distorsore Whammy, un vecchio modello, quello nero che ora non fanno più. Lo collegavo ad un solo canale, perchè è una specie di finto stereo: mono in entrata e stereo in uscita. Così ho scoperto che potevo fare delle progressioni semplicemente usando dei particolari programmi nel Whammy, dato che il canale sinistro è statico mentre quello destro è mobile. In questo modo si possono creare delle progressioni armoniche.

E successo tutto così, casualmente, mentre sperimentavo questa roba. Ovviamente si sono poi aggiunti altri aspetti: l'utilizzo diversificato dell'harmonizer, l'utilizzo dei filtri. Cose che ho sviluppato negli anni. Ora sto valutando l'ipotesi di usare il computer invece di portarmi appresso tutta questa pesante strumentazione.

AAJ: Alcuni dei musicisti presenti in Khmer e nel suo seguito Solid Ether suonano ancora con te. Il chitarrista Eivind Aarset e il batterista Rune Arnesen, il DJ Strangefruit (Paal Nyhus) e la vocalist Sidsel Endresen. Solid Ether, come Khmer, è un disco embrionale, e penso che pezzi come "Kakonita" e "Vilderness" siano una parte centrale nella tua produzione, e infatti compaiono nella raccolta American Compilation. A parte i remix, i due album rappresentano interamente il tuo connubio con la ECM. Che influenza ha avuto Manfred Eicher sui dischi? E' sempre stata una influenza positiva? Ha in qualche modo incoraggiato delle scelte che non avresti fatto?

N.P.M.: Ci sono due risposte a questa domanda. Una è che Manfred ha molta influenza sulla attuale musica contemporanea improvvisata danese, molta influenza. Lui ed io siamo diventati amici. Così, quando ho iniziato a lavorare a Khmer da solo, gli ho chiesto: "Vuoi produrre un mio album da solista? Non sarà una cosa tipo 'due giorni in studio e un giorno al mixaggio'. Sarà un disco al quale intendo dedicare del tempo". E lui disse: "Si, certo". Ci abbiamo lavorato, poi ha aggiunto: "C'è bisogno di mettere a fuoco quanto fatto", al che io ho risposto: "Sono perfettamente d'accordo", e mi sono messo al lavoro. Poi venne in studio un'oretta per Khmer e cambiò solo un brano, spostando la tromba da un punto ad un altro. Faceva parte del processo. Ma come produttore, nel modo in cui pensiamo a questa figura, non era particolarmente coinvolto.

Per Solid Ether invece, gli spedii i master già pronti.

In un certo senso era quasi come un produttore cinematografico. Il produttore non ha molto a che fare con la qualità del film. Puoi prenderla così, se vuoi essere carino. Ma poi ho iniziato a pensare a tutto il lavoro che ci ho messo e mi è parso un pò strano il fatto che avrei dovuto rinunciare ai diritti d'autore e non era esattamente un buon affare. Così ho creato una etichetta, perchè volevo avere i diritti sulla mia musica e la ECM non lo fa. Per questo ho dovuto lasciarli. Questa è una versione dei fatti [ride], quella buona, ma in sostanza possiamo dire che è andata così. Il mio problema con la ECM era in effetti il mio problema con l'intero mondo degli affari, e loro ne fanno parte. Non sono né meglio né peggio degli altri, a parte il fatto che hanno molta determinazione e gusto in ciò che fanno, e questo lo ammiro molto.

AAJ: Quindi sei in possesso dei master di tutto quello che hai fatto dopo la ECM.

N.P.M.: Possiedo i miei master, certo. E non ne cederò neanche uno. Mai!

AAJ: Molta della tua musica è apparsa in forma remixata, da Khmer fino ad oggi, con "Darker" e "Kakonita" nel disco American Compilation. Dischi come Recoloured and Remakes sono composti di sole versioni remixate di tuoi pezzi. E' evidente che tu sia interessato a questo concetto, di creare tante varianti partendo da un brano. E' un aspetto che è sempre stato importante nel mondo dell'elettronica e della dance, ma non certo in quello del jazz o del rock. Cosa ti attrae maggiormente di questo processo?

N.P.M.: Lo trovo affascinante. Devo però dire che non ho mai pensato di fare un dance remix di qualcosa. Il remix di "Darker" presente su American Compilation, è nato come qualcosa di divertente: è stato fatto dal Mungolian Jetset. Per me si tratta di curiosità: prendere del mio materiale, darlo a qualcun altro e vedere come attraverso il loro filtro estetico venga fuori qualcosa di completamente diverso. Questo lo trovo molto stimolante, perchè ad un certo punto lavorando come faccio io, devi decidere in che direzione andare. Tu scegli una direzione, poi dai tutto in mano a qualcun altro che magari sceglie un'altra direzione. E' come aprire nuove vie musicali. Qualche remix è risultato realmente diverso, e quando mi trovo a suonarlo dal vivo mi spinge in una diversa direzione.

AAJ: In questo modo il loro lavoro ti ritorna indietro e influenza il modo in cui tu interpreti i tuoi stessi brani.

N.P.M.: Si, è un pò come riciclare dei suoni. In Khmer, c'era un campionamento preso da Bill Laswell, che poi mi è capitato di incontrare ad un festival di Francoforte. Quando l'ho visto gli sono andato incontro, mi sono presentato e gli ho detto: "Senti, sto utilizzando uno dei tuoi campionamenti su un brano del mio nuovo album. Ti dispiace?". Lui ha iniziato a ridere e mi ha risposto: "Nessun problema, probabilmente l'ho campionato io stesso da un campionamento di un altro campionamento". In quel periodo, metà degli anni novanta, tutti campionavano di tutto e questo costituiva una parte importante nella creazione di quel particolare sound. Ora non ci sono più tutti questi campionamenti.

AAJ: Ritengo che sia un peccato. Gli attuali dischi di hip-hop commerciale non hanno nessun campionamento, le parti vengono suonate, e in questo modo qualcosa è andato perso.

N.P.M.: Sta per uscire un disco dei Mungolian Jetset fatto principalmente di campionamenti. Un insieme di frammenti talmente piccoli che non sapresti dire da dove sono presi. Questo vuol dire riciclare i suoni. Uno dei miei album preferiti è quello dei Disposable Heroes of Hiphoprisy, penso che sia del 1992. [Si tratta di Hypocrisy is the Greatest Luxury, 4th & B'way Records]. Usano un sacco di campionamenti, presi da Miles Davis e da tanti altri, per comporre un messaggio. In questo senso è un pò come My Life in the Bush of Ghosts, che considero un disco connotato politicamente. La musica dovrebbe riflettere i tempi in cui viviamo e i cambiamenti attuali, ha bisogno di essere politica.

AAJ: Beh, Bush of Ghosts supera le barriere culturali.

N.P.M.: Si, e sto solo suonando della musica. E' comunicazione al massimo grado. Lavorare assieme per realizzare qualcosa di positivo, per rendere qualcuno migliore, più sincero, questo per me è un atto politico, specialmente in risposta al caos in cu viviamo.

AAJ: Come componi la tua musica? Da dove nasce un brano? Ad esempio "Water", preso dal tuo ER del 2005, che poi è il mio pezzo preferito. Inizi dalla melodia alla tromba o in altro modo?

N.P.M.: E' diverso per ogni brano. Ma prendiamo "Water". "Water" è nato con un riff alla tastiera. Questa è stata la prima cosa. Poi ho pensato: "Mi piacerebbe metterci un basso acustico". Molti anni fa, preparavo della musica per un balletto, una performance di danza, e avevo con me anche un contrabassista. Mentre cercavo di spiegargli cosa volevo sul suo strumento, il tecnico del suono registrava. Più tardi ho trovato questi nastri e ho pensato che fossero delle linee di basso molto trascinanti. Così ora quello che sentite sono io stesso che cerco di spiegare a quel tizio come volevo che suonasse il basso. Insomma... ho trovato questa roba e ho pensato che potevo utilizzarla. L'ho data a Strangefruit e i suoi colleghi e loro ci hanno lavorato un pò sopra. Me l'hanno restituita, io l'ho portata in studio, ho eliminato qualcosa e ho iniziato a suonarci sopra delle linee melodiche. Poi ho detto a Sisdel: "Fai quello che ti viene più spontaneo su quello che senti". Così ha fatto, e quello che canta è un first take. In questo modo è un processo di interazione: non suoniamo niente assieme, ma ognuno reagisce a quello che si trova di fronte.

AAJ: Una improvvisazione sovraincisa.

N.P.M.: Si, "Water" rappresenta proprio questo.

AAJ: Hai detto che tutto quello che scrivi è composto in maniera diversa. Non hai nessun sistema o modo di procedere?

N.P.M.: No, nessun metodo. Se trovo qualcosa che mi piace, anche se si tratta di un errore, cerco di usarlo. A volte ho un'idea, mi viene da pensare al brano "Nebulizer", per il quale avevo in mente un giro di basso molto cool. Era qualcosa tipo drum 'n bass. Ma alla fine l'ho abbandonato perchè il pezzo ha preso una direzione completamente diversa. Ho già altre linee di basso che potrei utilizzare in futuro, e che conservo sul computer. E' un pò come per il cibo: vai a pescare, poi ci fai dei filetti e li metti nel freezer per mangiarli più avanti.

AAJ: Paragone perfetto. Tu hai realizzato due dischi in studio da quando hai lasciato la ECM, cioè NP3, uscito nel 2002, e ER, dell'anno scorso. Personalmente ritengo ER il migliore di tutti i tuoi album. Non penso che questi dischi siano così simili uno con l'altro, ma entrambi sembrano in qualche modo più distillati e più curati rispetto a quelli registrati con la ECM. ER mi pare anche più incline alla cantabilità, anche se tu hai sempre avuto una propensione al melodico. Puoi dirci come sta evolvendo la tua musica con questi due album, e potresti metterli a confronto?

N.P.M.: Penso che NP3 sia il più arrabiato. E' un disco arrabiato, tetro, forse perchè io stesso lo ero. Allo stesso tempo riflette molto le persone con cui lavoravo. C'era Raymond Pellicer nel gruppo che si occupava dell'elettronica, un tipo abbastanza tetro, credo che fosse mezzo venezuelano o qualcosa del genere. Tutti i musicisti con cui ho lavorato hanno in qualche modo lasciato una impronta del loro modo di essere. Inoltre, il processo di lavorazione è stato duro, tanto che l'ho percepito quasi come se stessi lottando contro qualcosa. Fare un disco è sempre una lotta, specialmente in questo tipo di disco dove ci sono tutte queste scelte da fare e non si è mai soddisfatti. NP3 è stata una vera e propria lotta. E' curioso che io continui ad incontrare persone in Germania, Francia e ovunque, che pensano che questo sia il disco migliore. E' così: ad alcuni piace la madre, ad altri la figlia [ride], e a qualcuno anche il nonno. Per me era un progetto da portare avanti, e il prossimo potrebbe essere completamente diverso, veramente diverso. Questo è il bello di non avere un capo: puoi fare quello che vuoi.

AAJ: Tu hai realizzato un CD live, Streamer, e anche un DVD live, Molvær Live, in più hai inserito del materiale live nella tua American Compilation. Penso che tu voglia ribadire il concetto che si tratta di musica eseguita, cioè suonata effettivamente da una band. Musica che può avere un potenziale di improvvisazione altissimo suonata dal vivo. Quando ti ho sentito a Chicago di recente, il set è iniziato con una lunga improvvisazione dove le parti sembravano crescere lentamente per poi fondersi assieme. Non so se questo aspetto dell'improvvisazione sia ben rappresentato dal lavoro in studio. Perchè hai realizzato il CD e il DVD live?

N.P.M.: Beh, il DVD live è stata un'offerta arrivata dalla Panasonic. Stavano registrando un mio concerto fatto in Germania e mi hanno proposto: "Abbiamo del materiale veramente buono e ci piacerebbe farne un DVD". Io ho risposto: "Certo, perchè no?". Siamo andati in studio per mixare il tutto e discutere di tutto il materiale extra da inserire. Stessa cosa per l'album live. Pensavo di farne uno, dato che tutti mi dicevano: "Dovresti fare un disco live. I tuoi brani sono così diversi dal vivo". E così abbiamo registrato una serata a Londra, più tre o quattro altre serate i cui nastri sono stati distrutti. Ci erano rimasti dunque solo due concerti: uno in Finlandia e poi quello di Londra. Ci mettemmo al lavoro domandandoci come potevamo completare il tutto. Fortunatamente c'era con me Strangefruit, con il quale abbiamo discusso la cosa e abbiamo deciso i tagli da fare, visto che alcuni pezzi duravano anche trenta minuti. Tra l'altro il disco è anche mixato in surround, e questo sembra incredibile. Chi si è occupato del mixaggio, un tipo veramente in gamba, lavorava nella vecchia casa londinese di Pete Townshend.

AAJ: Vorrei parlare di alcuni musicisti con cui hai suonato per anni. Quando ti ho visto dal vivo di recente credo che la band fosse composta da Eivind Aarset alla chitarra, al basso e agli effetti, Rune Arnesen alla batteria, Paal "DJ Strangefruit" Nuhus al giradischi e Jan Bang ai campionamenti. Eivind suona con te da parecchio tempo, e la sua chitarra mi pare sia diventata, se possibile, ancora più rarefatta e inafferrabile che sul disco. Cosa aggiunge alla tua musica?

N.P.M.: Aggiunge una atmosfera ad uno spazio in cui mi piace muovermi. Il punto è che io cerco di lasciare ognuno libero di fare quello che vuole, per interagire liberamente con la musica. Con Eivind sento che abbiamo molte cose da scoprire. Come posso chiamarlo? A volte penso che sia il mio compagno spirituale musicale, anche se non è perfettamente in linea con quello che faccio. E' un grande creatore di paesaggi e di mondi sonori come nessun altro che io conosca. Inoltre è un tipo veramente in gamba [ride].

AAJ: Rune Arnesen suona la batteria, e penso che controlli anche i drum loops. Penso che a volte la gente non associ la vera batteria con questa musica, ma lui suona anche nel disco. Cosa aggiunge un batterista "vero" a tutto questo? E' difficile per lui? Il suo modo di suonare, per dire, deve integrarsi con i campionamenti. Di certo deve essere molto attento mentre suona.

N.P.M.: Si, a volte lui stesso viene campionato. Jan Bang campiona tutto dal vivo. A volte lo fa con Rune, e così capita di sentire qualcosa che è successa venti secondi prima, che ritorna, e con la quale Rune può interagire. A volte ci sono delle cose sul computer e lui interagisce con quelle. Per me, quello che fa Rune è di creare dinamismo, vitalità e calore. A volte crea della tensione, allontanandosi dal beat. A volte il beat può essere più definito e tranquillo, anche se cerco sempre di evitarlo, e quello che fa Rune è di dilatarlo.

Anche l'ingegniere del suono è particolarmente importante, perchè riesce a miscelare tutte queste cose assieme. Molto spesso le persone mi dicono che non riescono a capire chi sta suonando cosa, e penso che questa sia una cosa fantastica.

AAJ: Ho avuto la stessa sensazione quando ho sentito la band.

N.P.M.: A volte suono la tromba e subito dopo vengo campionato e riproposto da Jan. Questo rende il tutto interessante e vivo.

AAJ: Allora dimmi qualcosa su Jan Bang e DJ Strangefruit.

N.P.M.: Strangefruit. Beh, è successo che ci siamo incontrati e siamo diventati amici agli inizi degli anni novanta. E' così che iniziammo a suonare assieme. Frequentavamo feste e club della scena di Oslo. Ho iniziato a partecipare a delle jam session con Strangefruit e un deejay chiamato Abstract [Olle Løstegård]. Facevamo delle serate con tromba e due deejay, e la cosa mi pareva interessante. Ma loro ragionavano per BPMs, ciè beat per minuto, non si preoccupavano della tonalità e della struttura armonica, e io non facevo altro che improvvisare su quello che facevano loro. A volte era veramente difficile, perchè loro andavano su e giù con il tempo e questo poteva rendere altalenante la qualità armonica. Adesso ci sono degli strumenti che possono tenere la tonalità mentre puoi andare su e giù con beat, ma al tempo era veramente dura.

Mi piaciono molto le atmosfere di Paal, ha una mente aperta. Nel 1994 o 1995 (anzi, forse era il tardo 1997), venne da me a dirmi: "Hey, hai mai sentito Sun Ra?". Aveva appena scoperto Sun Ra. Suonava sempre tutti i generi musicali, lui ama la musica. E' anche una persona con cui mi relaziono facilmente, una sorta di unione spirituale. All'inizio, come deejay, aveva il controllo completo di quello che faceva, e poteva fare quello che voleva. Ma quando il mio gruppo prese piede avevo due batteristi, un deejay, un bassista, un chitarrista, così dovette imparare a filtrare le cose e dosare il suo intervento. Ora lavora in maniera più astratta, usa diverse voci e cerca di inserire la voce nella sua musica. Sta cambiando e sperimentando nuove cose.

Per quanto riguarda Jan, si può dire che è completamente libero. Di solito inizia a fare dello scratch e poi non fa altro che campionare quello che succede. Può far rientrare un sample venti minuti dopo oppure quasi immediatamente. E' quello che ha più libertà nel gruppo.

AAJ: Quanto c'è di improvvisato nei tuoi concerti? Quanto cambiano i pezzi scritti?

NPM: Ci sono delle aperture che sono completamente improvvisate e cambiano ogni giorno. C'è una sorta di scheletro, che però cambia colore ed aspetto quando noi ci mettiamo sopra la carne. Quando è al meglio, la nostra musica è fortemente improvvisata, molto più di parecchi gruppi jazz che sento.

AAJ: Di recente hai realizzato An American Compilation per la Thirsty Ear. Si tratta chiaramente di un tentativo di proporre, o riproporre, la tua musica al pubblico americano. Di sicuro alcuni dei tuoi migliori brani sono presenti sul cd, e la sequenza è pensata come un ininterrotto pezzo musicale. All'ascolto sembra una sorta di nuovo album, per questo te lo sto domandando. "Kakonita" e "Darker" sono dichiaratamente dei remix, ma molti altri pezzi sembrano diversi. Sono stati ritoccati anche gli altri pezzi?

N.P.M.: In effetti no. Voglio dire, alcuni sono stati accorciati. Sono stato combattuto se farlo o meno. Ho dovuto buttare via molte cose. Beh, non proprio buttare, ma mettere da parte. Se qualche brano sembra diverso, forse è dovuto al fatto che sono posizionati a fianco di cose diverse da prima. Quando preparo la sequenza brani di un disco, molti sono collegati uno all'altro, e questo si può dire per ogni album. E' una questione concettuale, questo può essere il motivo per cui sembrano diversi. Lo abbiamo masterizzato in Norvegia - non lo avevo mai fatto prima - con un tipo veramente in gamba che di solito masterizza dance music. Forse ha accentuato i bassi, e dato una rinfrescata ai vecchi master. Ha fatto un ottimo lavoro, in questo studio di Oslo chiamato Living Room. Per il resto, non credo che sia stato fatto molto sulla musica, a parte eliminare qualcosa.

AAJ: Bene, quindi i brani mi sono sembrati diversi perchè il contesto era differente.

N.P.M.: Penso di si. Uno viene dopo l'altro, e questo crea una sensazione diversa.

AAJ: Dimmi i tuoi progetti per il resto dell'anno. Non hai un nuovo disco pronto?

NPM: No. Sto per partecipare ad un paio di festival. Ho appena passato le vacanze con la mia famiglia, ed è stato bello. Sto per fare della musica per film, ne ho due da preparare. Poi in novembre andrò in America latina o Sud America per fare qualche concerto e forse ne farò qualcuno anche in Europa. Stiamo discutendo se fare un tour in America, ma è molto difficile. Mi è stato anche commissionato un pezzo che devo ancora iniziare. Sto anche pensando a cosa voglio fare per il prossimo album: ho molte idee differenti e forse inizierò a lavorarci il prossimo anno.

Traduzione Stefano Sanna

Foto di Claudio Casanova

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