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Mario Caccia: parlando di JAZZaltro
Courtesy Roberto Traverso
All About Jazz: Come è nata la rassegna JAZZaltro?
Mario Caccia: JAZZaltro nasce dalla volontà di Abeat Records e dell'Associazione Area 101 APS di creare una proposta culturale capace di valorizzare il jazz e le musiche contemporanee in un'accezione ampia e aperta. Fin dall'inizio l'idea è stata quella di costruire una rassegna che non fosse soltanto una successione di concerti, ma un percorso di scoperta, incontro e dialogo tra linguaggi musicali diversi. Il nome stesso, JAZZaltro, racchiude questa filosofia: partire dal jazz per esplorare tutto ciò che gli sta intorno, le contaminazioni, le connessioni con altre culture e altri generi musicali.
AAJ: Come si posiziona, come si differenzia rispetto alle altre proposte musicali presenti nel territorio?
MC: La nostra peculiarità è proprio l'apertura. Pur mantenendo il jazz come riferimento culturale, abbiamo sempre cercato di proporre artisti e progetti che superano i confini di genere, ospitando musicisti provenienti da percorsi differenti e favorendo l'incontro tra tradizione e innovazione. Inoltre, JAZZaltro si distingue per la scelta di portare la musica in luoghi spesso inconsueti o comunque fortemente identitari, creando un dialogo diretto tra spettacolo, paesaggio, storia e comunità locali.
AAJ: Quali obiettivi ti poni quando inizi a lavorare sulla programmazione?
MC: L'obiettivo principale è costruire un cartellone coerente ma sorprendente. Cerco sempre di mantenere un equilibrio tra artisti affermati e nuove proposte, tra progetti di forte richiamo e occasioni di scoperta. È importante offrire qualità artistica, ma anche stimolare la curiosità del pubblico, creando percorsi che possano coinvolgere sia gli appassionati sia chi si avvicina per la prima volta a questo tipo di musica.
AAJ: Che criteri adotti nella scelta dei musicisti? Come selezioni gli spazi a tua disposizione per abbinarli con i musicisti adatti?
MC: La qualità artistica è naturalmente il primo criterio. Cerco musicisti che abbiano una forte identità espressiva e che possano offrire un'esperienza autentica. Una volta individuati gli artisti, ragiono molto sulla relazione tra musica e luogo. Ogni spazio possiede caratteristiche acustiche, estetiche e simboliche proprie: l'obiettivo è creare un incontro armonico tra il progetto musicale e il contesto che lo ospita, affinché il concerto diventi un'esperienza unica e irripetibile.
AAJ: Come ti relazioni con il territorio?
MC: Il rapporto con il territorio è fondamentale. JAZZaltro è cresciuto grazie alla collaborazione con amministrazioni comunali, associazioni, realtà culturali e volontari. Cerchiamo sempre di ascoltare le esigenze e le peculiarità delle comunità che ci ospitano, costruendo relazioni che vadano oltre il singolo evento. Il festival vive proprio grazie a questa rete di collaborazioni e di fiducia reciproca.
AAJ: Qual è il segno più tangibile che il festival lascia sul territorio?
MC: Credo sia la creazione di una comunità culturale che negli anni si è consolidata. Molte persone seguono la rassegna da tempo e si spostano tra i diversi appuntamenti, creando una sorta di pubblico itinerante. Allo stesso tempo, il festival contribuisce a valorizzare luoghi spesso poco conosciuti e a generare occasioni di incontro, partecipazione e crescita culturale.
AAJ: Quali sono le maggiori difficoltà con cui ti devi confrontare nell'organizzazione del festival?
MC: Come per molte realtà culturali indipendenti, la sfida principale è trovare un equilibrio tra qualità artistica e sostenibilità economica. A questo si aggiungono gli aspetti logistici, la complessità organizzativa di eventi diffusi sul territorio e la necessità di programmare con largo anticipo in un contesto che cambia rapidamente. Sono difficoltà impegnative, ma fanno parte del lavoro e spesso diventano stimolo per trovare soluzioni creative.
AAJ: Indicativamente, che budget ha il festival? E che percentuale è allocata direttamente ai musicisti?
MC: Il budget complessivo varia di anno in anno in funzione del numero di eventi e delle collaborazioni attivate. Una quota molto significativa delle risorse disponibili viene destinata direttamente agli artisti, perché riteniamo che la qualità della proposta culturale debba restare la priorità. A questa si affiancano i costi tecnici, organizzativi e promozionali necessari per garantire la buona riuscita della manifestazione.
AAJ: Riguardo ai partner organizzativi e finanziari, istituzioni pubbliche o sponsor privati, cosa è cambiato nel tempo?
MC: Negli anni è cresciuta la consapevolezza del valore culturale della rassegna e questo ha favorito il consolidamento di molte collaborazioni. Allo stesso tempo, il contesto è diventato più complesso e richiede una continua capacità di costruire nuove alleanze e nuove forme di sostegno. Oggi il dialogo tra pubblico e privato è sempre più importante per garantire continuità e sviluppo ai progetti culturali.
AAJ: Ci racconti un episodio particolare accaduto nelle passate edizioni?
MC: Uno degli aspetti più belli di JAZZaltro è vedere come la musica riesca a trasformare un luogo e a creare connessioni inaspettate. Ricordo un concerto in cui un improvviso cambiamento meteorologico sembrava destinato a compromettere la serata. Invece, grazie alla collaborazione spontanea del pubblico, dei volontari e degli artisti, l'evento si è trasformato in un momento ancora più intenso e partecipato. È stata una dimostrazione concreta di come la cultura possa unire le persone attorno a un'esperienza condivisa.
AAJ: Quali sono i festival, nazionali o internazionali, che ammiri?
MC: Guardo con interesse a molte realtà che hanno saputo costruire una forte identità artistica e territoriale. In Italia come punto di riferimento per tutti indicherei Umbria Jazz o Time in Jazz, che hanno sviluppato modelli differenti ma ugualmente efficaci. In riferimento a grandi espressioni regionali indicherei Musicamorfosi e, se me lo concedete, anche la rassegna Eventi in Jazz, la cui direzione artistica negli ultimi anni è stata affidata a me. A livello internazionale ammiro manifestazioni capaci di coniugare qualità artistica, innovazione e attenzione al contesto in cui operano. Più che imitare singoli modelli, però, credo sia importante trovare una propria strada e una propria identità.
AAJ: Una volta iniziato il festival, riesci a goderti i concerti che hai organizzato come uno spettatore comune?
MC: Non completamente. Quando il festival è in corso l'attenzione resta inevitabilmente concentrata su molti aspetti organizzativi. Tuttavia ci sono momenti in cui riesco a fermarmi e ad ascoltare davvero. Sono istanti preziosi, perché permettono di vedere il risultato di mesi di lavoro e di condividere con il pubblico l'emozione della musica dal vivo. È probabilmente la soddisfazione più grande di questo mestiere.
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