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Wes Montgomery: In the Beginning

Luca Canini By

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Anche i giganti hanno cominciato da piccoli. Lontani dai riflettori e dalle luci delle capitali del jazz, sui palchi più o meno scalcagnati di una città qualunque. Indianapolis, nel caso di Wes Montgomery. Prima della fama, prima di cambiare per sempre il concetto di sei corde applicato all'improvvisazione, è nel cuore del Midwest che il chitarrista nato John Leslie si è fatto le ossa. Anni di oscuro mestiere a fianco dei fratelli Monk e Buddy o delle stelle di passaggio (una delle più luminose, Cannonball Adderley, l'avrebbe poi strappato al quasi anonimato raccomandandolo a Orrin Keepnews, il signor Riverside); un periodo che fino a poco tempo fa, musicalmente parlando, aveva le sembianze di un gigantesco punto di domanda. Certo, si sapeva dell'assoluta devozione a Charlie Christian, e restava qualche traccia a malapena visibile di una breve esperienza nell'orchestra di Lionel Hampton, ma di nastri e dischi nemmeno l'ombra; nulla di nulla, il buio più ostinato e assoluto. Poi, grazie al puntiglio di Zev Feldman e della Resonance Records, i primi, preziosissimi inediti. Ordinati e raccolti in Echoes of Indiana Avenue, uscito nel 2012. Gustoso preludio al doppio In the Beginning, che spolverando una serie di preziose bobine custodite per decenni dalla famiglia Montgomery (Robert, figlio di Wes, e Ann, vedova di Buddy), aggiunge ulteriori pennellate e nuovi dettagli al ritratto dell'artista da giovane.

Il primo dei due dischi si concentra sul '56. Il palco è quello del Turf Club, il cuore pulsante della scena di Indianapolis. Tra il pubblico uno studente armato di registratore portatile. Talmente in fissa con Montgomery da piazzare il microfono davanti ai musicisti una sera sì e l'altra pure. Risultato: una decina di scatti miracolosi di un già fenomenale Wes. Completo, riconoscibile, maturo. La fluidità del fraseggio, il tocco bluesy, le celebri progressioni, la morbidezza e la rotondità del suono, i passaggi a ottave: il messia della chitarra jazz è già sceso sulla terra.

E dispensa miracoli saltellando con il proverbiale pollice da uno standard all'altro: "After You've Gone," "Django," "Caravan," "Brazil," "How High the Moon." Al suo fianco il sassofonista Alonzo "Pookie" Johnson (tutt'altro che un mestierante), il batterista Sonny Johnson (nessuna parentela tra i due) e gli immancabili fratelli: Buddy al pianoforte e Monk al basso elettrico (il più anziano dei tre Montgomery fu uno dei primi jazzisti -il primo? -ad utilizzarlo: un Fender Precision comprato all'inizio degli anni Cinquanta che suona una meraviglia). The Montgomery-Johnson Quintet: il meglio che Indianapolis all'epoca potesse offrire. Una perfetta macchina da jazz in grado di viaggiare a velocità pazzesche, hard bop muscoloso e rovente che puzza di whisky, tabacco e marciapiedi bagnati. Completano la scaletta un paio di brani cuciti addosso alla cantante Debbie Andrews (passata anche per le fila dell'orchestra di Duke Ellington) e una deliziosa jam casalinga con Wes a strimpellare il basso elettrico e Buddy (fantastico) al vibrafono.

Più eterogeneo il secondo disco. Il piatto forte è una session newyorchese del '55 prodotta dall'allora ventiduenne Quincy Jones. Che aveva lasciato da poco l'orchestra di Lionel Hampton e che per il battesimo della Epic decise di convocare negli studi della Columbia i tre fratellini e i due Johnson. Cinque i brani registrati: dall'incalzante "Love for Sale" di Cole Porter alla maliziosa "Far Wes," passando per "Leila," "Blues" e "Undecided." Tre minuti e spiccioli a pezzo; senza strafare, con sublime grazia e ammirevole eleganza. Soprattutto nell'intrecciarsi amoroso tra il sax tenore di "Pookie" e la chitarra. Uno splendore di registrazione destinata ad essere archiviata e dimenticata per più di mezzo secolo.

A farle da contorno un'altra serie di live della seconda metà dei Cinquanta (notevolissima una "All the Things You Are" che si spinge oltre i dodici minuti e nella quale Wes confessa platealmente l'enorme debito nei confronti di Charlie Christian) e tre assolute chicche che concludono il viaggio a ritroso nel tempo portandoci addirittura nel '49. Anno in cui troviamo Wes a Fresno, in California, a fare da spalla al sassofonista Gene Morris (altro sodale di Hampton). Un Montgomery acerbo, secco e tagliente, a tratti scolastico. Una quasi matricola destinata a un futuro da gigante.

Track Listing: Disc 1: After You've Gone; Fascinating Rhythm; Brazil; What Is There to Say?; Four;. Wes' Tune; My Heart Stood Still; How High the Moon; Django;. Going Down to Big Mary's; I Should Care; Caravan; Six Bridges to Cross; Ralph's New Blues. Disc 2: Soft Winds; Robbins' Nest; A Night in Tunisia; Love for Sale; Leila; Blues; Undecided; Far Wes; All the Things You Are; King Trotter; Carlena's Blues; Smooth Evening.

Personnel: Wes Montgomery: guitar, electric bass (1-14), Buddy Montgomery: piano, vibraphone (1- 14); Jack Coker: piano; Douglas Duke: piano; Richie Crabtree: piano; Mel Rhyne: piano; Monk Montgomery: bass; John Dale: bass; Roy Johnson: bass; Flip Stewart: bass; Alonzo ''Pookie'' Johnson: tenor saxophone; Gene Morris: tenor saxophone; Sonny Johnson: drums; Earl ''Fox'' Walker: drums; Paul Parker: drums; Debbie Andrews: vocals; Sonny Parker: vocals.

Title: Wes Montgomery: In The Beginning-Early Recordings from 1949-1958 | Year Released: 2015 | Record Label: Resonance

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