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I primi 10 anni del Pomigliano Jazz Festival

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Non abbiamo inteso la divulgazione come semplificazione, ma come percorso di avvicinamento e innalzamento...
Come omaggiare un festival di jazz che per dieci anni ti ha tenuto compagnia, offrendo musica di altissimo livello, organizzando seminari e guide all'ascolto completamente gratis? Il Pomigliano Jazz Festival e' una kermesse inaugurata nel 1996 con un concerto di Herbie Hancock, Dave Holland e Craig Handy. Con "10 edizioni in 10 anni" - come ama dire il patron dell'evento, Onofrio Piccolo - il festival ha riempito il proprio carnet di partecipazioni illustri coi nomi di Lester Bowie, Roy Hargrove, Elvin Jones, Chick Corea, Joshua Redman, McCoy Tyner, Steve Swallow, Roy Haynes, Paolo Fresu, Uri Caine, Roberto Gatto, Noa, Maria Pie De Vito, Dave Douglas, Henry Threadgill e si potrebbe andare avanti ancora per molto, tra italiani e stranieri... "Pomigliano Jazz" è stato un polo d'attrazione per oltre 300.000 persone (con un pubblico che va infoltendosi di anno in anno), e rappresenta un momento concreto durante il quale l'intero Stivale può guardare alla Campania come vero centro di aggregazione culturale. Mentre e' in lavorazione la prima edizione del secondo decennale del festival, abbiamo incontrato Onofrio Piccolo, ideatore e fondatore del festival, musicista, Assessore alle Politiche Culturali di Pomigliano D'Arco.

All About Jazz Italia: Un assessore che mette su un grande festival di jazz: è triste dirlo, ma non è cosa usuale. Da dov'è nata l'idea del Pomigliano Jazz?

Onofrio Piccolo: L'idea del festival è nata più di dieci anni fa, dalla passione di un piccolo gruppo di persone, dal mio stimolo personale, dall'interesse che nutro verso questo genere musicale, ma soprattutto per il desiderio di creare sul nostro territorio un punto di riferimento culturale. All'epoca avevo circa 26 anni, ero un normale cittadino che si occupava di politica solo per passione e senso civico, mentre per professione mi occupavo di musica. Ho cercato dunque di coniugare la mia passione per la musica con la politica. Il problema che si poneva era anche quello, concreto, di dare uno sviluppo politico e culturale al territorio. Anche per questo motivo, il progetto si è sviluppato con un certo spirito che io definirei "pubblico" dal primo approccio. Il Pomigliano Jazz Festival anche traendo la sua nascita da un'istanza di tipo politico, non si è però mai fatto influenzare, nel corso della sua evoluzione, da direzioni di partito e da influenze che non coincidessero con l'arricchimento qualitativo della manifestazione stessa. È stato quindi, paradossalmente, un progetto di grande valenza politica (con la "p" maiuscola") che non ha mai tenuto conto di un certo tipo di politica... Dal punto di vista organizzativo e artistico, ha sempre avuto un'autonomia fortissima. I due punti fondamentali, quindi, sono questi: ha assecondato (e in qualche caso determinato) la politica di sviluppo del territorio, ed ha mantenuto un'autonomia organizzativa invalicabile, salvaguardando così la qualità artistica dell'evento.

AAJ: La direzione artistica è affidata a te?

O.P.: Si. La curo io, e in questo senso ho sempre cercato di imprimere al "PJ" un forte carattere divulgativo, questo perché abbiamo creato dei percorsi culturali all'iterno di un territorio che non aveva una storia, e che oggi, dopo dieci anni, può dire di avere una storia, una tradizione. Poiché all'inizio l'approccio è stato abbastanza difficile, l'idea è stata quella di organizzare eventi musicali di qualità, mantenendo comunque uno spirito largamente divulgativo. Mai abbiamo pensato di chiuderci in una elite di appassionati. Abbiamo piuttosto cercato di utilizzare il festival come strumento di avvicinamento per i giovani, e per le classi sociali più disparate.

AAJ: Fino a che punto uno come Henry Threadgill è "divulgativo"?

O.P.: No, infatti non abbiamo inteso la divulgazione come semplificazione, ma come percorsi di avvicinamento e innalzamento della sensibilità media collettiva. Molto spesso, come ben sappiamo, alcuni festival jazz per richiamare un pubblico maggiore invitano le star della musica pop. Noi, invece, abbiamo concentrato moltissimo l'attenzione sul jazz, anzi, in un certo senso - specialmente all'inizio - siamo stati molto ortodossi. In questi anni, il nostro lavoro è stato particolarmente attento al jazz acustico, mentre in Campania era molto più sviluppato e seguito il filone del jazz elettrico, la fusion, ecc. Quello che ci ha riguardato più da vicino è stato il concetto di jazz tradizionale, che al suo interno ha il mainstream, le contaminazioni col mondo latino, col rock, con al fusion, con la musica popolare, col free. Questo universo, abbiamo cercato di rappresentarlo, senza però renderlo per pochi.

AAJ: Anche perché, tra le altre cose, il "PJ" offre diverse attività collaterali ai concerti da palco.

O.P.: Sì, c'è tutto un filone di attività che si sviluppano parallelamente ai concerti, come le guide all'ascolto, i seminari, i laboratori di educazione al ritmo, e i laboratori creativi. Ovviamente, tutti gratuiti, e aperti a chiunque.

AAJ: Immagino sia stato difficile richiamare un grosso pubblico, nonostante si trattasse di un evento gratuito. Il jazz è una musica che spesso stenta a prendere piede in Campania.

O.P.: L'accesso gratuito, infatti, è stato di sicuro un elemento importante, però non determina la presenza di un largo pubblico. Voglio dire, se uno ascolta una cosa e questa cosa non gli piace, si alza e se ne va. E comunque, difficilmente ripeterà l'esperienza. Il lavoro grosso sta nella parte organizzativa, nella promozione (che abbiamo curato tantissimo!). Sicuramente l'accesso gratuito favorisce l'avvicinamento, così come i corsi di guida all'ascolto che sono distribuiti durante tutto l'anno, e non soltanto in concomitanza col festival.

AAJ: Quanto sono seguiti questi corsi?

O.P.: Stanno diventando, col passare del tempo, una parte fondamentale della nostra attività annuale. L'ultimo che abbiamo messo su - per darti un po' l'idea della cosa - era dedicato ai "giovani oltre i 55 anni d'età" che non avevano avuto alcuna esperienza né alcun contatto con questo tipo di musica. Abbiamo preferito scavalcare, in questa occasione, quelli che già avevano una certa familiarità con la musica afroamericana, per privilegiare e stimolare la partecipazione dei nuovi avventori. Poi, magari, non tutti diventano degli appassionati. Ci mancherebbe. Però l'evento basato sulla qualità, sulla continuità (a me piace sottolineare la frase "dieci edizioni in dieci anni", poiché questa cosa non è tanto comune dalle nostre parti), sulla credibilità che ci siamo faticosamente costruiti in questi anni, dà inevitabilmente i suoi frutti con un largo riscontro di pubblico. Ora la gente ci vede come un punto di riferimento preciso. Una cosa importante, per esempio, è questa: anche se non si sa ancora chi parteciperà alla prossima edizione del Pomigliano Jazz, la manifestazione ha già un proprio pubblico affezionato. Questa mi pare un'ottima testimonianza della credibilità che abbiamo costruito in questi dieci anni.

AAJ: Un festival del genere, ha anche un grosso potenziale in termini di turismo. O no?

O.P.: Mah, diciamo che in queste edizioni l'aspetto turistico si è espresso più che altro come mobilità interna alla regione: persone che vengono un po' da tutta la Campania, e che prima magari non avevano mai visto Pomigliano d'Arco, hanno acquisito familiarità con un nuovo territorio, pregevole sotto diversi punti di vista. In maniera indiretta, invece, ha coinvolto anche i turisti che si trovavano già sul territorio campano, e che venivano a conoscenza dell'evento soltanto dopo il loro arrivo. Nel presente, dopo dieci anni d'attività ed un minimo di storia, stiamo pensando a come valorizzare il "PJ" anche dal punto di vista turistico, sempre considerando che il nostro primo obiettivo è quello culturale, e non quello di richiamare più gente possibile.

AAJ: L'effetto turistico potrebbe dare, oltretutto, nuova linfa al festival, migliorandone le risorse...

O.P.: Infatti. Proprio per questo, d'accordo con la Provincia di Napoli abbiamo promosso un coordinamento provinciale dei festival, sia per cominciare a razionalizzare l'offerta musicale che c'è sul territorio (dato che negli anni scorsi ci siamo trovati di fronte a fastidiosi accavallamenti di date, per cui, o seguivi una cosa, o ne seguivi un'altra). In una programmazione annuale che già offriva pochissimo, c'era la possibilità di trovare in un solo giorno tre eventi diversi, magari di egual valore. E questo, da un punto di vista di gestione delle risorse pubbliche, è inaccettabile.

Sto parlando del "Circuito del Jazz" campano, che ha esordito proprio l'anno scorso e rappresenta l'insieme dei festival jazzistici campani, che s'impone agli occhi degli enti pubblici come istanza di valorizzazione del territorio. Quindi, cerca di ottenere da parte degli stessi enti un investimento economico maggiore. Inoltre, tornando all'aspetto turistico, bisogna considerare che un calendario di eventi come quello stabilito per il 2006, distribuito in un periodo che va da giugno a settembre, può avere una sua valenza promozionale anche al di fuori della nostra regione. Ci saranno nove rassegne diverse, allacciate l'una all'altra, senza accavallamenti, per formare un unico grande calendario di concerti.

AAJ: Pare che, finalmente, qualcuno si sia accorto di una cosa: meglio finanziare il jazz, che non gode di grandi profitti però richiama turisti, piuttosto che la musica leggera, che gode già di ampi profitti interni, e non richiama proprio nessun turista...

O.P.: Sì, sembra che una politica del genere stia prendendo corpo. Anche su questo, noi abbiamo aperto una strada, un modello di relazione diverso tra operatori culturali (non solo organizzatori di eventi) e amministrazioni pubbliche, che può generare un meccanismo virtuso, sia nel sostegno al movimento culturale del territorio, nella fruizione, da parte dei cittadini, del nostro territorio, che nell'aspetto economico, che riguarda l'autosostentamento del circuito concertistico stesso. Si sta iniziando a capire che il turismo può essere un apporto concreto ad un'attività musicale che, come dicevi tu, gode di pochi fondi e di poco sostegno dal mercato (chiaramente, la musica "comerciale" ha una sua fortissima valenza commerciale, un sostegno legato alle vendite ecc.). Le attività che, invece, hanno una forte valenza culturale, non sempre hanno un riscontro di mercato che gli permetta di sopravvivere.

AAJ: Tornando al "PJ", dicevi "dieci edizioni in dieci anni". In cosa le ultime edizioni sono diverse dalle precedenti?

O.P.: Beh, questo potreste dirlo più voi che lo seguite! Comunque, i punti da considerare sono diversi. Innanzitutto, ora le attività abbracciano, come ti dicevo, tutto l'anno. Poi, ci siamo resi conto che la forma dell'associazione non era più adeguata alle nostre esigenze, per questo nel 2005 abbiamo costituito la Fondazione Pomigliano Jazz.

AAJ: Poi c'è Itinera, l'etichetta discografica che fa capo alla fondazione...

O.P.: Sì, Itinera si occupa di mettere in luce i musicisti presenti sul territorio, ma anche di metterli in contatto con altri colleghi, provenienti da altri Paesi e da altre esperienze culturali. Pensiamo che il percorso musicale di un artista non possa prescindere da quelle che sono le esperienze degli altri musicisti.

AAJ: L'anno scorso Itinera ha prodotto Zurzolo, Piccino, Urciolo e Smith e altri artisti presenti sul palco del "PJ". È legittimo aspettarsi che, anche quest'anno, l'etichetta terrà d'occhio il palco del festival, attingendo alla rassegna per sfornare nuovi CD?

O.P.: Sicuramente. Itinera è un altro strumento per sviluppare e rendere comuni i progetti che trovano posto all'interno del "contenitore" Pomigliano Jazz. Lo stesso Sound Cafè, il jazz club pomiglianese di cui curiamo la gestione, si può considerare come una piccola appendice del festival. Il centro di documentazione, con testimonianze e registrazioni audio e video accumulate in questi dieci anni, è un'altra grossa risorsa. Ora stiamo pensando di metterlo a disposizione dei cittadini e di chi ne abbia voglia.

AAJ: Parliamo del prossimo Pomigliano Jazz. A noi piacciono tanto le anticipazioni, ma solo quando si tratta di nomi e cognomi.

O.P.: L'organizzazione ricalcherà quella dell'ultimo "PJ", con laboratori per bambini e adulti, workshop per i musicisti, tre palchi, cinque giorni, con quattro concerti al giorno. Questo, sostanzialmente, sarà il format. Cercheremo di incrociare linguaggi musicali diversi, con artisti diversi tra loro. Ci sarà probabilmente una sezione dedicata al jazz elettronico, per rappresentare questa tendenza che...

AAJ: I nomi, vogliamo i nomi...

O.P.: Uff! [ride, ndr] Abbiamo molti contatti. Uno dei musicisti a cui noi terremmo molto è John Surman. Però siamo ancora in una fase embrionale...

AAJ: Cosa ti aspetti dal festival per i prossimi anni? Meglio, cosa vorresti che ti donasse?

O.P.: Avendo creato una fondazione, per raccogliere tutto il prezioso materiale che abbiamo accumulato, mi auguro che tutto ciò non venga disperso. Mi auguro, inoltre, che vada avanti al di là delle singole persone, delle singole passioni, e che arrivi realmente a rappresentare un centro di produzione culturale per il nostro territorio. Il mio sogno, e quello di tutte le persone che hanno portato avanti il progetto, è sempre stato questo: che il nostro festival possa donare una nuova identità al nostro territorio.

Visita il sito del Pomigliano Jazz Festival

Foto di Reinhold Kohl

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