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Forlì Open Music 2019

Libero Farnè By

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Forlì Open Music
Ex Chiesa di San Giacomo
Forlì
11-13 ottobre

Per potersi immergere nel modo più vantaggioso nelle cangianti atmosfere di Forlì Open Music, festival senza confini generato dall'esperienza trentennale di Area Sismica, bisogna immedesimarsi nella sua filosofia con orecchie ricettive, mente libera e cuore partecipe. A maggior ragione in questa quarta edizione, che ha inglobato al suo interno la nona edizione del Festival di Musica Contemporanea Italiana (che quindi non si svolgerà all'Area Sismica nel prossimo novembre, a differenza di quanto era avvenuto in passato), dedicato alle espressioni più vitali dei compositori e interpreti formatisi nel nostro paese. Il Forlì Open Music dunque manifesta "la sua trasversalità—si legge sul programma— rispetto a vari mondi musicali; intenzionalmente la musica della tradizione storica si intreccia con quella del presente, in un'azione progettuale dalla forte connotazione divulgativa... Una musica che può essere scrittura ma anche realizzazione estemporanea, improvvisazione, sperimentazione, evocazione."

Se si accettano questo assunto e il relativo atteggiamento d'ascolto non risulta stridente il passaggio da un'esperienza musicale ad un'altra, del tutto diversa ma altrettanto coinvolgente. Lavori pianistici di Jean-Philippe Rameau, di Franz Liszt e del meno noto Charles-Valentin Alkan, compositore parigino di pieno Ottocento, sono stati interpretati con straordinaria autorevolezza dal diciottenne Jacopo Fulimeni, che ha aperto la nutrita serie concertistica. Hanno fatto subito seguito le estenuate stratificazioni sonore del "Quartetto n.4" di Giacinto Scelsi, eseguito con puntiglio dal Quartetto d'archi Maurice, fondato nel 2002 e particolarmente interessato all'approfondimento della qualità sonora delle composizioni contemporanee. In "Natura morta con fiamme" di Fausto Romitelli ai quattro archi si è sovrapposta la deformante componente elettronica, aggiungendo risonanze alonate, spessori incombenti, fremiti cristallini con effetti seducenti. Le puntillistiche astrazioni iniziali di "The 1987 Max Headroom Broadcast Incident" di Mauro Lanza, sempre per quartetto d'archi ed elettronica, si sono trasformate gradualmente in un greve espressionismo astratto dalle cadenzate masse sonore.

Alla notevole e rivelatrice apparizione del Quartetto Maurice ha fatto seguito il concerto, altrettanto "anomalo" e sorprendente di Zaum_Percussion, trio fondato nel 2018. Dei due brani eseguiti, ha spiccato per la sua comunicativa per certi versi più diretta "Polaris," scritto da Lorenzo Pagliei: basato dapprima sulle sonorità tenebrose e un po' lugubri di tre grancasse orizzontali, poi giocato sul fitto intreccio dei colpi di minute bacchette sul bordo metallico di tre charleston, esso si è concluso con una breve sintesi abbinando grancasse e charleston. L'omogeneità del sound delle percussioni e le minime variazioni nel procedere costante delle metriche ha generato il fascino immediato di questa composizione-interpretazione.

La prima serata concertistica del festival si è conclusa nel segno dell'improvvisazione assoluta con la solo performance di Joe Morris alla chitarra, in esclusiva italiana. Le veloci escursioni della sua mano sinistra sulla tastiera hanno costruito un fraseggio austero, immaginifico, per lo più caratterizzato da un andamento continuo, anche se inframezzato da impennate repentine e lancinanti o da soste su accordi più pensosi. L'aspetto che ha più colpito è stato il tocco sgranato e pulito, che ha generato, anche nei passaggi più frenetici, un sound sempre nitido e argentino. In definitiva è risultata del tutto efficace l'estesa ricchezza strutturale, dinamica e timbrica del flusso che la concentrazione del chitarrista ha saputo trarre dal suo strumento.

Nel pomeriggio seguente, si è potuta apprezzare una grande pulizia del tocco anche nella diteggiatura di Erik Bertsch, pianista italiano di origini olandesi che ha affrontato tre composizioni di Marco Stroppa tratte da "Miniature estrose -Primo libro." È stata così resa in modo mirabile la relazione fra i vari gruppi di note, ora aggregate in un pulviscolo riverberante ora accumulate in improvvisi sussulti percussivi.

La complessa indagine sulle potenzialità espressive della voce umana invece, condotta da Sylvano Bussotti in "Il nudo," degli anni Sessanta su testo di Aldo Braibanti, include parossismi di stampo neo-espressionista alternati a brevi ripensamenti meditativi; il tutto è stato interpretato con attenzione e inflessioni opportunamente drammatiche dalla voce versatile di Monica Benvenuti. In "Lachrimae," scritto dal compositore siciliano negli anni Settanta, il canto della Benvenuti si è confrontato con l'alterata elaborazione che in tempo reale ne ha dato l'elettronica azionata da Francesco Giomi.

Di Stefano Scodanibbio, il cui credo musicale ed esistenziale trovò una consonanza con la visione propugnata da Area Sismica, è stato opportunamente proposto un ricordo a tutto tondo, articolato in tre distinti momenti. Un autoritratto sfaccettato e autentico del musicista risulta dal libro "Non abbastanza per me" edito da Quodlibet, che raccoglie suoi appunti aforistici o dissertazioni più argomentate su vari argomenti e che è stato presentato da Mario Gamba con mirata essenzialità. Tre brevi filmati di solo performance del contrabbassista al Teatro Farnese di Parma hanno fatto rivivere il suo modo onnicomprensivo ed estemporaneo, o meglio olistico, di integrare composizione e improvvisazione nella sua stretta relazione con lo strumento.

Nell'esecuzione concertistica infine di "Terre lontane" si sono compenetrate la deterministica parte per pianoforte, il nastro magnetico, preregistrato con suoni di contrabbasso manipolati elettronicamente, e il video, in cui scritte telegrafiche a tratti si sovrapponevano a immagini sfumate. Al pianoforte sedeva Fabrizio Ottaviucci, la cui esperienza nell'interpretazione di autori contemporanei, in primis John Cage, Giacinto Scelsi e appunto Scodanibbio, ha determinato nel tempo la sua assidua collaborazione alla programmazione di Area Sismica. Tra l'altro, nella mattinata Ottaviucci aveva tenuto una divulgativa conversazione-concerto sull'evoluzione del linguaggio musicale dall'epoca classica alle avanguardie del Novecento.

La trasversalità, requisito distintivo di Forlì Open Music, ha portato a concludere questa edizione con il Large Unit diretto da Paal Nilssen-Love. La formazione di una quindicina di elementi, provenienti prevalentemente dai paesi scandinavi ma anche dal Belgio, ha riproposto un'estesa composizione del leader, commissionata da un'istituzione di Oslo e concepita per un organico ancor più vasto. La parte iniziale ha presentato un flusso musicale frammentato nell'avvicendarsi di ridotte aggregazioni strumentali: tromba e sax baritono, fisarmonica ed elettronica, uno stentoreo intervento del trombonista svedese Mats Äleklint al quale è subentrata la tuba e così via. Le pronunce dei singoli sono sempre state improntate ad un free esasperato, rivelandosi comunque di elevata qualità espressiva.

Solo successivamente sono emerse situazioni più collettive, con momentanee soluzioni di "tutto pieno," con marcati spunti melodici e ritmici, con momenti di pseudo-conduction autogestiti dagli stessi orchestrali. Il palinsesto dell'improvvisazione ha comunque mantenuto fasi di decantazione e spazi solistici, fino a spegnersi nel flebile ripiegamento finale. Come breve bis è stato proposto il contagioso "Shellela," semplice tema dell'etiope Gétatchèw Mèkurya, dando voce alle potenzialità più tribali, ritmicamente sature e ritualistiche della formazione diretta dal batterista norvegese. Nel complesso la prova data dal Large Unit è risultata più organica e convincente che in altre occasioni.

Non si può concludere questo resoconto senza evidenziare che il festival, come nelle passate edizioni, è stato ospitato nella prestigiosa cornice della Ex Chiesa di San Giacomo, la cui acustica è stata migliorata da pannellature verticali sotto la copertura. Lungo le pareti della navata era esposta la mostra fotografica dello sloveno Žiga Koritnik, personaggio ben noto a chi frequenta gli appuntamenti jazz più importanti, del quale in apertura del festival, l'11 ottobre, è stato presentato il libro "Cloud Arrangers": memorabili alcuni scatti, che colgono l'ironia e la fuggevole assurdità del momento, evidenziando le estrose personalità dei jazzisti ritratti.

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency).
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