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Christian McBride: People Music - Out Here

Luigi Sforza By

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Di Christian McBride colpisce l'energia, la presa di coscienza dei propri mezzi espressivi e il modo in cui riesce a plasmare la scoppiettante materia sonora che suona, ovvero un miscuglio proficuo di post-bop e cantabile modern jazz.
A due anni di distanza da The Good Feeling il contrabbassista afroamericano torna con due dischi, uno, People Music con gli Inside Straight, l'altro, Out Herein trio. Entrambi con almeno due tratti in comune, l'accattivante persuasività delle melodie e la non difficile assimilabilità di ciò che suonano.

Christian McBride & Inside Straight
People Music
Mack Avenue Records
2013

People music rappresenta un piacevole campionario di elementi modernisti. È ricco di temi (originali) ben articolati, molto spesso dialogici, affascinanti e ispirati, con innesti fecondi, che includono insieme ambientazioni post coltraniane e architetture armoniche europeizzanti (come in "Gang Gang"), oppure richiami al Modern Jazz Quartet o al soul jazz. Melodie frizzanti si susseguono a improvvisazioni brillanti e ricche di boppismi ("Fair Hope Theme"). Blues ("Unusual Suspect") e immagini coltraniane ("Dream Trane") si alternano a oziosi brani dall'andazzo funk ("New Hope's Angel") o a energiche ballad ("Ms. Angelou").

In questo disco tutti i musicisti riescono a realizzare un percorso coerente. Dal vibrafono di Warren Wolf, che sa essere incisivo e determinante, al pertinente sassofono di Steve Wilson, gli Inside Straight sanno ben mettere l'accento sulle possibili declinazioni cui è sottoposto il post-bop.

Christian McBride Trio
Out Here
Mack Avenue Records
2013

Out Here è, invece, l'esito finale di convincenti sopralluoghi nel mondo degli standards. I risultati, per quanto prevedibili, dimostrano però quanto l'interpretazione in chiave boppistica sia ancora un approccio espressivo in grado di far emergere—anche da materiale ampiamente abusato—un elevato grado di vitalità musicale. Sarebbe pleonastico elencare i titoli dei brani che compongono l'album, se ne ricaverebbe un elenco più o meno aggiornato e meditato di noti classici americani (tra questi "My Favorite Things," "Cherokee" e la vigorosa e danzante "Hallelujah Time" di Oscar Peterson). Unica traccia dell'album che per mood si differenzia dalle altre è il classico R&B "Who's Making Love," portato al successo da Johnnie Taylor, che qui riceve un trattamento più "leggero" e ricco di precisazioni funk.

Ascoltando questi due lavori di Christian McBride si possono conoscere non solo le sue personali idee sul jazz, ma anche verificare quanto la tradizione sia ancora in grado di interessare giovani musicisti, come l'eccelente pianista Christian Sands e il vigoroso batterista Ulysses Owens, Jr., che, declinando le potenzialità del passato, perpetrano con entusiasmo e vitalità un linguaggio ampiamente consolidato ma ancora in grado di entusiasmare e stimolare.

Nella potente cavata di McBride si intuisce tutta la solenne sacralità della musica afroamericana nata dopo gli anni '40 del '900. Il suo jazz è un innesto fecondo di sfaccettature attualizzate di stilemi classici, declinato con competenza e orgoglio antropologico.

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