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Chigiana - Siena Jazz Ensemble a Micat in Vertice

Neri Pollastri By

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Chigiana—Siena Jazz Ensemble, dir. Stefano Battaglia
Micat in Vertice
Palazzo Chigi Saracini
Siena
31.1.20

Dopo un debutto estivo e un ulteriore lavoro di affinamento di materiali e d'intesa, il Chigiana—Siena Jazz Ensemble diretto da Stefano Battaglia ha suonato il suo Tabula Rasa a Palazzo Chigi Saracini, all'interno di "Micat in Vertice," il cartellone dell'Accademia Chigiana.

La formazione, che unisce musicisti di aree diverse, è molto particolare, includendo ben quattro voci femminili (Camilla Battaglia, Andrea Silvia Giordano, Elsa Martin e Adele Russotto, impegnate anche all'elettronica), due chitarre elettriche (Niccolò Faraglia ed Eugenio Stella), tromba (Tommaso Iacoviello), clarinetto (Leonardo Agnelli), harmonium (Angelo Petraglia), vibrafono/marimba (Nazzareno Caputo) e batteria (Nicholas Remondino, come i due precedenti impegnato anche alle percussioni), oltre al pianoforte del direttore. Un organico, comunque, che è mutato più volte nel corso del concerto, smembrandosi e dando vita a formazioni diverse e più piccole a seconda delle esigenze.

Il repertorio prevedeva una lunga suite suddivisa in quattordici parti, su musica originale di Battaglia e testi poetici di vari autori e lingue. Il tutto costruito su strutture piuttosto organizzate, ma anche aperte all'improvvisazione.

Proprio la particolarità sia dell'organico, sia del programma ha fatto sì che il concerto fosse decisamente avvincente. Le quattordici parti erano forgiate sulla forma-canzone, ma di fatto le voci erano perlopiù impegnate in un lavoro assai più strumentale che non d'interpretazione canora, e i testi poetici, spesso ripetuti più e più volte per singole frasi, fungevano soprattutto da spunto per la costruzione della tessitura musicale e per la sua variazione timbrica. Gli strumenti, oltre ai momenti di assolo, avevano spesso un ruolo più coloristico che orchestrale, aprendo ciascuno scenari diversi all'interno dei quali le voci potevano muoversi in modo di volta in volta nuovo. Così, ora le chitarre dipingevano atmosfere trascendenti, supportate dall'elettronica, ora l'harmonium creava uno sfondo magicamente arcaico, ora la tromba squarciava la scena drammatizzando, ora erano invece le percussioni e la marimba a dare spinta ritmica e colori esotici, e così via. Tutto questo mentre il pianoforte di Battaglia a un tempo fungeva da raccordo e si apriva spazi per assoli che arricchivano la scena.

La progressiva ricomposizione del quadro, che offriva di volta in volta momenti decisamente contemporanei accanto ad altri più jazzistici e perfino alcuni inserti di gusto folk—per esempio il frammento intitolato "Glasimi," uno dei più emozionanti, nel quale la Martin (che con il pianista ha un sodalizio artistico che ha prodotto lo splendido album Sfueâi ) ha cantato con modalità vagamente ispirate alla tradizione balcanica—ha alla fine offerto un lavoro originalissimo, che mutatis mutandis ricordava la rigorosa libertà di Roscoe Mitchell, calata però in una tradizione ben diversa, qual è quella italiana.

La formazione si è subito dopo recata in sala di registrazione per realizzare un album che ha tutte le carte in regola per annunciarsi interessantissimo, perdendo rispetto al live forse qualcosa sul piano della processualità performativa, ma guadagnando probabilmente su quello della leggibilità dei timbri, un po' penalizzati dalla pur scenografica sala senese.

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