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Alexander Hawkins e Marco Colonna Duo al Pinocchio di Firenze

Neri Pollastri By

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Alexander Hawkins & Marco Colonna
Pinocchio Live Jazz
15.2.2020

Una delle ultime date della stagione del Pinocchio Jazz di Firenze prevedeva la prima assoluta del duo del pianista inglese Alexander Hawkins—passato qualche giorno prima in piano solo a pochi chilometri di distanza, a Prato per Metastasio Jazz—e del polistrumentista romano Marco Colonna. Incontratisi nelle formazioni di Roberto Ottaviano (erano presenti in Eternal Love e arrivavano freschi di una nuova registrazione) i due artisti, riscontrando intesa e interessi comuni, hanno dato vita a questa formazione che basa il proprio repertorio sullo studio e la rielaborazione della musica di Eric Dolphy.

In realtà, nella rilettura del duo italo-inglese la musica del grande musicista afroamericano è risultata fortemente (e volutamente) trasfigurata: le composizioni erano state infatti analizzate nelle loro componenti e i musicisti vi hanno svolto un lavoro su cellule e sequenze, tale che i brani originali finivano per risultare quasi sempre irriconoscibili anche a orecchi attenti. Su tale base vi era poi ampio spazio per l'improvvisazione, sia individuale, sia di coppia, cosicché il concerto è apparso come un prodotto interamente originale dei due artisti. Colonna ha alternato il clarinetto in si bemolle, il clarinetto basso e il sassofono sopranino, mentre Hawkins ha affrontato il pianoforte senza grandi artifici, se non qualche raro intervento sulle corde, ma anche con l'esercizio di tecniche particolari che a più riprese gli hanno permesso di ottenere sonorità piuttosto inusuali, frutto di singolari risonanze delle corde.

A cagione delle specificità indicate, la cifra complessiva della musica è risultata più prossima alla contemporanea che non al jazz: articolazione sempre molto complessa, impiego da parte di entrambi di ricercate soluzioni tecniche, a cui si aggiungeva quasi sempre una frammentazione ritmica delle frasi, stimolata e guidata dal pianoforte e poi assecondata dai fiati di Colonna. Quest'ultima specificità, a giudizio di chi scrive, ha un po' penalizzato la magistrale capacità del musicista romano di sintetizzare tecnica e discorso drammaturgico, suono e racconto, restituendo in alcune parti—per esempio laddove era in scena il sopranino—una musica ammirevole, ma un po' fredda.

Quest'ultima impressione, tuttavia, non si è avuta nel lungo solo di clarinetto basso che Colonna ha anteposto a uno dei brani e nel quale è come al solito emersa tutta la sua maestria nell'operare in solitudine, né nei brani in cui compariva il clarinetto in si bemolle, strumento che il musicista usa in genere piuttosto poco e al quale ha invece sfoggiato un suono e una fluidità esecutiva impressionanti, che—assieme alla struttura narrativa dei brani meno incentrata sugli stacchi ritmici—hanno contribuito a offrire un discorso drammaturgico più coinvolgente.

Concerto comunque di altissimo livello, concluso con un bis dedicato a Misha Mengelberg e assai apprezzato dal pubblico, di due musicisti dalla classe cristallina che ci auguriamo proseguano il loro percorso assieme.

Foto: Annamaria Lucchetti

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