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Things We Like: Thelonious Monk

Libero Farnè By

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All'interno delle stagioni di Angelica a Bologna, è giunto alla decima edizione il ciclo di filmati "Voci dall'al di là." Curato da Walter Rovere, fin dall'origine ha avuto come logo l'emblematica immagine dell'incontro fra i sorridenti John Cage e Sun Ra. Nell'anno in cui si celebra il centenario della nascita di Thelonious Monk non poteva mancare un documentario su di lui: "American Composer" di Matthew Seig, edito nel 1991 ma, come sostengono gli organizzatori, presentato solo ora in prima italiana. Sta di fatto che si tratta di un documento importante e imperdibile, anche perché si differenzia non poco dal forse più lirico e partecipato "Straigth No Chaser" montato da Charlotte Zwerin nel 1988 e prodotto da Clint Eastwood.

Dalle riprese d'epoca e dai ricordi raccolti nelle interviste, soprattutto in quelle alla sorella, al figlio Monk III, a Randy Weston e Ben Riley, scaturisce un ritratto credibile del pianista. Monk si staglia come un personaggio unico, chiuso in un mondo tutto suo; un protagonista a ben vedere inserito forzatamente nel movimento bebop, che in realtà gli stava stretto. Le inquadrature sulla sua personalissima diteggiatura dimostrano come egli sapesse trarre scampanii, colori lividi, bagliori e martellanti accordi con un uso tutto timbrico del pianoforte, con un processo di astrazione e di sintesi formale in grado di prosciugare il discorso da tutto ciò che non fosse essenziale.

Dal film emerge anche la sua statura di profeta e guida carismatica, capace di comunicare agli allievi e ai collaboratori certo non con le parole ma solo suonando il piano. Tutto ciò ha portato a esiti pianistici assoluti, inimitabili, sconvolgenti... Forse non a caso il suo discepolo più illuminato e autentico è stato il sopranista Steve Lacy.

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