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Steve Coleman and the Council of Balance: Synovial Joints

Luca Canini By

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Dei suoni della foresta amazzonica e dei segreti della "camouflage orchestration," delle articolazioni sinoviali, dell'antico dio Heru e del metodo di composizione spontanea, lascerò che sia Steve Coleman a parlarvi. È tutto spiegato nelle note di copertina, con estrema chiarezza e dovizia di particolari; la migliore introduzione possibile alle meccaniche (più o meno celesti) che governano rotazioni e traslazioni in Synovial Joints, quarto disco affidato alle cure della benemerita Pi Recordings (che in scuderia ha pure Henry Threadgill e Steve Lehman, tanto per dire) e propizia occasione per rispolverare il vessillo "The Council of Balance," in naftalina dal lontanissimo '97 (ovvero dal monumentale doppio Genesis/The Opening of the Day).

A Coleman giustamente il compito di schiudervi le porte della comprensione, a chi scrive il piacere (ben più prosaico) di fornirvi un valido motivo per aggiungere Synovial Joints alla vostra collezione. O meglio ancora per avvicinarvi per la prima volta a uno dei pensatori più originali e influenti degli ultimi trent'anni in jazz. Nel caso in cui apparteniate alla categoria di quelli che già sanno e frequentano, vi basti sapere che siamo dalle parti del meglio del meglio: un passo in là rispetto alle austere meditazioni dell'accoppiata The Mancy of Sound-Harvesting Semblances & Affinities, un gradino sopra il pur meraviglioso Functional Arrhythmias. Se invece siete a digiuno totale, Synovial Joints è il disco giusto per il grande passo.

Non che ci siano dischi sbagliati dai quali partire, ma rispetto al recente passato qualcosa si è mosso in direzione di una maggiore cantabilità, di un rinnovato gusto per la fluidità e la narrazione. Intendiamoci: nessun tradimento, nessuna ritirata; bastano pochi secondi dell'iniziale "Acupuncture Openings" per gridare «Steve Coleman!». La scansione ritmica, il tema spezzato, l'intrecciarsi vorticoso delle linee melodiche, i contrappunti degli archi: sempre a fuoco, perfettamente riconoscibile. Eppure diverso, amichevole, a tratti persino accattivante.

Merito della rigogliosa orchestrazione, che rimanda all'Andrew Hill delle alchimie più ardite (Passing Ships, Lift Every Voice, le session con gli archi pubblicate dalla Mosaic) e all'Henry Threadgill del Sextett; ma anche di una scrittura ispirata e di un piglio danzereccio al quale è difficile resistere. Non aspettatevi esotismi d'accatto o aperture clamorose, ma l'incedere balzellante di "Harmattan," funky obliquo con delirio caraibico di percussioni, l'ancestrale "Celtic Cells," liturgia esoterica officiata dalla sacerdotessa Jen Shyu, e la genuina "Nomadic," nove e passa minuti di incastri travolgenti, raccontano di una piccola grande svolta che potrebbe preludere a futuri sviluppi. Uno dei migliori Steve Coleman di sempre. Vi pare poco?

Track Listing: Acupuncture Openings; Celtic Cells; Synovial Joints I - Hand and Wrist; Synovial Joints II - Hip and Shoulder; Synovial Joints III – Torso; Synovial Joints IV - Head and Neck; Tempest; Harmattan; Nomadic; Eye of Heru.

Personnel: Steve Coleman: saxophone, composer; Jonathan Finlayson: trumpet; Anthony Tidd: electric bass; Marcus Gilmore: drums; Miles Okazaki: guitar; Jen Shyu: vocals; David Bryant: piano; Tim Albright: trombone; Maria Grand: tenor saxophone; Barry Crawford: piccolo, flute; Rane Moore: clarinets; Jeff Missal: trumpet; David Nelson: bass trombone; Kristin Lee: violin; Chris Otto: viola; Jay Campbell: cello; Greg Chudzik: contrabass; Alex Lipowski: percussion; Ned Sacramento: percussion; Ramon Garcia Perez: percussion; Mauricio Hererra: percussion.

Title: Synovial Joints | Year Released: 2015 | Record Label: Pi Recordings

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