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Enrico Morello: Movimenti ritmici dell'esistenza

Photo credit: Giorgio Bulgarelli

Paolo Marra By

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La fascinazione verso i ritmi dell’esistenza di cui parlo è riferito all’inconoscibile di tempi infinitamente piccoli o infinitamente grandi al di fuori della coscienza cognitiva del presente
Dopo aver messo a frutto prestigiose esperienze, tra le quali la militanza nel New Quartet di Enrico Rava, il giovane batterista Enrico Morello arriva all'esordio discografico da leader con Cyclic Signs (Auand Records). Grazie ad una scrittura complessa e ricercata, Morello riesce a coinvolgere l'ascoltatore a livello sensoriale ed emotivo mettendo in luce le sue spiccate doti tecniche ed espressive sia come batterista che come compositore. Cyclic Signs evidenza la propensione di Enrico Morello a sperimentare e approfondire la musica tradizionale africana affidandosi alla spinta delle individualità all'interno del quartetto formato da Matteo Bortone al contrabbasso, Daniele Tittarelli al sassofono contralto e Francesco Lento alla tromba.

All About Jazz: Quanto sono state importanti le numerose collaborazioni che hai maturato come sideman nel corso degli anni per avvicinarti alla registrazione del disco d'esordio come leader?

Enrico Morello: Ognuna di esse ha giocato un ruolo fondamentale nella mia formazione sia dal punto di vista strumentale che compositivo, oltre a permettermi di osservare la gestione del collettivo da parte di leader diversi tra loro per riguarda l'approccio all'improvvisazione e alla libertà comunicativa. Per esempio con Enrico Rava le cose succedono sul momento; sin da quando sono entrato nel suo primo gruppo, nel 2014, ogni prova ha coinciso col concerto. È sul palco che le abitudini legate al suonare insieme si sono successivamente consolidate. Con Manlio Maresca e Francesco Diodati al contrario il complesso repertorio richiede un numero maggiore di prove lasciando aperte le possibilità di implementare sul palco il materiale attraverso l'improvvisazione. Altra collaborazione è importante è quella con Maurizio Giammarco. Lui è in primis un compositore oltre che un sassofonista incredibile, purtroppo leggermente sottovalutato nel panorama italiano. Spesso abbiamo sperimentato delle improvvisazioni radicali abbinate a composizioni scritte. Maurizio Giammarco riesce a coniugare gli spunti compositivi con il lato umano per quanto riguarda la scelta dei musicisti e le idee da realizzare. A differenza di Rava, Giammarco parte da un'idea chiara che poi si modifica col tempo.

AAJ: Non è sempre facile trovare l'equilibrio tra la scrittura iniziale dei brani e la loro evoluzione nel corso della registrazione.

EM: La scrittura non deve essere una legge inamovibile ma semplicemente un'indicazione per andare altrove. Infatti i brani contenuti nel disco hanno preso forme diverse nel corso delle sedute di registrazione a seguito della volontà di coniugare la composizione e il pensiero a monte del progetto, con l'interazione all'interno del gruppo.

AAJ: Trovi delle differenze tra i batteristi americani e europei nell'ambito del Jazz moderno?

EM: La batteria è uno strumento per lo più recente rispetto ad altri nel linguaggio jazzistico. Per esempio il pianoforte viene mutuato dalla tradizione europea per essere integrato dai musicisti nel jazz. Invece la batteria nasce e si sviluppa col jazz. Per tale motivo ha avuto un'evoluzione repentina nel corso del secolo scorso. Una differenza da ritrovare tra le due scuole è nel timing, la scuola afroamericana è più spiccatamente improntata al groove, da ritrovare alla base dello swing. Non è facile trovare batteristi europei che abbiamo sviluppato questo aspetto peculiare della musica afroamericana. D'altro canto nelle avanguardie europee i batteristi hanno sviluppato un discorso che è andato in altre direzioni.

AAJ: A quale delle due scuole, americana ed europea, ti senti più vicino ?

EM: Senza essere esterofili guardo alla scuola americana come la radice costituente della batteria anche sentendomi più vicino alla scuola europea.

AAJ: Come definiresti il concetto di "ritmo" intorno al quale assumono uno specifico significato le composizioni presenti nel disco?

EM: Con questo album ho voluto ampliare il concetto di ritmo in generale. Il ritmo musicale si muove su regole stabilite dall'uomo per l'uomo nel senso che rispecchia un lasso temporale che riusciamo a percepire, a prevedere e infine a misurare. Ascoltando un qualsiasi brano musicale tutti noi riusciamo a battere il piede perché è un esperienza che viviamo mentre accade e non dilatata nel tempo. La fascinazione verso i ritmi dell'esistenza di cui parlo è riferito all'inconoscibile di tempi infinitamente piccoli o infinitamente grandi al di fuori della coscienza cognitiva del presente. Nell'intero percorso narrativo del disco ho cercato di riprodurre lo smarrimento che ciò produce avvalendomi di soluzioni ritmiche inaspettate, ottenute grazie allo sviluppo compositivo delle composizioni. Tutto questo consente all'ascoltatore di sincronizzarsi con più pulsazioni ritmiche mettendolo nella posizione di fare una scelta su quali di essi battere il piede.

AAJ: Il video di presentazione del disco, di cui è protagonista una ballerina, ben esplica il concetto che hai appena espresso di movimento temporale.

EM: Nel video è evidente una sincronia fra la biologia e il tempo. Ci piaceva l'idea della fisicità e del movimento intesi non come coreografia abbinata alla danza ma come movimento biomeccanico che sintetizza il ritmo biologico e musicale. Anche in questo caso il ritmo musicale ha una stretta connessione coi movimenti corporei. Il tempo con cui siamo abituati a ballare con più immediatezza e facilità si attesta intorno ai 100/120 bpm e questo mette in evidenza quanto il ritmo naturale del corpo umano condizioni la nostra percezione e di riflesso anche il tempo musicale. Ed è questo concetto che ho voluto rappresentare nel video con l'aggiunta di colori che richiamano quelli della copertina del disco.

AAJ: In quale modo la musica tradizionale africana ha influito sulla tua visione d'insieme del disco?

EM: Per la scrittura dei brani contenuti nel disco mi sono concentrato in particolare sullo studio della musica dell'Africa centrale, ed in particolare la complessa polifonia basata su parametri ritmici molto articolati presenti in questa tipologia di musica africana. Per esempio il brano "Forest People" è nato come un tentativo di tradurre le regole che caratterizzano la polifonia di un canto pigmeo che avevo ascoltato in una traccia audio. Ho cercato di riportarla nel brano non dal punto di vista tecnico ma con particolare riferimento all'aspetto astratto da ricondurre a una suggestione ispiratrice. Il risultato del mio lavoro è uno scambio tra il jazz e gli aspetti che maggiormente mi hanno influenzato della musica folklorica proveniente da territori autoctoni del continente africano. Per tale motivo non mi sono riferito a quei jazzisti che hanno in qualche modo edulcorato questo tipo di musica come nel caso della fusion. Mi hanno influenzato invece musicisti che nei loro lavori hanno approfondito la musica tradizionale africana come Steve Coleman.

AAJ: Aspetto peculiare del disco è lo sviluppo polifonico dei brani attraverso l'uso di strumenti monodici: un risultato da ricondurre anche alla scelta dei musicisti scelti per far parte del quartetto?

EM: Sono musicisti con cui collaboro da molti anni in diversi progetti. Con Matteo Bortone abbiamo suonato insieme nel trio di Alessandro Lanzoni e nei gruppi di Andrea Molinari e Maurizio Gianmarco. Francesco Lento lo reputo il migliore trombettista che ci sia in Italia in questo momento. Rispecchia in maniera perfetta la mia visione di musica, per non parlare del rapporto umano che ci unisce. Inoltre Francesco Lento e Daniele Tittarelli suonano insieme anche in altri progetti come per esempio nel gruppo di Manlio Maresca. Vista l'importanza dell'interazione tra i due fiati nelle mie composizioni la scelta di Lento e Daniele Tittarelli è stato un valore aggiunto all'interno del gruppo.

AAJ: Ci sono aspetti della musica rock che ti hanno influenzato nel percorso di crescita come batterista?

EM: Da piccolo ho iniziato a suonare sui dischi di Francesco Guccini, di cui nutro una vera e propria passione. Più tardi è arrivato il jazz con la Scuola di Musica di Testaccio a Roma e Siena Jazz. Ora sono distante dall'ambito del cantautorato come musicista anche se come ascoltatore nutro ancora la stessa passione nei riguardi di questo tipo di musica. Nonostante non mi sia mai interessato ad approfondire il rock, mi sono ritrovato spesso in situazioni nelle quali ho suonato musica con radici rock come nel caso della collaborazione con Manlio Maresca dove è presente maggiormente l'hardcore rispetto al jazz. Essendo il mio background prevalentemente jazzistico inserirmi in un contesto del genere non è stato facile.

AAJ: Credi che la scena jazzistica romana, nella quale hai mosso i primi passi, sia cambiata negli ultimi anni?

EM: La scena romana è stata fondamentale nella mia fase di formazione con l'incontro di musicisti eccezionali. Circa 15 o 20 anni fa nella Capitale c'erano moltissimi giovani che organizzavano diverse iniziative e jam session tra cui Marco Valeri, Domenico Sanna, Roberto Terenzi e Carlo Conti che hanno dato un contributo importante alla scena romana con iniziative che vedono la collaborazione di realtà sociali e locali molto stimolanti. Attualmente ci sono molti giovani, più accademizzati rispetto al periodo precedente ma comunque di talento in un contesto come quello di Roma unico per quanto riguarda le possibilità di incontro.

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