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Concerto della Statale: 35 anni dopo

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Esattamente trentacinque anni fa (28-30 novembre 1975), nel clima torrido degli anni Settanta, l'aula magna della Statale di Milano ospitava la rassegna "Nuove tendenze del jazz italiano," quasi una chiamata a raccolta di tutte le forze creative del momento. L'importanza di quell' esperienza - unica - promossa dal Movimento studentesco va oggi valutata sia sul piano storico che musicale: essa infatti consentì a tanti giovani di identificarsi con una intera generazione di musicisti che ha tentato velleitariamente di cambiare il mondo in musica. Abbiamo provato a raccontare cosa accadde durante quella tre-giorni attraverso il racconto di chi c'era. Con le testimonianze di Sergio Veschi, Patrizia Scascitelli, Guido Mazzon, Roberto Bellatalla, Toni Rusconi, Gaetano Liguori, Roberto Del Piano, Filippo Monico, Pino Distaso, Riccardo Lay, Giorgio Gaslini.

A Mario Schiano, Mauro Periotto e Gianni Bedori.

Chiunque in quei giorni guardasse cosa succedeva per strada aveva moltissimo da imparare. Non si trattava solo di barricate, di vetri frantumati, di gas lacrimogeni negli occhi e dell'esplosione delle molotov. Scrutando attraverso l'aria fumosa lasciata dai gas ci si poteva rendere conto di cosa succede a una società quando vuole ridisegnare la sua storia, quando le leve del potere sembrano non rispondere più ai loro padroni e le masse prendono coscienza di sé e all'improvviso conquistano il centro della scena politica. Gli studenti delle università in quegli anni - gli anni Settanta, gli anni controversi del terrorismo e della repressione ma anche dell'utopia collettiva e delle grandi conquiste - impararono di più sulla natura della società nelle strade di quanto probabilmente avrebbero potuto imparare per anni nelle aule.

"Contestare" era la parola di moda, ereditata dalla spinta propulsiva ed utopistica che il Sessantotto non aveva ancora perso. Rifiutare un assetto istituzionale (partiti, istituzioni, lobby culturali e industriali) incapace di dare risposte ai problemi posti dalla grande spinta di massa. La risposta del sistema - è storia, parlano gli scontri di piazza - fu talmente dura che nacque l'esigenza di una organizzazione, di un filo che legasse i tanti gruppi e organismi marxisti-leninisti o filo-trotzkisti che cominciavano a nascere in maniera spontanea nelle università e fuori. E' la stagione della cosiddetta Sinistra Extraparlamentare, una selva di nomi e sigle (Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Il Manifesto, Movimento studentesco) dentro la quale si coagulano tutte le forze rivoluzionarie che giudicano inefficace la condotta dei partiti (del PCI in particolare) a risolvere i problemi della società moderna. E tra le cui fila, purtropppo, molti arriveranno ad una radicalizzazione della dialettica politica scegliendo la via della lotta armata.

Un ruolo chiave relativamente al nostro campo di indagine - il jazz - lo ebbe il Movimento studentesco guidato da Mario Capanna e coagulatosi attorno all'Università Statale di Milano di piazza Santo Stefano. Il Movimento, nel quale militano negli anni personaggi come Luca Cafiero, Turi Toscano, Nando Dalla Chiesa, Franco Fabbri, Franco Fortini, Ludovico Geymonat, Francesco Alberoni, organizza incontri e dibattiti nell'Università, punta a creare uno schieramento il più composito e vasto possibile, si batte, tra le altre cose, per una politica culturale che tenga a freno le influenze dell'ideologia borghese giudicata reazionaria e conservatrice.

Membro della Commissione Cultura del Movimento è Sergio Veschi (oggi patron della Red Records), un appassionato di jazz che frequenta i concerti e clubs milanesi, fra cui il Jazz Power, in quegli anni diretto da Franco Fayenz, e il Capolinea di Giorgio Vanni. Su input del massimo dirigente politico del Movimento, Salvatore Toscano, gli viene chiesto - siamo nel 1973 o giù di lì - di occuparsi dell' organizzazione di concerti jazz. Una decisione che risponde all'esigenza di richiamare l'attenzione dei militanti e dei simpatizzanti e più in generale dell'opinione pubblica sull'importanza musicale, culturale e politica del jazz come forma d'arte specifica dei popoli e delle minoranze razziali e intellettuali oppresse e discriminate. Del resto il jazz aveva subìto un grosso impulso, non era più il tempo delle cantine romane con le pareti sporche di muffa e dei circoli Arci pieni di poster di Ho Chi Min e del Che. Sotto la spinta del movimento giovanile la musica - tout-court - aveva rotto gli argini spazzando via tutto quanto rispondesse a logiche commerciali e fosse senz'anima e il jazz aveva conquistato le piazze (la prima edizione di Umbria Jazz 1973 lo testimonia).

"Non conoscevo nessun musicista e nessun critico - racconta oggi Veschi. Però avevo comprato e ascoltato i dischi prodotti da Franco Fayenz per la PDU fra cui Gaslini, Mazzon, Centazzo e altri. Avevo conosciuto Polillo ad un concerto al Lirico qualche anno prima. Trovai il suo numero sulla guida del telefono e gli telefonai per avere qualche lume in proposito. Fu una persona molto gentile e disponibile che mi diede dei suggerimenti preziosi e mi indirizzò verso Giorgio Gaslini. Nelle organizzazioni di sinistra il Movimento studentesco della Statale fu la prima a dare a livello di massa questa indicazione che portava il jazz fra la gente, che in massima parte ne ignorava perfino l'esistenza. Si creò paradossalmente un nuovo "mercato" e un nuovo pubblico che seguiva queste manifestazioni con entusiasmo ed interesse scoprendo e creando un circuito alternativo che prima non esisteva e dando l'opportunità di "esistere" a musicisti che altrimenti non ne avrebbero avuta o ne avrebbero avuta molto poca. Queste iniziative hanno anche relegato nell'ombra altri musicisti, o forse non tenevano conto della realtà dei vari valori artistici presenti nell'ambito del jazz italiano dell'epoca. Ma anche oggi non mi sembra molto diverso".

Dapprima concerti sporadici e isolati (è del 24 aprile '74 il "Concerto della Resistenza" del Quartetto Gaslini, documentato su Edizioni di Cultura Popolare, primo esempio di autoproduzione), poi verso la fine del 1975 il passo più ambizioso: una rassegna a livello nazionale, una tre-giorni (destinata a segnare una pagina significativa nella storia del jazz italiano) che metta insieme tutte le forze del jazz più avanzato del periodo. Mentre fuori c'è il caos - il 1975 è stato un annus horribilis che si chiude con l'omicidio di Pier Paolo Pasolini, intellettuale "contro" - dal 28 al 30 novembre l'aula magna della Statale ospita la rassegna "Nuove tendenze del jazz italiano": ore e ore di musica dal tardo pomeriggio fino a notte inoltrata con il Quartetto di Patrizia Scascitelli, quello di Guido Mazzon, l'OMCI (Organico di Musica Creativa e Improvvisata), l'Idea Trio di Gaetano Liguori, il gruppo di Claudio Lo Cascio, i CADMO, il Quartetto di Giorgio Gaslini, il Trio di Mario Schiano e poi ancora Piero Bassini, Pino Distaso, Andrea Centazzo. La rassegna, completamente autogestita, ufficializza le esperienze condotte fino a quel momento nel campo del jazz di ricerca dagli inizi degli anni Sessanta sotto la guida di Gaslini e Schiano e registra un successo senza precedenti. Viene invitata la stampa specializzata, si organizzano dibattiti e mostre.

"Obiettivo - riprende Veschi - era portare all'attenzione del pubblico, ma più specificatamente delle organizzazioni della sinistra, questa nuova realtà che aveva preso forma negli ultimi anni, a partire dai primi anni Settanta, e che vedeva i jazzisti italiani e non essere parte integrante del moto di rinnovamento popolare, di affiancamento alle lotte dei lavoratori e di difesa della democrazia. Ogni musicista portava il bagaglio della sua personalità artistica e musicale e delle sue scelte estetiche. Non abbiamo mai detto a nessuno come suonare. Semmai abbiamo incoraggiato quelle tendenze e quei musicisti che si riferivano esplicitamente al movimento popolare in atto in Italia e in tutto il mondo. C'erano delle evidenti contraddizioni e rivalità fra i musicisti che ambivano al riconoscimento della loro bravura a scapito di qualcun altro. Alcuni di loro erano costantemente accompagnati da alcuni "critici," fotografi e supporter vari la cui funzione era quella di garantire un maggior riconoscimento ed esposizione e di conseguenza maggiori riconoscimenti ed ingaggi".

C'erano delle contraddizioni dice Veschi. Che il rapporto tra alcuni musicisti e il Movimento fosse un po' controverso lo ha testimoniato anche Schiano: "Ci sono stati degli equivoci di fondo, che come sappiamo andavano al di là del campo musicale. Quelli della mia generazione [in linea col PCI, N.d.r.] erano tutti un po' contestati però tutto sommato si andava avanti. A noi interessava solo fare musica, confidando di riuscire a dare una mano a quell'ansia di rinnovamento che io speravo fosse soprattutto di testa..." (Nota 1).

Patrizia Scascitelli, giovane allieva di Gaslini che comincia a splendere di luce propria, ha l'onore di aprire la lunga kermesse, venerdi 30 novembre. Si presenta sul palco con Marvin "Boogaloo" Smith, conosciuto durante un soggiorno a New York, Karl Potter e Larry Dinwiddie. "Un concerto storico, che segnò un'era. Così importante che sono stata contattata nel 2009 dalla casa discografica giapponese Nature Bliss per una ristampa su CD dell'Lp contenente i brani registrati dal vivo al concerto. La mia esperienza fu incredibile. I giovani che trovai a Milano erano sulla stessa lunghezza d'onda di quelli che avevo lasciato a Roma, dove ero solita suonare. Questo mi esaltò davvero: il fatto che i giovani avessero abbracciato il jazz, come arte improvvisativa, ovunque in Italia. Appropriandosene in un modo a volte emotivo a volte intellettuale ma in entrambi i casi molto serio e intenso. Durante il concerto non esisteva una linea divisoria tra noi musicisti e il pubblico, noi suonavamo e loro ascoltavano partecipi, come se fossero anche loro a suonare con noi, in un "viaggio" attraverso suoni liberatori, senza barriere. Ed essendo quello un pubblico di giovani "impegnati," al termine del concerto mi fermai a lungo, come era d'uso, a parlare con loro del jazz, dei musicisti e delle influenze di questa musica nella società, e del nostro futuro che vedevamo interessante e colmo di aspettative e di novità".

"Per la prima volta il jazz esce dal ghetto degli appassionati un po' snob, quel jazz definito da John Lennon in un'intervista "una musica di merda per studenti" [sic!] raggiunge per la prima volta un pubblico di massa -come si diceva allora- in una rassegna aperta e gratuita - commenta Mazzon, che in quartetto con Roberto Bellatalla, Edoardo Ricci e Toni Rusconi raccoglie il testimone dalla Scascitelli. Fu un evento politico e culturale. Diversi musicisti, diverse idee sulla musica, ma gli stessi ideali. Una nuova cultura musicale e non solo... questa era "l'immaginazione al potere". Una eterogeneità di proposte, dal jazz che prende spunto dalla musica popolare italiana, il jazz più vicino alla tradizione e l'avanguardia; quel Free Jazz che allora si affacciava per la prima volta nel sospettoso e conservatore mondo del jazz di casa (musica che oggi, formalizzata e decontestualizzata viene proposta ad un pubblico neofita o poco informato come "avant jazz"). Io avevo fatto scelte musicali radicali, ero interessato al jazz contemporaneo, non mi divertiva fare il verso ai musicisti americani, cercavo una sintesi personale, scrivevo temi all'apparenza semplici da usare come canovaccio per improvvisazioni solitarie o collettive. Preferivo l'allusione, il lirismo spezzato o le sortite destabilizzanti all' Art Ensemble of Chicago alla retorica celebratoria o rassicurante. Per suonare gli standard ci sarebbe stato tempo "da vecchi". "Oggi - nota con un pizzico di amarezza Mazzon - il mondo del jazz tutto sommato si è impreziosito di tecniche smaglianti ed algide ed impoverito di forza espressiva, di impatto emotivo, di urgenza di dire".

Un giovanissimo Roberto Bellatalla presta il suo contrabbasso a Mazzon e al Trio di Mario Schiano (alla batteria siede Lino Liguori). "Un tempo, l'ultimo, che ha visto la partecipazione in grande numero di un pubblico giovane ad eventi musicali non commerciali. Esisteva allora una gioventù recettiva o perlomeno disposta a confrontarsi con il nuovo e cercare di capirlo, informarsi, leggere, ascoltare musiche diverse e cercare di entrarci dentro senza giudicarle. Lo faceva così, come fanno i giovani, in tanti, con gioia, in un'atmosfera di festa. Così è stato a Milano alla Statale e nelle moltissime manifestazioni che all'epoca si svolgevano in tutta Italia. Ho avuto il privilegio, poco più che ventenne, di vivermi la musica in questa atmosfera, con spensieratezza e la certezza, di quel tempo, che le cose sarebbero sicuramente cambiate in meglio per tutti. Infatti di lì a poco sono andato a vivere e suonare all'estero, Berlusconi ha terminato Milano 2 ed è arrivata la tv commerciale..."

Toni Rusconi, cuore pulsante dell'OMCI (Organico di Musica Creativa e Improvvisata) insieme a Renato Geramia e Mauro Periotto: "Ci animava la consapevolezza di una nuova generazione di musicisti europei che di fatto sostituiva quella degli orchestrali che suonavano bene lo swing ma in senso revivalistico. Erano linguaggi che circolavano in Usa e in Europa che facevano irresistibile tendenza catturando pubblico di massa. Non dimentichiamolo. La Statale ha sancito anche in Italia successi raccolti da qualcuno di noi in Europa, dove con grande sorpresa il pubblico era molto folto e diverso da quello del Capolinea o del Music Inn. Erano i nostri "nuovi sostenitori". Anche la critica non tardò a riconoscerci. Perfino i critici un po' più conservatori. Non era sconvolgente? Ci siamo affiancati modestamente ai grandi dell'epoca e nel caso dell'OMCI con modi gentili un poco veneziani. Il concerto della Statale per noi è stato un trionfo inaspettato. Ma l'OMCI aveva meccanismi molto oliati e un tantino istrionici. Anche Polillo rimase entusiasta tanto che mi confidò: "Non suonate proprio jazz ma ne avete lo spirito". Mi ha sempre colpito il grande entusiasmo che si respirava, ciò rendeva tutto più facile tanto da concentrarsi meglio sulla musica. In ogni caso ero abbastanza conscio dei limiti artistici nel senso che ho sempre cercato cambiamenti e miglioramenti. Comunque, si viveva la musica del nostro tempo".

All'epoca il più organico al Movimento studentesco è Gaetano Liguori. La Statale è per lui un po' una seconda casa. Partecipa alle assemblee, prepara documenti in ciclostile, discute di lotta di classe e organizza manifestazioni. Insieme a Veschi e a pochi altri del Movimento, capisce l'importanza di avere uno spazio alternativo in un momento in cui l'ufficialità del jazz era ancora relegata al Teatro Lirico e al il Capolinea.

"Il primo concerto a cui partecipai fu nel secondo anniversario della morte dello studente Roberto Franceschi quando alla presenza della madre Lidia e dei nostri leader Capanna, Cafiero e Toscano mi esibii con il mio trio Idea (Roberto Del Piano e Filippo Monico) e feci ascoltare per la prima volta "Ballata per uno studente assassinato" e la mia suite "Cile libero, Cile Rosso" ricorda Liguori. Un momento importante fu quando in un 24 aprile del 1974 Giorgio Gaslini registrò il suo disco" Concerto della Resistenza": da quel momento il palco dell'aula magna divenne protagonista di decine di concerti da Edoardo Bennato a Demetrio Stratos dagli Stormy Six al Gruppo Folk Internazionale di Moni Ovadia, creammo un etichetta Edizioni di Cultura Popolare e cominciammo a produrre dischi. La rassegna fu un momento irripetibile, un'occasione per fare il punto dello stato del jazz non solo come fatto musicale, ma come fenomeno culturale-sociale-politico. Da Schiano a Lo Cascio, dalla Scascitelli a Mazzon, da Rusconi a Gaslini, fu chiesto ai musicisti non solo di suonare, ma anche di dare un significato alla loro musica. Fu stilato un documento, ci furono interviste, dibattiti, incontri anche con gli esponenti del jazz tradizionale come Lino Patruno, tutto in un clima di grande amicizia ma sempre con una grande tensione culturale. Certo rileggendo oggi quegli interventi-manifesto come il mio dove cito il presidente Mao che dice "l'arte per l'arte non esiste.... l'arte è un fatto di classi" non si può non sorridere... Tutto questo, compreso le "trombonate" mie e di altri colleghi era però teso a dimostrare e non solo a parole che esisteva un filo mica tanto invisibile tra la nostra musica ed il contesto socio-politico dove interagivamo e tutto sommato nonostante qualche eccesso la nostra Rivoluzione era piena di Gioia".

Roberto Del Piano: "Il giorno prima del nostro concerto avevo acquistato un nuovo basso elettrico "fretless" e non l'avevo praticamente mai usato prima. Volli usarlo lo stesso e non azzeccai una nota intonata che fosse una, ma fu comunque un'esperienza fantastica, specie quando lanciai direttamente dentro il palco un Pino Di Staso agli esordi preso da un attacco di panico... Tra i tanti ricordi me ne sovviene uno tenerissimo di Schiano, che ha iniziato la sua esibizione senza accorgersi di non avere l'ancia al sassofono... problema che lui ha risolto da grande artista, con ironia"

L'esibizione del Trio di Schiano è viva anche nei ricordi di Filippo Monico: "Per me quel trio fece la musica più bella che abbia mai ascoltato in Italia. Improvvisata veramente con umiltà e sincerità da parte di tutti e tre. Schiano e gli altri suonarono senza mai strafare, con un ascolto, un "sentirsi" reciproco pari a quello di Albert Ayler o di Bill Evans o di pochi altri. Raramente ho ululato così il mio entusiasmo al momento degli applausi..."

La rassegna offre uno spazio pomeridiano ai giovani. Il bibliotecario raccoglie le iscrizioni, senza alcun tipo di audizione. Chi vuole si presenta e ha accesso al palco. Tra questi, c'è Pino Di Staso, con la sua chitarra.

"Cominciò tutto con la classica pedata nel sedere - racconta Di Staso. Avevo 22 anni. Seppi dell'iniziativa alla Statale e mi presentai. Avevo un concetto ben chiaro: fare arte era fare politica, la musica era una forma di lotta contro il sistema della cultura dominante, volevo ribellarmi ("rifare il bello" come dice Bergonzoni!). Passo dopo passo elaboro un sistema per dare un senso alle idee e ai frammenti melodici e armonici che maneggiavo. Nessuno mi aveva dato un indirizzo sulla forma da usare ne sullo stile, formalizzavo le mie improvvisazioni traendo spunto da esempi diversi: dalla musica colta contemporanea l'idea che la musica tonale e il sistema dell'armonia tradizionale potevano essere un optional, da quella classica il concetto di variazione sul tema, dal jazz l'utilizzo dei cluster accordali, dal rock l'aspetto ritmico percussivo, dalla musica popolare mutuavo l'utilizzo del pedale modale (note basse ripetute che sostengono le melodie). Per due composizioni mi inventai un sistema che mescolava disegno geometrico e musica: consideravo la tastiera della chitarra come un reticolo generato su un piano cartesiano e su questo creavo delle figure (la bandiera, il grillo, l'onda) concatenandole e non seguendo altro cliché se non quello narrativo o descrittivo: i contenuti che l'autore ha in testa "a monte" dell'opera, le idee i sogni le esperienze hanno guidato e generato la forma dei miei brani. Ho sempre dato un significato extra musicale alla mia musica, non era un esibizione tecnica, faceva parte del flusso della mia vita. I titoli delle mie opere parlano per me: "Cella d'isolamento," "Tarantolata," "Tal el Zaatar," Gioco". Ritornando alla Statale: è il mio momento, dietro le quinte con me Giorgio Gaslini, davanti il palco, una sedia, il microfono... ero terrorizzato. Gaslini capisce e materialmente mi spinge fuori. Inizio con "Attacco al palazzo d'inverno," il mio cavallo di battaglia, alla disperata vado alla carica, il pubblico vedendomi solo con la chitarra probabilmente all'inizio pensa ad una esibizione di tipo cantautoriale, poi un boato accoglie la fine del brano: è il successo. Gli organizzatori mi invitano a replicare la sera stessa nel concerto di chiusura tra i grandi Schiano e Gaslini. In platea ci sono Polillo, Franchini, Fayenz, la critica musicale d'allora. Spiazzo anche loro, non sanno ben definire poi nelle loro recensioni il mio genere, oggi è facile, molti fanno crossover e la contaminazione tra stili è il normale prodotto della civiltà globale ma allora io ero fra quelli che avevano intuito, ero avanti, sicuramente poco jazz ma molto free".

"Il linguaggio che all'epoca proponevamo con CADMO, cioè io, Antonello Salis e Mario Paliano, era ancora in embrione, era per noi un momento di affanno (piacevole chiaramente) perché cercavamo nuove mete e soluzioni da concretizzare - ricorda Riccardo Lay. Io stesso, appena venticinquenne, avevo ancora molto da imparare sullo strumento (all'epoca usavo un basso elettrico, in seguito ho imbracciato definitivamente il contrabbasso). Dal mio punto di vista, il pragmatismo insito nel mio Dna mi ha sempre portato a tenere a distanza quel senso spinto di radicalità bigotta ("guai a suonare una melodia!") che non ti dà la possibilità di esprimere ciò che senti al momento. C'era all'epoca una rigidità di fondo tra i musicisti, un individualismo spinto che ha fatto si che alla fine tutto finisse e allontanasse il pubblico. La voglia di improvvisare c'era allora e c'è adesso sia chiaro, ma oggi me la gioco diversamente. Mi piacciono le situazioni in cui sai sempre cosa succede e cadi sempre in piedi"

La chiusura della rassegna è affidata a Gaslini e Schiano. Due epigoni in quel momento, due musicisti che su piani diversi hanno contribuito a dare la spallata al jazz italiano. "Laddove Gaslini rimanda sempre a una coscienza "colta," Schiano rimanda di continuo al popolare, inteso come referente non solo espressivo (e più in generale culturale) ma anche di classe" (Nota 2).

"Trentacinque anni fa, prima del '75, alcuni eventi del mio percorso artistico, allora già ventennale, mi segnalarono, per le posizioni affini, al Movimento studentesco di Milano - commenta Gaslini. Alludo ad esempio al mio brano per orchestra "Il fiume furore," che feci ascoltare in concerto al Teatro Lirico di Milano, dedicandolo ai moti giovanili studenteschi del '68, e poi "Canto per i martiri neri" e altre opere. Così l'incontro con la Statale di Milano fu l'inizio di un nuovo percorso che coincise per me con l'esecuzione in quartetto di "Murales" e successivamente con altri concerti tra i quali "Concerto della Resistenza" con il mio quartetto con Gianni Bedori (sax), Bruno Tommaso (contrabasso) e Andrea Centazzo (batteria) registrato anche su disco che ebbe una grande richiesta e diffusione. Poi seguì "Fabbrica occupata" che feci ascoltare in tutta Italia, fui chiamato in altre università italiane a portare la mia testimonianza musicale e in tante fabbriche occupate insieme agli operai. Queste esperienze mi hanno molto segnato e accompagnato in tutto il resto della mia vita artistica sino ad oggi. Un'altra cosa importante intorno a quegli anni fu la scoperta delle nuove generazioni della potenza espressiva e associativa della musica testimoniata degli artisti dal vivo".

"Di quell'esperienza mi rimane la necessità di cambiare sempre - commenta ancora con un pizzico di amarezza Rusconi. La Statale è molto lontana. Si legge meglio il passato alla luce del presente. Non mi piace neanche ricordare quello che fu, l'ho fatto anche per Mauro Periotto, scomparso tre mesi fa. E' in atto un revisionismo che sta sfaldando il senso di quell'epoca ma c'è ampio materiale che testimonia la verità. Speriamo che vengano ristabiliti i valori, oggi è tutto diverso: la cultura come bene comune è fortemente privatizzata... e con denaro pubblico! Siamo in pieno revival e in fase di transizione, si stanno cavalcando i poonies. Non è che manchino ottimi musicisti ma ci sono più interpreti che compositori e spesso i talenti non vengono chiamati perché non fanno audience. Il discorso è molto lungo e complicato, quando ritornerà di moda il dibattito democratico allora...".

Un'esperienza unica, irripetibile dunque, nelle parole di coloro che c'erano. Veschi ricorda che era in programma una seconda edizione ma che non fu mai realizzata. "Non solo perché con l'improvvisa morte di Salvatore Toscano, in un incidente in Jugoslavia nel marzo del '76, si ebbe nel Movimento una situazione di stallo ma anche perché c'erano delle pressioni a fare delle scelte verso alcuni musicisti e tendenze estetiche a scapito di altre".

La Statale, se vogliamo, segna idealmente il giro di boa. Quel clima eroico in cui tutte le forze produttive del momento si sentono nella Storia sta svanendo. Lo spirito unitario si sfalda, cominciano a sfumare tutte quelle spinte cultural-politiche che avevano caratterizzato il decennio precedente. Il delitto Moro, il clima di forte tensione politica contribuirà ancora di più ad alimentare questa fase di stagnazione creativa. Ma questa è un'altra storia. Fortunatamente di quell'esperienza rimangono i long playing autoprodotti (i due volumi antologici "Nuove tendenze del jazz italiano," "Concerto della Statale" di Mario Schiano, "Ecologia Ecologia" di Guido Mazzon," "Patrizia Scascitelli Quartet," unico ad essere ristampato dalla giapponese Nature Bliss) e il CD Splasc(h) "Concerto della Statale" dell'OMCI a futura memoria delle nuove generazioni. Chissà se un giorno qualche produttore acuminato non si prenda la briga di ristampare quegli LPs ormai preda di collezionisti colmando così un vero e proprio gap generazionale. Perché la Statale (con tutti i limiti e le contraddizioni possibili) appartiene alla nostra storia jazzistica.

1) In "Un cielo di stelle. Parole e musica di Mario Schiano" (Pierpaolo Faggiano, Manifestolibri, 2003).

2) Gino Castaldo in "La Musica in Italia" (AA.VV., Savelli, 1978).

Nota: la locandina indica erroneamente il 1976.

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