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Camille Bertault: la sottile arte della sregolatezza

Courtesy Thomas Braut

Emmanuel Di Tommaso BY

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Adoro scrivere canzoni, ma per me essere una cantante non è tutto. Quando scrivo una canzone, o quando salgo sul palco per cantarla, mi sento prima di tutto narratrice.
Dopo aver raggiunto improvvisa notorietà grazie a una geniale versione di "Giant Steps," divenuta virale su Facebook, Camille Bertault si è affermata come una delle musiciste più originali ed eclettiche del momento. Con Le Tigre, il suo terzo album dopo i successi di En Vie e Pas de Geant, Camille Bertault esplora nuovi brillanti scenari.

All About Jazz: Le Tigre è un disco incredibilmente intenso e vario, che combina musica classica, jazz, pop, rock e musica brasiliana. Come sei riuscita a tenere insieme tutte queste diverse influenze in maniera così armoniosa?

Camille Bertault: Creare musica nella quale si incontrano generi e influenze diversi per me è una cosa naturalissima... non l'ho stabilito a priori. Per Le Tigre ero alla ricerca di musica che sentissi "mia" e questo ha portato, musicalmente, a una combinazione interessante fra la ritmica raggae e il mio imprinting classico.

AAJ: Come si inserisce questo disco nel tuo percorso artistico?

CB: Mi sono resa conto che adoro scrivere canzoni, ma per me essere una cantante non è tutto. Quando scrivo una canzone, o quando salgo sul palco per cantarla, mi sento come una narratrice. Per questo album volevo evitare di basarmi sulle solite cose, tipo il canto scat e l'improvvisazione. Mi sono concentrata sulle mie emozioni e percezioni. Sono arrivata ad un momento della mia carriera nel quale la cosa che mi interessa è comporre sia la musica che i testi, tutto qui. Se voglio improvvisare lo faccio, perché lo sento e non perché sto seguendo una strategia estetica legata al jazz. Non so cosa accadrà in futuro; può cambiare tutto. Però avverto che questo modo di creare musica riflette ciò che sento di essere in questo momento.

AAJ: Quanto incide la tua pregressa esperienza in ambito teatrale?

CB: Ho studiato teatro, e quindi questa forma di espressione artistica è certamente importante nel lavoro che faccio. Mi ricordo anche che, quando ero piccola, mia madre mi leggeva tanti racconti. Passavo tantissimo tempo nella mia camera ad immaginare storie. E ora, quando compongo o sono sul palco, è come se stessi esprimendo ciò che vedo nella mia immaginazione. È come risalire alle mie radici.

AAJ: E c'è una forte connessione con il senso e la presenza della Natura...

AAJ: Osservazione interessante... Non ci avevo fatto caso. Quando ero più giovane, vivevo in campagna ma andavo a Parigi per studiare al Conservatorio. Era come vivere in due mondi diversi. Forse in questo disco sto ritornando a quel periodo.

AAJ: Cosa ascoltavi mentre registravi Le Tigre?

CB: Ascoltavo molto Charles Mingus. Adoro la sua musica. Credo sia una passione derivante dal mio background classico e dal fatto che suono il pianoforte. Ma ascoltavo anche artisti hip hop degli anni Novanta come Lauryn Hill e Q-Tip, e dischi che combinano la musica tradizionale francese con quella brasiliana. Sono stata ispirata veramente da diversi generi e stili.

AAJ: In questo disco ci sono alcuni elementi di continuità rispetto ai precedenti-come la produzione di Michael Leonhart e la presenza di Cristophe Minck al basso-ma anche nuove collaborazioni come quelle con Jacky Terrasson al piano e Diego Figuereido alla chitarra. Cos'ha prevalso, la continuità o la novità?

CB: Penso che ci sia un buon equilibrio fra continuità e novità. Ho totale fiducia nei musicisti con cui collaboro da anni ma, al contempo, volevo provare qualcosa di nuovo. Le influenze brasiliane sono centrali nella mia musica in questo momento, in parte perché sento la necessità di andare oltre le convenzioni del jazz. Alla fine questo approccio ha funzionato bene e mi ha constentito di esplorare nuove direzioni, incluso nel mio modo di cantare.

AAJ: Qual è stato il metodo di lavoro che hai adottato con Michael Leonhart? Come ha contributo a dare forma alla tua visione artistica?

CB: Quando ho iniziato a lavorare a Le Tigre, suonavo spesso a New York. Ho approfittato di quel periodo per andare in studio e cominciare a lavorare con Michael. Lui parla il francese molto bene e questo è importante in quanto è stato in grado di capire ogni canzone e tutto quello che volevo esprimere. Abbiamo iniziato lavorando al computer, senza strumenti, cercando di dare forma all'atmosfera che avevo in mente. Sono andata a New York tre volte in un anno per lavorare con Michael. Alla fine è venuto lui a Parigi, tre giorni prima della registrazione, e ci siamo concentrati su ogni canzone, scambiandoci idee e sensazioni. Durante le registrazioni, io e Michael eravamo molto aperti verso ogni possibilità di cambiamento. Michael non è uno di quelli che deve avere tutto prestabilito prima di entrare in studio di registrazione. Ho dovuto essere molto flessibile per lavorare con lui, ma ho trovato questo metodo di lavoro molto interessante.

AAJ: Diego Figuereido è una sorta di tua anima gemella. Com'è nata e si è evoluta la tua passione per la musica brasiliana?

CB: Sono stata in Brasile molte volte ma non sono mai riuscita a suonare con Diego durante quei viaggi. Lui lavora soprattutto negli Stati Uniti. La mia storia d'amore con il Brasile è nata dieci anni fa. Avevo vinto una borsa di studio e sono andata lì per svolgere un lavoro che si incentrava sulla narrazione. Ci sono rimasta per tre mesi. Ho imparato il portoghese e ho stabilito i primi contatti con musicisti e produttori. Un anno dopo sono tornata per suonare ad un Festival, e lì ho conosciuto il mio manager attuale. Ho avuto la fortuna di incontrare le persone giuste al momento giusto e ho iniziato a suonare con musicisti importanti. Mi sono completamente innamorata della gente e della cultura brasiliane. Negli ultimi dieci anni ci sono andata ogni tre mesi e poi d'un tratto, per colpa della pandemia, non è stato più possibile. Ora è passato oltre un anno dal mio ultimo viaggio in Brasile. È un Paese che mi manca moltissimo.

AAJ: La composizione e l'improvvisazione sono al centro della tua musica. Come riesci a far convivere questi aspetti?

CB: Gli artisti, prima di tutto, devono essere sinceri. Io posso sia comporre una canzone che improvvisare, e poi mi lascio guidare da ciò che sento e di cui ho bisogno in quel determinato momento. Se non siamo sinceri con noi stessi, diventa difficile comunicare con gli altri.

AAJ: Riesci ad avere una routine quotidiana? Quanto tempo dedichi alla musica? E oltre alla musica, quali altre passioni hai?

CB: Stiamo vivendo un momento straordinario a causa della pandemia. Visto che non ho potutto esibirmi dal vivo, ho iniziato a imparare altri strumenti musicali: basso, contrabbasso, batteria e chitarra. Non ho cantato per mesi. Sto tenendo delle masterclass e suono il piano. Non mi sento nella condizione ideale per creare nulla di nuovo. È una strana sensazione, ma è difficile avere una routine quotidiana in questo periodo.

AAJ: Nel tuo reportorio esiste un raro equilibrio tra composizioni profonde e introspettive e canzoni che lasciano trapelare un profondo senso dell'umorismo; due aspetti fondamentali della tua personalità. Pensi che nel mondo del jazz ci sia abbastanza "humour"?

CB: All'inizio la musica jazz rappresentò una possibilità di evasione rispetto alle difficoltà della vita. In quel periodo nel jazz c'era un senso di leggerezza e anche di humour. Ora le cose sono cambiate. In generale, c'è una tendenza dei personaggi che ruotano intorno al mondo del jazz a prendersi troppo sul serio. Personalmente non riesco proprio a capire come sia possibile. Io non potrei mai affrontare la vita senza humour, che per me resta fondamentale, specialmente nelle fasi più difficili.

AAJ: Un momento cruciale della tua carriera artistica è stato il video su Facebook in cui reinterpreti "Giant Steps" attraverso il canto scat. Il video è diventato virale e ti ha dato una notorietà notevole. Quali sono a tuo parere i vantaggi e gli svantaggi di internet per un artista emergente?

CB: Ci sono vantaggi e svantaggi in ogni aspetto della vita. Nel mio caso, quel video è diventato virale, e ho ottenuto una visibilità grandiosa che ha cambiato la mia vita in termini di opportunità. Dall'altro lato, molte delle persone che mi hanno conosciuto attraverso quel video si sono fatte l'idea che io canti solo come in quel modo. Non è stato facile cambiare queste aspettative, ma fortunatamente la situazione ora è diversa. Mi piace quando le persone che vengono a sentirmi dal vivo con certe aspettative rimangono positivamente sorprese da quello che scoprono. Sono soddisfatta che finalmente il pubblico mi consideri una cantautrice.

AAJ: Durante il mese di Marzo ci sono molte iniziative che celebrano il crescente contributo delle donne al mondo del jazz. Nonostante gli indubbi progressi, viviamo ancora in una società pervasa dal privilegio maschile. Cosa significa oggi per te essere un'artista donna?

CB: Quando creo musica, non penso al fatto di essere una donna. Quando collaboro con musicisti maschi, non penso al fatto che sono uomini. Ho una grande ammirazione per la lotta per l'eguaglianza tra uomini e donne, ma al contempo credo che questa dimensione non debba diventare totalizzante. Lo stesso vale secondo me per le questioni razziali: quando incontro un musicista, non mi focalizzo sulla sua razza o etnia di appartenenza. Mi trovo davanti a una persona, e posso relazionarmi a essa solo in quanto essere umano. Quando si tratta di musica, sento di essere prima di tutto una musicista, poi una donna. È il mio modo di portare avanti questa battaglia, ma in fin dei conti rispetto ogni forma di lotta per l'eguaglianza.

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