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Ben Allison Quintet
Teatro Manzoni - Milano - 06.02.2011
Prima la geniale idea di fondare il Jazz Composer Collective, un'associazione no profit nata - sulla scia di esperienze come la storica AACM chicagoiana - con lo scopo di valorizzare la figura del musicista nel suo complesso dando spazio soprattutto alla vena compositiva. Poi la riscoperta di un musicista spesso dimenticato come Herbie Nichols (grazie all'Herbie Nichols Project fondato insieme al pianista Frank Kimbrough con tre dischi all'attivo: Love Is Proximity, Dr. Cylop's Dream e Strange City) e l'incontro con l'Africa e con Mamadou Diabate uno dei massimi interpreti della la kora (col progetto Peace Pipe). Quindi la serie di album per la Palmetto Records che ne evidenziano definitivamente la caratura di bassista e di compositore. Infine, Cowboy Justice, Little Things Run the World e Think Free ovvero la svolta, una virata verso una musica decisamente più lontana dall'ortodossia jazzistica, trasversale e contaminata con altre forme come il rock, il funk, il country ed il soul.
Insomma, senza clamore, con molta discrezione, quasi in punta di piedi, il contrabbassista e compositore Ben Allison è diventato un riferimento importante per la comprensione dei fermenti che animano la scena musicale newyorchese. Lo si potrebbe definire il volto gentile del post-dowtown per la leggerezza della sua musica, per la capacità di coniugare la ricerca e l'innata curiosità con la bellezza e l'armoniosità delle sue composizioni, nelle quali trovano posto nevrosi metropolitane come dolci melodie che sanno di praterie sconfinate e di tramonti mozzafiato.
Un convincente saggio di questo nuovo corso del contrabbassista di New Haven si è avuto nel concerto tenutosi al Teatro Manzoni per la rassegna Aperitivo in Concerto. Sul palco si è presentato con un quintetto assai stimolante anche nella composizione strumentale. Insieme a compagni di lunga data come il sassofonista Michael Blake e il chitarrista Steve Cardenas troviamo il vulcanico batterista Rudy Royston e la violinista Jenny Scheiman, vero valore aggiunto della formazione. Il suo violino danza soave, i suoi interventi, che siano con la tecnica del pizzicato o con quella più canonica dell'archetto, portano la musica verso una dimensione onirica, a tratti naive, dando vita ad un dolce effetto straniante.
I brani, introdotti dalle parole del leader, hanno spesso la forma canzone ma sfuggono alla banalizzazione grazie a continui slittamenti ritmici, a multicolori aperture melodiche, ad un grande gioco di contrasti tra forte/fortissimo e piano/pianissimo, ad un espansione orizzontale dei piani narrativi che diventa quasi racconto cinematografico. Risultano fondamentali in quest'ottica il drumming di Rudy Royston, potente ed energico come un batterista rock ma in grado di sciorinare sottigliezze timbriche straordinarie, la chitarra di Cardenas, colorista efficace, abile nell'illuminare la scena con pennellate sapienti, ed il sax di Michael Blake robusto, volitivo, una sorta di alter ego del leader, vera e propria spina dorsale del gruppo.
Foto di Roberto Cifarelli.
Ulteriori immagini di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini.
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