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Shabaka & the Ancestors: We Are Sent Here by History

Serena Antinucci By

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Siamo stati spediti qui dalla Storia inconsapevoli di ciò che sarebbe accaduto. Avevamo un compito, l'abbiamo disatteso. Avevamo uno scopo, l'abbiamo dimenticato. Abbiamo disimparato la lingua della natura, sopraffatti dal potere e dall'egemonia capitalista. Oggi siamo stati chiamati ad afferrare la mano degli spiriti antenati, che tentano di soccorrerci, indicandoci una nuova strada della creazione, originata dalla distruzione. Questi spiriti non sono tornati per caso, è stata la musica a invocarli.

We Are Sent Here By History è il secondo disco di Shabaka & the Ancestors (uscito il 13 marzo con la storica etichetta Impulse!). È un'invocazione musicale, sociale e culturale contro il fallimento dell'uomo sulla Terra. Un album diverso dal primo Wisdom of Elders (Brownswood Recordings, 2016), sicuramente più urgente, oscuro, energico. Spaventosamente attuale. Tutte le forze si uniscono per cercare risposte, attingendo ai miti e al presente, prefigurando il futuro.

Registrato nel 2019 tra Johannesburg e Cape Town, nel viaggio spirituale di Shabaka & the Ancestors , tra gli intrecci del jazz compaiono testi profetici con la loro lingua emergenziale (alcune liriche sono in zulu, altre in inglese), che guidano le composizioni e attingono dal contesto delle antiche tradizioni. L'intersezione dei linguaggi creata dal sassofonista inglese, originario delle Barbados, e dalla voce di Siyabonga Mthembu, insieme ai musicisti sudafricani (Mthunzi Mvubu, al sassofono alto, Gontse Makhene alle percussioni, Ariel Zamonsky al contrabbasso, Tumi Mogorosi alla batteria, Nduduzo Makhathini al Fender Rhodes, Thandi Ntuli al piano e Mandla Mlangeni alla tromba) è a metà strada tra la performatività verbale di un moderno griot (un genealogista che riconnette gli individui, la società e i loro antenati) e la prospettiva di significato. All'interno di questo progetto vive quella che lo storico Paul Gilroy chiamerebbe «fertilizzazione interculturale e intertestuale». Le connessioni ontologiche e culturali con l'Africa si manifestano in una metrica complessa, in strutture ritmiche mobili, nelle miscele vertiginose tra tradizione africana e afro-caraibica, nei canti di lode e nell'espansione del vocabolario jazzistico, che diventa deposito di conoscenza.

C'è lo spiritual jazz, i richiami a Sun Ra, John Coltrane, Ornette Coleman, Hugh Masekela. Ci sono le sonorità alla Joe Henderson, c'è il free e la memoria del Black Arts Movement (Amiri Baraka, Sonia Sanchez, Lorenzo Thomas, Archie Shepp). È un album complesso e il suo linguaggio «è un dono divino pieno di intenzioni simboliche», direbbe Alassane Ndaw (a proposito del pensiero africano). Pertanto, parlare come pure suonare, è anche manipolare le forze della natura benefiche e malefiche ed evocare il mondo degli antenati. È esattamente ciò che fanno l'artista e performer sudafricano Mthembu nelle liriche, declamando e cantando sulle registrazioni e Shabaka, che alla fine compone un poema sonico (basato sui titoli dei testi), dando alla musica il compito di creare nuovi mondi. We Are Sent Here by History apre le porte della Storia a nuove composizioni jazz che riattivano ricordi, memorie nei suoni, nei rumori, nelle urla, nei fischi, negli scenari sonori primitivi, apocalittici, proiettando immagini di una contemporaneità che ha distrutto ogni slancio verso la liberazione da una virilità tossica. Quella di Hutchings è una «meditazione sui fatti che riguardano la nostra prossima estinzione come specie, una riflessione dalle rovine, dalle fiamme, una preparazione sociale e individuale alla fine».

"They Who Must Die" è il risveglio della coscienza africana che si riappropria dell'identità deturpata, delle radici proibite. Shabaka s'impossessa del suo sassofono come chiamato ad impugnare un'arma salvifica, invocando gli spiriti e il tempo africano. C'è concentrazione rabbiosa in quel suo vibrato pieno di pathos (che ricorda quello di Albert Ayler in Spiritual Unity), nella ripetizione ossessiva del tema principale accompagnato dal contrabbasso marciante di Zamonsky e dalla batteria istintiva di Mogorosi. "You've Been Called" è spettrale come l'arrivo di un corvo nero sulla finestra di casa, con poche note acute del pianoforte di Thandi Ntuli che ci catapultano in una bolla inquieta, amplificate dalla paura dei versi di Siyabonga. "Go My Heart, Go to Heaven" è il singolo del disco, una preghiera di abbandono e liberazione del corpo dall'incanto della terra, per un ricongiungimento assoluto con la natura. C'è fede nella melodia di Hutchings, una chiamata alla luce e al cuore. Geni di speranza circolano in "Run, the Darkness Will Pass" e il clarinetto di Shabaka preannuncia un possibile illuminismo rivoluzionario, che istiga la furia delle percussioni di Makhene e il canto apotropaico di Siyabonga (messaggero spirituale dell'album).

Nel purgatorio sonoro di Shabaka & the Ancestors anime infette corrono nell'oscurità, tentando di liberarsi dalla sofferenza, terrorizzate dal contagio, dall'altro, molto più che della morte e, in preda all'isteria collettiva, annullano il senso di umanità. Gli spiriti giungono in un estremo tentativo di aiuto e in pochi minuti di perdizione, di amplificazione del dolore, assoli urticanti e antimelodici destrutturano la composizione stessa ("Beasts too spoke of suffering"), che si riconnette infine alle voci sparse, ritrovando l'equilibrio. "We will work (on redefining manhood)" sembra un canto propiziatorio sull'idea di mascolinità, una negazione della fragilità, beatificata ora da una simbiosi sonora tra parole efficaci ed enunciati musicali aperti a nuovi scenari.

Nell'ultimo disco di Shabaka & the Ancestors, la lingua e la musica (veicoli con la loro funzione creatrice) formano cerchi riflessivi intorno agli ascoltatori. Entrambe manipolano forze di potenza ineguale, andando dritto al punto come se stessero scalciando velocemente verso la verità. Un senso di smarrimento latente assale i nostri corpi indeboliti da un ascolto che diventa un passaggio da una fase all'altra dell'esistenza, un percorso di crescita, conoscenza, di fede, quella Rastafari, e di maturazione, dall'età giovanile a quella adulta, attraverso rituali turbolenti. Forse siamo stati spediti qui dalla Storia per imparare davvero ad essere vulnerabili, a piangere, a respirare. Forse, questo è l'inizio di una nuova umanità. «La musica è il seme dal quale devono crescere nuovi mondi» (Shabaka Hutchings)

Album della settimana.

Track Listing

They Who Must Die; You’ve Been Called; Go My Heart, Go to Heaven; Behold, The Deceiver; Run, The Darkness Will Pass; The Coming of the Strange Ones; Beasts Too Spoke of Suffering; We Will Work (On Redefining Manhood); ‘Til the Freedom Comes Home; Finally, The Man Cried; Teach Me How to Be Vulnerable.

Personnel

Shabaka Hutchings: woodwinds; Mthunzi Mvubu: saxophone, alto; Ariel Zamonsky: bass, acoustic; Gontse Makhene: percussion; Tumi Mogorosi : drums; Siyabonga Mthembu: vocalist; Nduduzo Makhathini: piano; Thandi Ntuli: piano; Mandla Mlangeni: trumpet.

Album information

Title: We Are Sent Here by History | Year Released: 2020 | Record Label: Impulse! Records

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