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Kurt Elling: The Gate

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Pochi giorni fa parlavo di Kurt Elling con Marta Raviglia che, come il lettore saprà, è la migliore tra le giovani vocalist italiane, il cui talento è pari solo alla spericolatezza. Ma, forse, il lettore non sa che Marta si è laureata, qualche anno fa, in Lingua e Letteratura Inglese con una tesi proprio su Elling (discussa con Alessandro Portelli), per cui sull'argomento è un'autorità assoluta. Sebbene non avesse, al tempo della nostra chiacchierata, ancora ascoltato il disco in oggetto (che io invece andavo investigando per questa recensione), Marta mi esprimeva un punto di vista interessante, e ampiamente condivisibile: Elling, cioè, negli ultimi due o tre dischi ha smesso di rischiare, "limitandosi" (le virgolette sono d'obbligo) a essere un formidabile cantante, e non più quel visionario artista che tutti aveva colpito con i primi suoi lavori.

Idea ampiamente condivisibile, dicevo. Perché, in effetti, il cantante chicagoano sembra attraversare, da almeno un lustro, un periodo di furori sopiti, di orizzonti offuscati, di tensioni disinnescate. Si direbbe che questo periodo di attenuazione coincida con il cambio di etichetta, da Blue Note a Concord, ma sarebbe far torto a entrambe, anche perché già l'ultimo lavoro per l'etichetta di Bruce Lundvall non trasudava la stessa febbrile energia dei precedenti. Meglio, allora, dire che si è imborghesito? Anche questa definizione gli fa, in qualche modo torto, anche se l'appartamento in cui vive - la notizia è di dominio pubblico - l'ha comprato nel 2005 da Barack Obama (si spera non a sua insaputa), ma converrete che non è né il tipo di abitazione, né chi te l'ha venduta a cambiare la presa sul mondo, e la conseguente visione artistica.

E allora? Allora non saprei. Sta di fatto che - manco ci fosse una sorta di sottile filo telepatico tra me e lui - Elling, in questi canzonieri che sono diventati i suoi dischi, sceglie di piccole gemme segrete, pezzi quasi sconosciuti, che però il cantante rispolvera e rende ellinghiani con grande sagacia, grazie anche alle idee brillantissime del suo direttore musicale, l'eccellente pianista Laurence Hobgood, e di una piccola selva di arrangiatori e produttori. Non fa eccezione questo The Gate, nel quale il funambolico vocalist pesca dal repertorio dei King Crimson, rilegge in quattro/quarti la ternaria e beatlesiana "Norwegian Wood," quasi per contrappasso rende ternaria l'immortale "After the Love Is Gone" degli Earth, Wind & Fire (e la torsione ritmica è davvero sorprendente), cita la sanguigna "Samurai Cowboy," dal primo album dei Bass Desire, la creatura ecciemmiana di Marc Johnson, ricorda il compianto Don Grolnick qui rappresentato da "Nighttown," eccetera eccetera.

La scaletta è strepitosa, le esecuzioni superlusso, e Elling è sempre Elling. Magari meno visionario, ma sempre cantante di vertiginosa bravura. Che poi, oggi nel jazz chi rischia più? Meditate, gente...

Personnel

Kurt Elling
vocals

Album information

Title: The Gate | Year Released: 2011 | Record Label: Concord Music Group


About Kurt Elling

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