Home » Articoli » Interview » Intervista a Pino Saulo: La Rai lancia la collana "Tracce"
Intervista a Pino Saulo: La Rai lancia la collana "Tracce"
Per il momento la collana, intitolata "Tracce", contiene sei titoli. Quattro di artisti italiani quali il trio di Pasquale Innarella, il Viktoria Frey quartet, il gruppo Mrafi e il Dimitri Grechi Espinoza Artistic Alternative e due di musicisti americani: quelli del duo Sabir Mateen - Daniel Carter e la Survival Unit III del leggendario Joe McPhee.
Quale occasione migliore, dunque, per una chiacchierata con Pino Saulo, storico curatore di "Battiti", nonché produttore esecutivo di questa splendida testimonianza della vitalità della musica improvvisata?
All About Jazz: Come e quando è nata l’idea di pubblicare questa serie di concerti?
Pino Saulo: Ho ricevuto una proposta da parte di Dino Piretti, dirigente di Rai Trade, di lavorare a una collana di jazz che si occupasse dell’archivio di Radio3. Di comune accordo abbiamo deciso di spostarci anche sulla programmazione, intendendo con questo termine il fatto di lavorare su un archivio molto più recente, strettamente legato alla programmazione di Radio3.
AAJ: Una delle cose colpiscono positivamente in questo progetto è proprio l’appoggio della RAI. Fa piacere vedere il servizio pubblico che si comporta da servizio pubblico. Che ruolo ha giocato Rai Trade? Hai avuto difficoltà nell’ottenere il loro appoggio?
P.S.: Come detto, c’è stata grande collaborazione e massima fiducia. D’altra parte credo che sia opportuno e quasi necessario che le registrazioni effettuate dalla Rai possano godere anche di una vita autonoma, per così dire, e cioè andare oltre la estemporaneità della messa in onda radiofonica e poter quindi essere fruite da un pubblico più vasto. E’ un discorso e una pratica che cerco di portare avanti da anni: prova ne siano le decine di registrazioni effettuate dal 1997 in avanti e pubblicate sia da riviste che da etichette con musicisti quali l’Italian Instabile Orchestra, Nexus, Art Ensemble of Chicago, Enrico Pieranunzi, Sandro Satta, Antonello Salis e tanti altri. Se vuoi, "Tracce" è la logica prosecuzione di quell’ esperienza, con la volontà di essere più organica e continuativa.
AAJ: Ascoltando i quattro dischi italiani, il cui unico tratto stilistico comune mi sembra essere quello dell’estrema eterogeneità, ho avuto l’impressione che si sia cercato di offrire un panorama il più possibile esaustivo delle molteplici tendenze in atto nel jazz nostrano. Quali sono stati i criteri nella scelta degli artisti? Mi è sembrato, inoltre, di cogliere una certa urgenza nel voler documentare progetti meritevoli e bisognosi di esposizione mediatica. Sbaglio?
P.S.: I quattro dischi italiani provengono da una serie di concerti fatti per Battiti e realizzati in condizioni abbastanza particolari. Insieme ad Antonia Tessitore, Letizia Renzini e Nicola Catalano - ovvero la redazione di Battiti - avevamo attrezzato la sala B di via Asiago come se fosse un garage o un loft, con una situazione di ascolto decisamente rilassata e confortevole. Credo che la buona riuscita dei concerti sia anche dipesa da questo clima amichevole. La scelta era caduta quindi su una serie di musicisti che, al di là della diversità negli esiti, avessero un approccio alla musica abbastanza simile, con un pensiero forte dietro ma con una grande immediatezza e fisicità nella realizzazione musicale, accomunati da una certa urgenza espressiva. Musica solo apparentemente non facile, in realtà basta lasciarsi andare al flusso emozionale prodotto da questi musicisti per poterci entrare dentro.
AAJ: A proposito di jazz italiano. Dal tuo privilegiato punto di vista attraverso la finestra aperta di Battiti, quale ti sembra lo stato di salute della nostra scena? A volte si ha l’impressione che si stia manifestando una linea di demarcazione troppo netta fra chi ce l’ha fatta e chi galleggia pericolosamente nelle retrovie col rischio di rimanere in un oblio immeritato. Tu che ne pensi?
P.S.: Non lo so, è vero che ci sono tanti, tantissimi bravi musicisti che faticano molto a trovare l’esposizione che meritano. Credo che se un po’ tutti ci prendessimo qualche rischio in più la cosa migliorerebbe...
AAJ: Un’altra impressione è quella che sia sempre più difficile trovare critici musicali che svolgano un ruolo, appunto, di critica e non di mera cronaca discografica (vuoi per ragioni di opportunità o di protezionismo nei confronti degli artisti italiani). Di riflesso, noto una crescente insofferenza dei musicisti nei confronti della critica. Condividi?
P.S.: Anche in questo caso non so darti una risposta precisa: il bello della radio è che, qualunque sia l’opinione espressa da parte di chi conduce, poi c’è sempre il momento della verità con la proposizione della musica stessa. In altri termini quand’anche io esprimessi un giudizio positivo o negativo su un disco, nel momento in cui lo faccio ascoltare chi ascolta può formarsi la propria opinione... questo è un grande vantaggio. Credo che la critica comunque debba essere militante, ovvero debba e possa prendere posizione e aiutare i musicisti a esprimersi al meglio.
AAJ: Un’ultima domanda sull’Italia. Sempre più spesso nel mondo del jazz ci si lamenta della colpevole latitanza delle istituzioni e dello spazio esiguo riservato alla musica improvvisata dai grandi media. Qual’è la tua opinione al riguardo?
P.S.: Effettivamente, sia in televisione che nei quotidiani più venduti, lo spazio riservato a questa musica è molto esiguo. Anche in radio non è che ci sia molto spazio: anni addietro il jazz era presente nei palinsesti di tutte e tre le reti nazionali. A parte Radio3 rimangono tanti piccole realtà locali che fanno un lavoro di grande - e talvolta sottostimata - importanza.
Sulle istituzioni ci andrei un po’ più cauto: d’estate in Italia è tutto un fiorire di festival jazz e a Roma, per fare un esempio concreto, l’amministrazione locale appoggia questa musica nelle sedi dell’Auditorium e della Casa del Jazz. Semmai il problema è che realtà meno visibili vengono emarginate: pensa a un festival storico e di grande importanza per la musica improvvisata come Controindicazioni il cui budget non è esattamente florido e la cui sopravvivenza è affidata a un gruppo di musicisti e appassionati che lavorano come volontari (ma la situazione è comune a tante piccole realtà...)
Insomma quello sulle istituzioni è un discorso ampio e importante che merita una considerazione a parte: andrebbe affrontato con un atteggiamento smaliziato, che sappia però conservare l’innocenza che ha sempre contraddistinto chi si è appassionato a queste musiche senza paura di misurarsi con le contraddizioni della logica di mercato.
AAJ: Cambiamo argomento. Perchè hai scelto di includere nella collana due dischi di artisti stranieri? Noto con piacere che ti sei focalizzato sulla scena free americana. C’è chi pensa, dice e scrive che l’estetica free è ormai giunta ad un punto di stagnazione, che William Parker e soci “fanno tenerezza”. Tu che dici?
P.S.: Beh... quest’ultima affermazione credo che si riveli sempre più infondata ogni giorno che passa. E’ terribile come si sia ancora costretti a ripetere polemiche vecchie di quasi 50 anni... Il problema non è il free; onestamente non credo che questi musicisti ripetano formule abusate e stantie, mi sembra al contrario che gente come Parker, Mateen, Daniel Carter (ma chi afferma questo si è mai dedicato ad ascoltarlo? è un poeta, un genio polistrumentista, un musicista curioso, generoso, con un fraseggio assolutamente individuale e originale; a mio avviso uno dei più grandi, e sottovalutati, sassofonisti in circolazione) affermi un modo di essere, di stare al mondo, come musicisti e persone, in linea con una certa tradizione (il famoso continuum) ma assolutamente pregnante, contingente, pertinente; nel loro atteggiamento musicale c’è un miracoloso equilibrio tra immanenza e trascendenza.
Per rispondere alla tua domanda, Tracce nasce come etichetta a vocazione aperta e multipla, senza fare troppe distinzioni di genere, di razze e di nazionalità; l’unica condizione è che pubblichiamo materiale registrato dai nostri tecnici, in studio o in esterni, come in questo caso la registrazione effettuata all’Auditorium di Roma per il duo di Sabir Mateen e Daniel Carter (che peraltro proveniva dal festival "New York Is Now!" organizzato da noi congiuntamente con i responsabili dell’Auditorium) e quella effettuata a Firenze per il concerto del trio di Joe McPhee organizzato dal Musicus Concentus (e pensa che era la prima volta che McPhee si esibiva in Italia!).
AAJ: Nella presunta epoca del post-tutto e della globalizzazione, quale futuro attende la musica jazz? Non credi che il punto di forza del jazz sia sempre stato quello di essere post-moderno e globalizzato ante litteram? Inoltre, non pensi che la produzione e fruizione dell’arte sia radicalmente cambiata a partire dalla fine degli anni Settanta? Non credi sia il caso di cominciare a smetterla di ragionare attraverso le categorie dell’originalità, dell’evoluzione del linguaggio ad ogni costo, dell’avanguardia e dei grandi maestri?
P.S.: Guarda, mi verrebbe da rispondere con una splendida frase di Massimo Urbani, che pure non viene normalmente considerato come un musicista d’avanguardia, quando diceva che l’avanguardia è nei sentimenti. Credo che il futuro del jazz, o di quella musica che continuiamo a chiamare così, sia nelle mani (nelle pance, nei cuori, nel cervello, nei sentimenti appunto) di chi lo fa. La musica è sempre il frutto di un rapporto sociale tra persone, non esiste in sé o per meglio dire la nostra coscienza della musica è generata dal fatto che essa sia il frutto di relazioni tra individui: fintanto che ci sarà gente che ha la volontà e il desiderio, la necessità direi, di inventarsi musica e di condividerla con altri c’è da credere che si riuscirà ad andare avanti.
AAJ: Pensi che le nuove tecnologie abbiano modificato sostanzialmente l’approccio all’improvvisazione o pensi che i termini della questione rimangano comunque i medesimi?
P.S.: Mi sembra che l’uso che certi musicisti fanno delle nuove tecnologie sia molto interessante ma ancora una volta credo che il problema sia sostanzialmente chi fa cosa. Non so se queste nuove tecnologie abbiano cambiato l’approccio all’improvvisazione, ma è certo che possano essere considerate come dei nuovi strumenti. E’ come se si fosse sviluppato il concetto dello studio di registrazione come elemento fondativo nella creazione di un album, come se fosse uno strumento in più. Questo ovviamente non è stato inventato oggi, basti pensare all’uso che ne facevano Teo Macero e Miles Davis o per altri versi si pensi anche alle ricerche nel campo della musica concreta e della sperimentazione radiofonica. Ecco, per anni la radio è stato l’unico “luogo” dove si potesse fare della sperimentazione acustica: ora l’accesso relativamente facile a computer e macchinari sofisticati rende possibile fare tutto da soli. Ovviamente anche la musica di derivazione jazzistica ne risente. Mi vengono in mente alcuni esempi luminosi come il Daniel Givens di Age, l’album Optometry di Dj Spooky e il fantastico CD di Georgia Anne Muldrow Olesi: Fragments of an Earth.
AAJ: Chiusura di rito: progetti per il futuro? Quest’avventura discografica avrà un seguito?
P.S.: Tra pochissimo usciranno cinque nuovi CD, tre dei quali provenienti sempre dalla serie di concerti organizzati per Battiti: il trio CrowdofOne (Steve Piccolo, Gak Sato e Massimo Falascone), Mike Cooper con tanti ospiti e il trio di Jacopo Andreini, Arrington De Dionyso e Scott Rosenberg. E poi un doppio CD di Butch Morris contenente la Conduction registrata alla Biennale di Venezia del 2003 e la Induction registrata al festival Angelica lo scorso maggio e, finalmente, la Inside Song of Curtis Mayfield di William Parker, proveniente dal festival "New York Is Now!", un progetto dedicato alle musiche del grande musicista e compositore che si avvale di un cast stellare con Hamid Drake, Dave Burrell, Sabir Mateen, Lewis Barnes, Darryl Foster e le voci di Leena Conquest e di Amiri Baraka! E mi preme anche dire che abbiamo cercato di porre molta attenzione al prezzo di vendita di questi CD: la nostra indicazione è 12 euro a disco...
Foto di Pino Saulo: Claudio Casanova
Tags
PREVIOUS / NEXT
Support All About Jazz
All About Jazz has been a pillar of jazz since 1995, championing it as an art form and, more importantly, supporting the musicians who make it. Our enduring commitment has made "AAJ" one of the most culturally important websites of its kind, read by hundreds of thousands of fans, musicians and industry figures every month.





