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Intervista a Marco De Persio

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Già direttore artistico de La Palma, curatore del Fandango Jazz Festival, oggi animatore della neonata rassegna “Cose”, Marco De Persio è da sempre un punto di riferimento per il jazz live nella Capitale e senza dubbio la voce più autorevole tra coloro che operano sovente al di fuori degli enti legati al comune. Chi meglio di lui, dunque, per gettare uno sguardo “altro” su quanto accaduto a Roma negli ultimi anni? Ne abbiamo parlato nel corso di una breve, ma feconda, intervista.

All About Jazz: Roma è stata soggetta a un piccolo terremoto negli ultimi anni. L’arrivo di Veltroni e l’ingente impegno del Comune nella gestione diretta di molti operatori culturali ha decisamente cambiato la geografia del settore. Nel jazz, poi, con la nascita della Casa e l’entrata in campo dell’Auditorium Parco della Musica, il panorama dell’offerta live ha subito un’autentica rivoluzione. D’altro canto, si è saputo che lo storico festival Controindicazioni, molto probabilmente, sarà costretto a chiudere i battenti per mancanza di fondi. Come interpretare questi segnali contrastanti? Che è successo e cosa sta accadendo nella capitale?

Marco De Persio: Come si dice in economia, crisi di sovrapproduzione, dispersione delle risorse finanziarie in processi che, una volta consolidati, diventano inarrestabili, immodificabili e che inevitabilmente devono continuare ad essere alimentati. Saturazione è la parola esatta per descrivere il fenomeno. Certo, è vero che il rapporto fra le istituzioni e chiamiamole pure le “strutture-iniziative di base”, quelle legate all’associazionismo, al bisogno immediato che viene dal “basso” è sempre stato in qualche modo conflittuale, teso e non sempre dialettico. Eppure, all’interno dei processi di produzione della cultura, l’interlocutore istituzionale, in una relazione di sana reciprocità dovrebbe rappresentare un elemento prezioso, una componente vitale, importante e insostituibile.

Ed è proprio nella dialettica tra pubblico e privato che qualcosa negli ultimi tempi è cambiato. Per anni, per decenni e fino a poco tempo fa, c’è stata da parte delle amministrazioni che si sono succedute l’assoluta indifferenza verso alcuni importanti processi di produzione culturale, in particolare quelli slegati dai circuiti pubblici consolidati e riferibili a realtà marginali, spontaneistiche, “periferiche” se vogliamo (associazioni, centri di aggregazione, laboratori, operatori indipendenti, ecc...). Non serve sottolineare che l’incapacità da parte della politica di individuare in queste autonomie e specificità, un elemento di ricchezza per la collettività, è stata eclatante: un’occasione clamorosamente mancata oserei dire. Quello che è accaduto ultimamente, però, va oltre. Si è passati dall’indifferenza all’abbraccio soffocante, dalla latitanza delle istituzioni alla presenza esclusiva. Negli ultimissimi tempi a Roma è stato scientemente sacrificato l’approccio più sperimentale, a vantaggio di una politica culturale basata sui nomi eclatanti e sui grandi eventi; una politica malata di elefantiasi che tutto fagocita, denaro e spazi. Perché, in fondo, le risorse quelle sono e mica si possono moltiplicare all’infinito. E così, anche iniziative e luoghi storici, simbolo, tessuto nervoso e sociale di una città, sono inevitabilmente collassate. Ma, grazie a dio, molto ancora resiste.

AAJ: Come ci si trova ad operare fuori dal sistema pubblico? C’è spazio per chi non fa parte del circuito live gestito direttamente dal Comune?

Marco De Persio: Francamente direi di no. Spazio non ce n’è, o ce n’è molto poco. E poi, se operi allo scoperto, senza contributi pubblici o contributi residuali, ti servono soldi, lungimiranza e anche fortuna. Ovviamente, visto che stai rischiando di tasca tua, la tentazione implicita è quella di osare giusto il necessario e cercare di andare sul sicuro; ma, anche mettendoci il massimo della prudenza e il minimo del coraggio, non è detto che funzioni, c’è sempre da fare i conti con il rischio d’impresa. Insomma, l’atteggiamento è per forza diverso, lavori più sulla merce e meno sul prodotto culturale. Sei più imprenditore e meno operatore culturale. Due mestieri decisamente diversi.

Ma anche dentro le istituzioni non è tutto scontato. Spesso devi avere la fortuna di intercettare delle “sensibilità altre”, che in qualche modo riconoscano l’autorevolezza di un progetto, la prospettiva culturale, come dire, il rischio “fecondo” di un’operazione, e decidano allora di sostenerti.

Come vedi, i sentieri in cui ci muoviamo a Roma con LSD Produzioni, la realtà organizzativa di cui faccio parte, sono stretti e scivolosi. Spesso siamo costretti a contare su pochi finanziamenti, pubblici o privati che siano, e a volte, ti assicuro che è già successo, ricorriamo persino all’auto-tassazione pur di riuscire a portare a termine una produzione, anche perchè nell’ambito di certe proposte culturali sugli incassi non puoi certo fare affidamento. Insomma, non è per nulla agevole, ma smettere certo non si deve e non si può!

AAJ: Quali sono, se ci sono, i rapporti tra le strutture gestite direttamente dall’amministrazione, attraverso le “municipalizzate”, e gli enti privati, come il vostro, che si occupano di jazz: locali, festival, associazioni culturali e quant’altro?

Marco De Persio: Ai tempi de La Palma, credo fosse l’estate del 2005, c’è stato l’esperimento, devo ammettere anche in parte riuscito, del Roma Jazz Festival, allestito in collaborazione con Auditorium e Casa del Jazz (ma soprattutto con quest’ultima). Beh, è stato bellissimo! Per la prima volta dei direttori artistici (Ciampà, Linzi [clicca qui per leggere l'intervista a Linzi] e il sottoscritto) si sono incontrati preventivamente, intorno ad un tavolo, per discutere, e già questo è un miracolo, di contenuti, del taglio da dare alla programmazione, della logistica, degli orari e dei giorni, tutto nell’intento di evitare le sovrapposizioni, mantenere i contesti editoriali di provenienza, mettere in atto un’attenta politica dei prezzi e degli orari. Ricordo che con lo stesso biglietto si poteva ascoltare entrambi i live, Casa del Jazz e La Palma, ad orari diversi. Coordinare un grande evento a Roma con soggetti e realtà diverse: un miracolo, ma come vedi non è impossibile.

AAJ: Sempre a proposito di realtà estinte, come e perchè è finita l’esperienza di collaborazione con La Palma, locale che per alcuni anni ha rappresentato un punto di riferimento imprescindibile, non solo a livello romano, per il miglior jazz mondiale?

Marco De Persio: Non lo so, credimi. E’ ancora un immenso dolore. Solo oggi che non c’è mi rendo conto, anzi, ci rendiamo conto di quanto manca un posto come quello a Roma. Ma siamo combattenti e ottimisti, perciò spero che alla fine, in un modo o nell’altro, La Palma ritorni alla sua città.

AAJ: Da poco meno di un anno a questa parte, se non sbaglio, sei il direttore artistico di una neonata rassegna, “COSE”, ospitata nelle sale del MAT (Museo delle Arti e Tradizioni popolari). Come vi ponete nel panorama live romano? Ci parli un po’ del progetto, sia dal punto di vista artistico che organizzativo?

Marco De Persio: Per “Cose”, lo dico orgogliosamente, abbiamo fatto tutto da soli, avvalendoci del supporto di Controchiave, storica associazione culturale romana, e con la preziosa collaborazione di Michele Rabbia e Maria Pia De Vito. Vedi, anche in questo caso il concetto di direzione artistica, di progettualità, è rigorosamente collettivo. Non emanazione di un singolo, ma contributo di chi per capacità ed esperienza ha deciso di mettersi al servizio del progetto.

Dicevo, abbiamo cominciato tutto da soli, ma poi qualcuno si è accordo della bontà e dell’onestà della proposta e ci sta aiutando ad andare avanti. E così, grazie soprattutto all’ex assessore alla cultura del comune di Roma - Silvio Di Francia - siamo riusciti a calendarizzare e trasformare il tentativo dei primi mesi, novembre e dicembre, in una realtà che proseguirà la programmazione almeno fino al 30 Maggio.

Per quanto riguarda la scelta del posto, un museo dei Beni Culturali, dello Stato, il Museo delle Arti e Tradizioni, volevamo dimostrare, forse innanzi tutto a noi stessi, che si può fare un programma strutturato secondo una cadenza settimanale, con certi contenuti, così come in un club o in un auditorium, anche in un Museo di periferia, se non geografica sicuramente culturale; un posto dove la gente viene solo per cambiare un assegno, o prendere un gelato, anche in un Museo, dicevo, tutto questo è possibile.

Ritornando alla specificità di “Cose”, abbiamo pensato ad una rassegna di arti varie da proporre nel luogo per eccellenza del “fermo immagine”; la vita, il movimento di quello che generalmente, e fin troppo generosamente, accade altrove, portato all’interno di un museo, dove sembra non accadere mai nulla, dove tutto è fermo. Un museo, in fondo, è un luogo non luogo, un posto metafisico che incanta, in cui le “Cose” sembrano sospese, quasi estranee nell’immobilismo delle sale, eppure avvolgenti al tempo stesso. Insomma, l’altra faccia della “teca” ferma, il rovescio vivo rappresentato dalle arti, e in questo caso specifico, anche dai mestieri, dall’uomo e dal fascino della sperimentazione. Una bella esperienza credimi, anche se finisse domani.

E poi, se mi permetti di aggiungere una notazione prosaica, il parcheggio non è striscia blu all’EUR. Che meraviglia! Arrivi e parcheggi. Un lusso. Soprattutto considerando che a Roma, di solito, la ricerca di un parcheggio dura più del concerto che vai ad ascoltare.

AAJ: Leggendo il manifesto di presentazione della prima edizione ho notato che ci tenete a diventare punto di riferimento per le arti in genere, e non solo per il jazz. Da dove viene quest’esigenza di trasversalità?

Marco De Persio: In parte da quanto appena detto riguardo alla genesi del progetto e alla particolarità del luogo in cui si svolge la manifestazione; e poi dalla nostra storia personale. Una persona non è mai una cosa sola. E le discipline artistiche, in fondo, sono il riflesso della molteplicità dell’essere.

E poi non volevamo escludere la magia della relazione tra i diversi linguaggi, l’inevitabilità o l’involontarietà di un nesso, di una connessione, potremmo definirlo il gioco della multidisciplinarietà. Per questo abbiamo messo in cartellone anche progetti contaminati, immagini, movimento, parola. Ma tutto rigorosamente nel solco del suono. Il jazz è un idioma, un gergo, con una sua storia, una sedimentazione forte, quasi innaturale se pensiamo a quanto ha fatto in così poco tempo. Forse l’idioma che più ci appassiona e ci rappresenta, anche se il jazz rimane pur sempre un linguaggio fra i linguaggi. E infatti non è l’unica esperienza che il pubblico farà qui da noi.

AAJ: Un’altra iniziativa legata alla rassegna “Cose”, e che trovo molto stimolante, è quella legata alla possibilità di acquistare un instant disc delle performance musicali. Iniziative di questo tipo possono rappresentare una nuova frontiera del mercato discografico in perenne crisi?

Marco De Persio: Sì, è vero, abbiamo cominciato a registrare, cercando di salvaguardare la naturalezza del suono, usando solo due microfoni panoramici e avvalendoci di un piccolo studio mobile. Anche perché, quasi dimenticavo, “Cose” non è dotata di infrastrutture tecnologiche, si suona rigorosamente acustici (elettronica a parte che, ovviamente, ha le sue esigenze). E poi la sala del museo suona che è una meraviglia. Non immaginavamo si potesse fare così tanto con così poco: incredibile!

Evidentemente abbiamo imboccato la strada giusta nell’asciugare, togliere, per arrivare alla materia prima. Nello spazio dedicato ai concerti c’è solo un parallelepipedo, una pedana, non sempre necessaria, un piazzato bianco, due tappeti e basta. Niente amplificazione, mixer, compressori, riverberi, microfoni; solo l’odore, il sudore. L’artista è lì a due passi, lo puoi toccare e alla fine anche parlarci, se vuoi.

Ma, tornando all’instant disc, stiamo un attimo ripensando la questione, sempre per problemi di risorse. Ha i suoi costi una struttura mobile di registrazione, tra macchine e personale.

AAJ: Programmi per il futuro prossimo?

Marco De Persio: Prossimo, prossimo? Intanto vado a vedermi il solo di Rabbia e il duo di Roscoe Mitchell e Wadada Leo Smith a Crossroads a Bologna. Poi, il 7 giugno, è in programma un appuntamento imperdibile: la storica Festa per la cultura alla Garbatella. Più in là vedremo.

Foto di Giuseppe Capaldi

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