Home » Articoli » Interview » Intervista a Luciano Linzi
Intervista a Luciano Linzi
All About Jazz: Ad aprile saranno tre anni esatti dall’apertura della Casa del jazz, un luogo che ha una storia particolarissima e una genesi da raccontare. Come nacque il progetto, come venne individuato l’edificio ospitante e come si sviluppò l’idea di allestire un’istituzione pubblica interamente dedicata alla musica improvvisata?
Luciano Linzi: La Casa è un luogo che ha un valore storico, ma anche simbolico, fortissimo. La Villa in cui siamo ospitati, villa Osio, è stata fatta costruire alla fine degli anni Trenta dall’ingegnere Arturo Osio, uno dei padri fondatori della Banca Nazionale del Lavoro. Successivamente ha cambiato spesso proprietà, in un certo periodo ha ospitato persino un ordine religioso, fino ad arrivare, negli anni Settanta, nelle mani di Enrico Nicoletti, boss malavitoso legato alla banda della Magliana.
Dopo la confisca dei suoi beni e il passaggio, tramite la legge Pio La Torre, all’amministrazione della città di Roma, nel 2001 il Sindaco Walter Veltroni, allora al primo mandato, la individuò come possibile sede del progetto che aveva in mente da lungo tempo, immaginandone un uso pubblico e perseguendo l’idea di trasformare la villa in un vero e proprio centro culturale dedicato al jazz. Il progetto poi si è sviluppato attraverso tutta una serie di fasi e di studi, fino ad arrivare, il 21 aprile del 2005, all’inaugurazione ufficiale.
AAJ: A proposito di centro culturale, uno degli aspetti maggiormente innovativi e lodevoli della Casa è l’idea che il complesso possa funzionare come polo multifunzionale, con una sala prove, una biblioteca, una mediateca, un archivio, una caffetteria e quant’altro. A che punto è la realizzazione di quest’ambizioso disegno?
Luciano Linzi: Dal momento che la location lo rendeva possibile - il complesso è formato oltre che dalla villa storica anche da una serie di altri edifici più recenti e da un parco di circa 2 ettari e mezzo - il progetto si è sviluppato immaginando una funzionalità specifica per ogni spazio. Si è pensato di creare un qualcosa che avesse delle caratteristiche uniche nel panorama mondiale del jazz, con al centro un auditorium, che è un po’ il nostro gioiello, una magnifica sala concerti da 150 posti curatissima dal punto di vista acustico, intorno al quale ruotano altre attività legate alla dimensione live: approfondimenti, documentazione, guide all’ascolto, proiezione di documentari, incontri con i musicisti, seminari, workshop e lezioni.
C'è, inoltre, un ambiente interamente dedicato a una sala multimediale, che è stato aperto grazie al sostegno di uno sponsor privato, con postazioni telematiche da cui è possibile accedere alla nostra documentazione audio-video, sia quella direttamente legata all’attività che svolgiamo, sia quella storica, che in gran parte viene dalle teche della RAI. Oltre a questa sala, proprio all’inizio del 2008, abbiamo finalmente aperto al pubblico uno spazio di consultazione costituito da una biblioteca e da un’emeroteca in continua espansione, anche grazie all’acquisizione di collezioni private di testi dedicati al jazz e annate storiche di riviste specializzate italiane ed estere. Siamo ovviamente anche abbonati a tutte le testate più importanti del settore e a tutti i bollettini delle società musicologiche; materiale che è consultabile liberamente e a disposizione di ricercatori o semplici curiosi. Infine, sempre all’interno dell’edificio principale, ci sono un angolo di caffetteria, gli uffici del personale e i camerini dei musicisti.
In uno spazio a parte, invece, è situato il ristorante che lavora ogni sera della settimana, sia d’inverno che d’estate, tranne la domenica, giorno in cui rimane aperto solo per il pranzo. Nell’ultimo edificio facente parte del complesso Osio, infine, sono ospitati gli studi di registrazione, composti da tre sale, una molto grande e due più piccole, più la sala di regia audio; regia audio che, ci tengo a sottolineare, è collegata e cablata con lo spazio concerti, in modo da poter lavorare sulle registrazioni live, come ad esempio la serie di CD pubblicati in collaborazione con il gruppo editoriale L’Espresso.
AAJ: Ecco, visto che siamo entrati in tema, come nacque l’idea delle due collane di CD dedicati al Jazz italiano? E il pubblico come ha risposto all’inedita iniziativa editoriale?
Luciano Linzi: L’idea nacque da una mia iniziativa personale. Ci fu un primo incontro presso la sede de L’Espresso, questo almeno due anni e mezzo fa, in cui presentai il progetto e cercai di raccontare quello che stava accadendo, sia a livello nazionale, che a livello internazionale, per il jazz italiano. Quindi proposi di realizzare una serie di registrazioni dal vivo nella nostra struttura e, soprattutto, di arrivare alla pubblicazione del disco, curando ogni passaggio produttivo all’interno della Casa, dalla registrazione al missaggio finale. L’idea, evidentemente, era una sorta di scommessa a cui il gruppo decise di aderire. Da sottolineare che l’operazione era una novità anche per loro, visto che fino a quel momento non avevano mai pubblicato musica inedita, tra l’altro messa in edicola un mese e mezzo dopo la registrazione, ne' tanto meno jazz suonato da musicisti italiani.
Il successo dell’iniziativa è stato clamoroso, soprattutto tenendo conto dei numeri piuttosto limitati del mercato discografico jazz. La prima serie, infatti, ha venduto, nel totale dei nove volumi pubblicati, più di 300.000 copie. Una cifra enorme, che ha fatto parlare di noi e della collana anche su riviste straniere. In Francia, ad esempio, sia Jazz Hot che Jazz Magazine hanno dedicato degli articoli entusiastici all’iniziativa.
AAJ: Di fronte a un circuito editoriale di tali dimensioni e a cifre tanto grandi, e non solo per il mercato discografico legato al jazz, come hanno reagito case discografiche e musicisti? E qual’è stato l’effetto che un’operazione di questo tipo può aver avuto sul mercato del jazz in Italia: di rilancio oppure di saturazione, e quindi di ulteriore depressione una volta conclusa?
Luciano Linzi: Uno degli scopi principali per cui è nata la Casa è proprio quello di dare il massimo della visibilità alla scena jazz italiana, che negli ultimi anni ha fatto dei passi da gigante nell’ottenere riconoscimenti a livello internazionale. Ho cominciato ad organizzare concerti di jazz a Padova nel lontano ’73, avevo quattordici anni e lavoravo per il Centro d’Arte dell’Università, associazione ancora in vita, e ricordo benissimo che cosa voleva dire proporre dei concerti di musicisti italiani trent’anni fa. Oggi, invece, gli artisti italiani, o alcuni artisti italiani, ottengono dei risultati di presenze ai loro concerti che francamente allora erano inimmaginabili. Ma, soprattutto, è cresciuta la scena dal punto di vista del riconoscimento mondiale, tanto che oggi si guarda all’Italia come alla patria di una delle comunità jazz più creative e più stimate.
Anche se è sempre difficile essere buoni profeti in patria, negli ultimi anni lo spazio concesso a questa musica e ad alcuni dei suoi protagonisti si è fortunatamente ampliato. Il fatto stesso che una serie come quella curata dalla Casa del jazz sia stata realizzata e portata in edicola, per di più con l’appoggio di un gruppo come L’Espresso, è ulteriore conferma che il pubblico del jazz è in aumento. Insomma, c’è molto più interesse e molta più curiosità.
Qui a Roma si vive anche una realtà particolarmente fortunata da questo punto di vista: c’è stata un’amministrazione che ha sostenuto la scena e ha voluto, e creato, luoghi importanti come la Casa o come l’auditorium Parco della Musica, oltre a finanziare iniziative e rassegne che già esistevano. Le occasioni per ascoltare questa musica e i musicisti che la suonano si sono moltiplicate, innescando un meccanismo virtuoso di aumento degli ascoltatori.
Per quanto riguarda le case discografiche, inizialmente erano molto diffidenti. Ma non appena sono stati chiari i contorni dell’operazione e quali potevano esserne i benefici, si è compreso che l’iniziativa poteva trasformarsi in un volano per tutto il settore.
AAJ: E’ vero che c’è una terza serie in preparazione?
Luciano Linzi: Ce n’è stata una seconda nel 2007, composta da ben 12 volumi. Lo scopo delle prime due serie, in fondo, era quello di offrire un panorama il più possibile esaustivo della grande varietà di stili, di personalità e di generazioni che animano la scena italiana. La seconda serie, per esempio, si è aperta col disco del veterano Giorgio Gaslini, incorporando poi cose anche molto differenti, come la Cosmic Band di Gianluca Petrella, o lavori di musicisti storici, come Franco Cerri ed Enrico Intra, oppure, uno dei dischi che mi è piaciuto di più in assoluto, il quintetto di Franco D’Andrea, con Bosso e ancora Petrella. Ne stiamo per varare una terza, che presumibilmente dovrebbe contenere tra gli otto e i dieci volumi e dovrebbe essere dedicata in gran parte alla documentazione di progetti esclusivi.
AAJ: Torniamo per un attimo al 2005 e alla sua chiamata alla guida della Casa del Jazz. Come avvenne il tutto? L’impressione che si ebbe dall’esterno fu che la scelta, oltre a tener conto della sua lunga esperienza come manager, promoter, discografico e dirigente del settore, cadde volutamente su qualcuno al di fuori dei circuiti romani, per assicurare una certa indipendenza e imparzialità.
Luciano Linzi: In realtà la domanda andrebbe girata al sindaco Veltroni, che mi volle in quel ruolo. Ma devo ammettere che anch’io ho avuto la stessa impressione, ovvero che la scelta di una figura esterna alla scena romana fosse stata meditata e ponderata con attenzione. Il fatto poi che io appartenessi al mondo discografico credo sia contato relativamente, nel senso che il mio bagaglio di esperienza si è formato soprattutto nell’ambito del jazz. E anche nel periodo in cui ho lavorato alla Warner, ho sempre seguito, anche solo per passione, le sorti di questa musica. Penso invece siano state tenute maggiormente in considerazione le mie precedenti esperienze come organizzatore, come manager di importanti artisti internazionali, tra cui Jarrett, e come imprenditore discografico ai tempi della Gala Records.
AAJ: Come fu il passaggio da un settore privato, e in particolare da una multinazionale come la Warner, ad una struttura finanziata anche da soldi pubblici? Perchè, se non sbaglio, anche attualmente i finanziamenti del Comune sono determinanti per la sopravvivenza della Casa.
Luciano Linzi: E’ corretto. La formula inizialmente individuata per sostenere i costi della struttura e delle sue attività, infatti, era, e rimane, un mix di finanziamenti pubblici e sponsor privati. La percentuale si è attestata, a tutt’oggi, su un 60% a carico dei privati e un 40% a carico del pubblico. Senza dimenticare, tuttavia, che l’intero costo per la ristrutturazione della Villa e di allestimento degli spazi fu a carico del comune di Roma, per un totale di oltre 5 milioni di euro investiti. Questo, ovviamente, ha fatto moltissimo rumore nel mondo, non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti, dove un’istituzione come il Lincoln Center, ad esempio, è costretta a sopravvivere esclusivamente grazie alla generosità dei privati.
AAJ: A proposito di finanziamenti pubblici, ricordo che già nel gennaio 2006, a pochi mesi dall’apertura, si paventava l’ipotesi di un ridimensionamento dell’intervento pubblico e, addirittura, il rischio di una chiusura. Qual’è attualmente la situazione finanziaria?
Luciano Linzi: Molto onestamente il rischio c’è stato e continua ad esserci. Inoltre, stiamo attraversando un momento particolare, con il transito, attraverso le elezioni di aprile, dall’amministrazione Veltroni - che dopo sette anni ha dato le dimissioni per le ragioni che tutti conoscono - alla nuova giunta. L’auspicio nostro, ovviamente, è quello che ci possa essere continuità sul piano della politica culturale. Mi auguro veramente che, chiunque prenda il posto dell’amministrazione uscente, lavori per mantenere in vita e far crescere quanto già realizzato stabilmente. Insomma, la speranza è che la Casa del jazz, ma anche la Casa del cinema, l’auditorium Parco della Musica, La Casa dei teatri e tutte le altre iniziative intraprese in questi anni, abbiamo l’opportunità di portare avanti la propria opera. In fondo qui non si parla di manifestazioni occasionali: sono strutture che hanno un’attività regolare e propongono costantemente il proprio lavoro alla città. In Italia, purtroppo, è in voga la pratica di rinnegare quanto costruito dalla parte politica avversa, a prescindere da qualsiasi ulteriore valutazione; mentre in realtà bisognerebbe salvaguardare ciò che di buono si è ereditato e da lì ripartire.
AAJ: Sempre restando in tema gestione pubblica, la Casa del Jazz fa parte dell’azienda speciale Palaexpo, un ente strumentale istituito dal Comune di Roma, che si occupa anche delle “Scuderie del Quirinale”, del “Palazzo delle Esposizioni”, della “Casa del Cinema” e del “Teatro del Lido di Ostia”. Come si colloca all’interno di questo vasto e complesso organismo culturale?
Luciano Linzi: Devo dire che trovarsi all’interno di un sistema culturale tanto ampio e radicato, anche se i singoli attori hanno caratteristiche molto diverse fra loro, è stato per noi un vantaggio, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di rivolgersi ad un bacino di utenti estremamente cospicuo. È chiaro che si cerca di sfruttare al massimo le sinergie interne all’azienda, intrecciando i vari metodi di relazione con i nostri partner e sfruttando tutti i canali disponibili. E poi tutto questo si sposa con la filosofia di fondo con cui ho voluto impostare l’attività della Casa, evitando che diventasse un luogo chiuso, riservato ai soliti appassionati e agli addetti ai lavori. E, anche dal punto di vista della direzione artistica, la mia aspirazione era quella di creare un luogo aperto a tutti gli stili e tutti gli artisti, cercando di abbracciare la complessità del panorama italiano. Il bello è che il pubblico ci segue, e adesso viene a vedere anche le proposte di minor attrattiva mediatica, i musicisti giovani e anche quelli che magari a Roma non si sono mai visti. Insomma, è scattato quel meccanismo di fiducia che si raggiunge solo attraverso un continuo investimento sulla qualità delle proposte.
AAJ: Un altro attore di rilievo nella scena jazzistica romana è l’auditorium “Parco della Musica”, a sua volta gestito da una fondazione pubblica, “Musica per Roma”, di cui fanno parte il Comune, la Provincia, la Camera di Commercio di Roma e la Regione Lazio. Come si muove la “Casa del Jazz” rispetto all’auditorium? C’è una coordinazione, una collaborazione, oppure i due enti sono completamente slegati dal punto di vista della programmazione culturale e musicale?
Luciano Linzi: Diciamo che il rapporto è molto buono, anche perchè chi si occupa della direzione artistica dell’Auditorium sono operatori con cui collaboriamo fin dall’inizio. E poi si tratta di spazi completamente diversi dal punto di vista della capienza, il che favorisce l’interazione e la proficua individuazione di eventi più consoni all’una o all’altra location. Inoltre, proprio in questi giorni abbiamo lanciato la proposta di formare, tramite il comune di Roma, una sorta di rete di coordinamento tra chi muove jazz in città: strutture istituzionali, locali privati, scuole, musicisti, associazioni. In un momento in cui le prospettive economiche per la cultura si fanno sempre più cupe, è importante unire le forze. L’obiettivo è anche quello di offrire all’utente una mappatura precisa di quanto avviene in città, in modo che sappia orientarsi facilmente nel panorama composito del jazz a Roma.
AAJ: Dunque c’è la volontà di rapportarsi anche con quegli operatori culturali che si muovono al di fuori del panorama del jazz “pubblico”: club privati, festival e quant’altro.
Luciano Linzi: Certo. Ad esempio, fin dalla sua prima apertura, il nostro sito internet ha sempre ospitato una pagina dedicata agli eventi live, a prescindere dal luogo in cui si svolgono, che si chiama “jazz a Roma”. L’idea era quella di cercare di dare visibilità anche alle realtà più piccole, tanto che abbiamo realizzato anche delle vere e proprie collaborazioni, organizzando serate in comune o eventi speciali che mettessero in risalto il nome del club. Ad esempio abbiamo lavorato con La Palma [per leggere l'intervista al suo direttore artistico, Marco De Persio, clicca qui, almeno finché c’è stata, abbiamo collaborato con il Roma Jazz festival, con l’Auditorium e altro ancora.
AAJ: Per quanto riguarda l’indirizzo culturale, da quel che ho capito anche dalle risposte precedenti, ci tenete a mantenere una totale apertura nei confronti dei generi e dei musicisti, senza fossilizzarvi su certi stili o certe musiche.
Luciano Linzi: Questo è assolutamente vero. L’unico indirizzo vincolante che abbiamo voluto imprimere fin dall’inizio, e su questa strada continueremo anche in futuro, è quello di dare spazio soprattutto alla realtà italiana. Ecco, su questo punto abbiamo voluto insistere in maniera forte, facendo esibire sia i protagonisti attuali, più o meno giovani, ma anche celebrando chi ha fatto la storia di questo genere. Mi vengono in mente, ad esempio, le serate dedicate alla reunion del gruppo Basso-Valdambrini, oppure i live con Rava, Sellani, Cerri, Intra. Insomma, abbiamo voluto tributare un omaggio a quelle figure che hanno segnato la storia del jazz nel nostro paese. Se oggi tutto è molto più semplice per i musicisti giovani, lo dobbiamo anche a loro. E credo sia doveroso lavorare sulla memoria, ricordando al pubblico meno anziano il contesto storico in cui è cresciuto il jazz in Italia.
Tags
PREVIOUS / NEXT
Support All About Jazz
All About Jazz has been a pillar of jazz since 1995, championing it as an art form and, more importantly, supporting the musicians who make it. Our enduring commitment has made "AAJ" one of the most culturally important websites of its kind, read by hundreds of thousands of fans, musicians and industry figures every month.





