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Hiromi

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Blue Note - Milano - 16.01.2007

Da molti anni il Giappone offre al jazz una scena molto vivace, un pubblico attento ed informato, produzioni discografiche di altissima qualità. Tuttavia, i jazzisti giapponesi che riescono ad ottenere una buona visibilità internazionale sono decisamente poco numerosi. Tra questi, la ventottenne pianista Hiromi Uehara, in arte Hiromi, che al Blue Note si è presentata in compagnia di Tony Grey al basso elettrico e Martin Valihora alla batteria.

In verità, Hiromi è jazzista sui generis. La sua musica è più vicina a quella di gruppi come l'Esbjorn Svensson Trio e i Bad Plus, piuttosto che al jazz propriamente detto.

Si tratta, infatti, di autentico pop (a tratti rasente il funk o la tecno) eseguito in forma di jazz. Ovvero, di brani orecchiabili dalle melodie molto fluide, eseguiti con una strumentazione classicamente jazzistica (il trio), e con ampio spazio agli assoli. Assoli dai quali, tuttavia, scale e strutture jazz sono piuttosto lontani. O meglio, sono presenti almeno tanto quanto echi classici, rock, funk, ecc ...

Diciamo tutto questo non per fare i puristi (non lo siamo mai stati e non lo diventeremo certo ora), ma solo per mettere in chiaro le cose. Se, riguardo alle proprie influenze e gusti musicali, Hiromi dice “Amo Bach, Oscar Peterson, Franz List, Ahmad Jamal, ma amo anche gli Sly and Family Stone, i Dream Theatre e i King Crimson”, non staremo certo a scandalizzarci. Anzi. Ci riconosciamo in questa affermazione e, crediamo, vi si riconosce buona parte dei jazzisti e dei jazzofili nati dopo il 1960.

Il punto è, semmai, cosa fare di questa moltitudine di influenze. A quale sintesi si giunge.

Quella di Hiromi, o quantomeno quella mostrata nel concerto cui abbiamo assistito, punta decisamente sulla spettacolarizzazione. Su un esibizionismo ai limiti del pirotecnico. Su dinamiche spesso schiacciate verso l'alto.

Certo la pianista giapponese ha un bagaglio tecnico ed una fluidità di esecuzione non indifferenti. Di questo ne è ben consapevole ed a volte ne approfitta (certi stacchi improvvisi, certi ostinati e ribattute strappa-applausi, sono al limite del ruffiano). Ma, forse per la giovane età, a tratti tende anche a strafare, fino a rimanerne vittima essa stessa.

Alcuni esempi?

L'eccessivo uso dei tempi veloci, che esaltano il suo virtuosismo ma che alla lunga stancano. Ogni tanto, sarebbe bene inserire in scaletta un pezzo più lento che permette all'ascoltatore di tirare il fiato.

Le troppe note, che sommergono l'ascoltatore sotto un autentico diluvio.

Ed un eccessivo uso del pedale. Il che, in un'ottica puramente esibizionistico-effettistica, può anche avere una sua valenza e giustificazione. Ma allora, se effettismo deve essere, perché non utilizzare con maggiore continuità il synth? I brani in cui l'ha utilizzato, sono quelli che ci hanno più convinto.

Foto di Dario Villa [ulteriori immagini tratte da questo concerto sono disponibili nella galleria immagini]

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