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Francesco Diodati Flows Home!

Francesco Diodati Flows Home!
Daniele Vogrig By

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Classe 1983, chitarrista e compositore moderno ed eclettico, Francesco Diodati si impone nel panorama musicale internazionale come una delle punte di diamante di una nuova generazione italiana di jazzisti, dinamica ed energica.

Eletto miglior chitarrista dell'anno nel 2013, 2014, 2015 nell'ambito del JazzIt Award, Diodati è leader dei Neko, dei più recenti Yellow Squeeds e membro stabile all'interno di numerosi progetti, tra cui il New Quartet di Enrico Rava e i diversi ensemble di Ada Montellanico.

Lo abbiamo incontrato a ridosso della pubblicazione del suo ultimo lavoro Flow, Home! (Auand Records) realizzato proprio con gli Yellow Squeeds.

All About Jazz: Fai parte di una generazione di jazzisti giovane e vivace, i "giovani leoni," come siete stati ribattezzati da l'Espresso in occasione della recente uscita di un album tributo ai Nirvana che mescola grunge e jazz. Quale rapporto intercorre tra voi e i musicisti più "anziani" con i quali collaborate abitualmente?

Francesco Diodati: Un rapporto di stima e curiosità: in fondo, l'anagrafe in musica non conta molto, se non in termini di vissuto ed esperienza. Mi viene in mente il primo concerto con Enrico Rava a Salerno, nel 2011, in sestetto con The Dino & Franco Piana Jazz Orchestra al trombone, classe 1930, una leggenda del Jazz; a fine concerto, Dino si avvicina e con un'umiltà disarmante mi fa i complimenti aggiungendo: "non avevo mai sentito suoni così uscir fuori dalla chitarra, mi hai dato spunti nuovi e ho suonato in modo diverso. Grazie, mi sono divertito molto."

AAJ: Senza dubbio una tappa fondamentale del tuo percorso è rappresentata dal New Quartet di Enrico Rava...

FD: Uno dei dischi che ho ascoltato di più al liceo è Pilgrim and the Stars, registrato dal quartetto di Enrico con John Abercrombie; ti lascio immaginare l'emozione quando mi ha chiamato per propormi di suonare in quartetto con Enrico Morello e Gabriele Evangelista. Rava ha una poetica immensa, eppure si mette in gioco come se avesse iniziato da qualche anno a suonare, lasciandoci molti spazi e prendendo continui rischi. In più, c'è un bello scambio anche fuori dal palco; spesso mi consiglia dischi e musicisti, e allo stesso tempo si incuriosisce se gli parlo di qualche uscita discografica nuova, è un vero appassionato di Jazz.

AAJ: Al fianco di Ermanno Baron, Francesco Bigoni, Carlo Conti e Francesco Ponticelli sei leader dei Neko, il cui nome trae evidentemente spunto dall'opera dello scrittore giapponese Haruki Murakami, tra i tuoi autori preferiti. Recentemente lo stesso Murakami ha rivelato che prima di diventare scrittore ha gestito per anni un jazz club di Tokyo, il Peter Cat. A proposito del concetto di improvvisazione letteraria, ha rivelato che "attraverso qualche canale speciale la storia da dentro emerge. Tutto quello che devo fare è entrare nel flusso." Vale lo stesso anche per te con la musica?

FD: Non per niente ho chiamato il mio ultimo disco Flow, Home!. Per me, entrare nel flusso vuol dire essere a contatto con la dimensione irrazionale e riportarla in armonia con tutto il resto; è una dimensione che appartiene a tutti e ognuno la esprime in modi diversi, io sicuramente con la musica.

AAJ: Parliamo proprio di Flow, Home!, il tuo primo album con gli Yellow Squeeds, cioè Enrico Zanisi, Glauco Benedetti, Enrico Morello e Francesco Lento. Vuoi parlarci di questo lavoro ma soprattutto di questo recente ensemble? Quali paragoni si possono stabilire rispetto ai Neko?

FD: Sono molto contento degli Yellow Squeeds, la nostra musica si evolve in modo naturale e questo mi permette di andare sempre più a fondo nella ricerca compositiva e di conseguenza strumentale. Abbiamo anche sperimentato una versione in settetto con l'aggiunta di Filippo Vignato ed Elias Stemeseder al festival SudTirol. Ci siamo divertiti molto, perciò estenderò quando possibile la formazione. Paragoni con i Neko non posso farli perché sono due gruppi diversi per equilibrio e suono. Sono due facce della stessa medaglia!

AAJ: Il Marcello Allulli Trio con il quale collabori insieme a Ermanno Baron dimostra che la musica suonata dal vivo deve necessariamente svilupparsi all'insegna del coinvolgimento, tra interazioni artista-spettatore e multimedialità. Qual è il rapporto ideale che cerchi nel tuo pubblico?

FD: Il mio ideale è avere una morbida autorevolezza: la cosiddetta presenza sul palco è proprio quella capacità di esserci in ogni istante e mantenere un filo con i musicisti e con il pubblico, in un delicatissimo equilibrio. Il trio di Allulli è sicuramente un gruppo che crea un rapporto forte con il pubblico, grazie anche alla speciale intesa fra noi tre.

AAJ: Da circa sei anni sei membro del Myanmar meets Europe. Vuoi parlarci di questo progetto?

FD: A gennaio ripartirò per il Myanmar e non vedo l'ora! L'artefice di tutto è Tim Isfort, un bassista e compositore tedesco. È un'esperienza unica, un incontro fra musica improvvisata e musica tradizionale birmana. Con gli anni ho potuto toccare con mano la potenza dell'improvvisazione: i musicisti birmani si sono avvicinati molto a noi e così noi europei nell'imparare il loro linguaggio e la loro gestualità. C'è un senso del collettivo davvero speciale e ho l'occasione di suonare in posti incredibili, per esempio ai piedi della pagoda Shwedagon, con i bambini sul palco insieme a noi ad ascoltarci, attenti e curiosi.

AAJ: Quali maestri hanno inciso sulla tua formazione?

FD: Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di incontrare maestri davvero speciali che mi hanno dato e continuano a darmi tantissimo: Kurt Rosenwinkel, Marc Ducret, Jeff Ballard, Hein Van de Gein, Ben Allison, Drew Gress, Roberto Cecchetto, Miles Okazaki, ... Molti di costoro li ho incontrati a New York e in Italia frequentando dei corsi speciali a Siena Jazz, In.Jam. Poi c'è Jim Hall, che non ho mai incontrato, ma che mi ha influenzato e continua a influenzarmi non solo come chitarrista ma anche come continuo innovatore.

AAJ: Quali doti o abilità ruberesti a Thelonious Monk, Wayne Shorter, Kurt Cobain, Jeff Buckley, Jonny Greenwood?

FD: Monk! La sua freschezza e la sua capacità di costruire un linguaggio con così tante connessioni con la sua epoca e allo stesso tempo così proiettato nel futuro. Ascolto ossessivamente i dischi con Gillespie e Parker. Monk è l'innovatore fra gli innovatori. A Shorter la sua capacità di suonare al di là della musica, di evocare con ogni singola nota mondi incredibili. A Cobain la sfrontatezza. A Jeff Buckley la voce. A John Greenwood la grande musicalità.

AAJ: In occasione del Terracina Jazz Fest ti sei esibito con Filippo Vignato al trombone e Ariel Tessier alla batteria, con il quale già collabori nel progetto Travelers di Matteo Bortone. Ci parli di questo "inedito" ensemble?

FD: Sono entrambi musicisti con cui da tempo pensavo di collaborare: con Ariel c'è da sempre una sintonia molto forte in seno ai Travelers, e con Filippo ci "cerchiamo" da almeno un anno. Cerchiamo un suono ruvido, d'impatto e netto.

AAJ: Tre dischi, tre film, tre libri.

FD:
Jim Hall -Textures;
Steve Lehman -Mise en Abime;
Charlie Christian -Genius of the Electric Guitar.


Alfred Hitchcock -"Vertigo";
Federico Fellini -"8 e mezzo";
Terry Gilliam -"Brazil."


Joanne Greenberg -"Non ti ho mai promesso un giardino di rose";
Robin Kelley -"Thelonious Monk";
Derek Bailey -"Improvvisazione."

Foto:
Giacomo Citro
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