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Due nuove gemme riaprono lo scrigno di Steve Lacy

Alberto Bazzurro By

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Ogni nuova occasione per ascoltare materiale inedito o comunque raro di Steve Lacy rappresenta un indiscutibile piacere (fra l'altro neanche poi così frequente), soprattutto per quanti lo reputano uno dei grandi maestri del jazz—diciamo così—post-parkeriano, tutto sommato ancora non adeguatamente messo a fuoco nel suo reale valore (e chissà se mai lo sarà). I due album che andiamo a trattare appartengono per l'appunto a questa preziosa vena aurifera.

Steve Lacy
Shots
HatOlogy
Valutazione: * * * *

Il primo è stato inciso a Parigi nell'ottobre 1977 e successivamente pubblicato (ovviamente su LP, dal quale è ricavato l'odierno riversamento su CD) da Musica Records, ricevendo nel 1980 il Grand Prix de l'Académie du Jazz per la sezione avanguardia. Vede Lacy duettare con le percussioni giapponesi di Maza Kwate, che si mantengono per così dire rispettosamente in secondo piano nei confronti del soprano, salvo guadagnare di quando in quando il centro del proscenio.

Impagabile come sempre la stringatezza dei titoli (che ritroviamo tutti, in sequenza lievemente diversa, in apertura del coevo, doppio e solitario Cycles), a rafforzare ulteriormente l'immagine di un pensiero musicale assolutamente unico. Si ascoltano note più definibili come tali, inquadrabili in quella cantabilità pur prosciugata (magistralmente) che Lacy non abbandonò mai (o quasi), nemmeno nelle sue fasi più destrutturanti, e pura ricerca sul suono, esplorato nei suoi interstizi più estremi, per altezza (Lacy raggiungeva le quattro ottave, a fronte delle poco più di due e mezza canoniche del soprano) e spazio in senso lato, inclusa un'iteratività di scarne cellule motiviche che si fa nella parte finale del lavoro talora persino un po' capziosa.

Apprezzabile l'inserimento finale ("The Kiss") in voce (a sua volta inconfondibile) e violino di Irene Aebi.

Steve Lacy
Last Tour
Emanem
Valutazione: * * * * ½

Fotografa per contro la fase estrema della parabola lacyana (live a Boston—dove il sopranista si era trasferito nel 2002 per insegnare nel locale conservatorio—il 12 marzo 2004, quindi meno di tre mesi prima della sua morte) quel preziosissimo reperto che è Last Tour, dove Lacy dirige il proprio quintetto con George Lewis al trombone.

I temi, qui, sono spesso fra i suoi più illustri ("Morning Joy," "As Usual," "Blinks"), in cinque casi con la voce di Irene Aebi (che si assesta strada facendo, dopo qualche lieve sfasatura iniziale) a percorrere testi di Bob Kaufman (i primi due titoli appena citati), William Burroughs ("Naked Lunch"), Robert Creeley ("Train Going By") e l'accoppiata Ann Waldman/Andrew Schelling ("In the Pocket").

Sul versante solistico, il primo intervento spetta di regola al trombone, così da spezzare (dialetticamente), con la sua rotonda corporeità e plasticità, il clima innescato dal tema, che torna regalmente in auge col successivo assolo del soprano e la sua olimpica, allusiva obliquità, né mancano le sortite del contrabbasso, fondo e scuro, di notevole appeal, e in un caso ("Blinks") della stessa batteria.

Un disco che non è proprio il caso di lasciarsi scappare. Lacyani e non.

Elenco dei brani:
Shots:
Moms; Pops; Tots; The Ladder; Fruits; Coots; The Wire; The Kiss.

Last Tour:
The Bath; Morning Joy; As Usual; Naked Lunch; Baghdad; Train Going By; Blinks; In the Pocket.

Musicisti:
Shots:
Steve Lacy: sax soprano; Masa Kwate: percussioni tradizionali giapponesi; Irene Aebi: voce e violino in "The Kiss."

Last Tour:
Steve Lacy: sax soprano; George Lewis: trombone; Jean-Jacques Avenel: contrabbasso; John Betsch: batteria; Irene Aebi: voce.

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