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Dolomiti Ski Jazz

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Val di Fassa—Val di Fiemme—San Martino di Castrozza—Passo Rolle—Primiero e Vanoi—06.03.2009- 22.03.2009

In tempi di crisi, di budget che si contraggono e programmi che si restringono di conseguenza, fa piacere imbattersi in un festival che va in controtendenza, che si espande. Una crescita avvenuta nel segno della collaborazione, in verità avviata già lo scorso anno, tra il Fiemme Ski Jazz ed il Dolomiti Ski Jazz. Espansione territoriale dunque, ma anche temporale, con un calendario di concerti che ha coperto due settimane piene.

Come di consueto, il programma si è articolato lungo quattro filoni. L'attività divulgativo-educativa sul territorio, con concerti in piazza (Primiero) e nelle scuole (Pozza di Fassa). Occasioni di ascolto, piccoli semi, offerti alle giovani generazioni, che speriamo con il tempo si svilupperanno e daranno i loro frutti.

L'intrattenimento sulle piste da sci. Concerti nei rifugi, all'ora di pranzo. Una spruzzata di jazz, ma soprattutto musiche limitrofe (funk, soul, blues), all'insegna del divertimento per il turista.

Le jam-session nei locali. Qui l'intrattenimento sì è fatto più evoluto, ed abbiamo trovato alcune proposte molto interessanti. Il trio di Andrea Pozza, ormai una piacevole consuetudine per i frequentatori del festival. Il quartetto di Bruno Marini, musicista che non ha certo bisogno di presentazioni. Il chitarrista argentino (ma residente in Spagna) Guillermo Bazzola, musicista dalle idee molto aperte e che mostra una profonda conoscenza del jazz. La Broken Band di Andrea Lombardini, un giovane organico molto promettente (oltre al leader, Flavio Sigurtà, Francesco Bigoni, Federico Casagrande, Marcos Cavaleiro).

Crescendo ancora di livello, arriviamo infine agli appuntamenti che potremmo definire di primo rango, quelli che si sono svolti nelle sale da concerto. Il festival ne ha presentati sei, diluiti lungo le due settimane del programma. Data l'estensione temporale della manifestazione, non abbiamo potuto seguirli tutti. Concentreremo dunque la nostra cronaca sulla fase centrale, svoltasi in Val di Fiemme.

Il quintetto di Jack Walrath (Abraham Burton al sax, Orrin Evans al pianoforte, Boris Kozlov al contrabbasso e Donald Edwards alla batteria) ha dato vita ad un concerto difficile da definire. Strano è forse la parola migliore. Strano l'atteggiamento di Walrath, che da un lato sembra ignorare il pubblico (sale sul palco ed inizia a suonare senza nemmeno salutare, non ringrazia mai degli applausi che gli vengono tributati), dall'altro sembra cercare un dialogo (racconta aneddoti sui brani che esegue) e comunque pare divertirsi molto (il concerto è durato oltre due ore).

Strana anche la musica proposta, oscillante tra un solido bop che rievoca i grandi quintetti degli anni '60, ed un linguaggio più contemporaneo. In particolare, abbiamo percepito un certo scollamento tra la front-line e la sezione ritmica. Quasi come se l'organico avesse due anime - una più storicizzata (i due fiati), l'altra più vicina ai giorni nostri (piano-basso-batteria) - incapaci di trovare un terreno comune di incontro. Le cose più interessanti si sono dunque ascoltate quando era Orrin Evans a guidare la musica, mentre l'ingresso dei due fiati tendeva a riportare i brani verso schemi più consolidati.

Decisamente più riuscito il concerto del quartetto Shanga (Seamus Blake al sax, Kevin Hays al piano, Sean Smith al contrabbasso e Bill Stewart alla batteria), che ha proposto una musica carica delle influenze più diverse, post molte cose. Post-anni '70, innanzitutto. Evidenti gli echi di Zawinul (il brano di apertura, con Blake all'EWI e la voce di Hays rielaborata elettronicamente), e del quartetto europeo di Jarrett (armonie ariose in maggiore). Ma ottime anche le rivisitazioni di Charlie Parker e di un frammento di Bach, suonati con spirito contemporaneo. Una musica molto aperta, ma per nulla frammentaria. Al contrario, coerente ed unitaria. Un po' in ombra Seamus Blake, forse penalizzato dall'acustica della sala. Solidissimo e creativo, invece, il supporto ritmico, con Bill Stewart in particolare evidenza.

Tra le proposte di spicco che non abbiamo potuto seguire, segnaliamo il quartetto Afinidad (David Binney, Ed Simon, Scott Colley, Antonio Sanchez), il settetto Encresciadum (Silvia Donati, Pietro Tonolo, Roberto Rossi, Paolo Trettel, Roberto Soggetti, Marco Privato, Enrico Tommasini) ed il quartetto di Vincent Herring (Anthony Wonsey, Richie Goods, Joris Judli).

Menzione speciale, infine, per la Jorge Rossy Band (oltre al leader in veste di pianista, Chris Cheek, Albert Sanz, J.R. Miller, Felix Rossy). Non tanto per la musica proposta, quanto per la presenza nelle sue file di Felix Rossy, figlio di Jorge. Quattordici anni, ma una lucidità e maturità di fraseggio degna di nota (chi volesse ascoltarlo, lo troverà in veste di ospite nell'album Wicca, uscito lo scorso anno a firma del padre per la Fresh Sound New Talent).

Foto di Antonio Baiano (Walrath) e Claudio Casanova (Blake, Binney)

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