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Südtirol Jazzfestival Alto Adige 2017

Libero Farnè By

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Südtirol Jazzfestival Alto Adige
Bolzano e provincia
Varie sedi
30.6-9.7.2017

Klaus Widmann concepisce il festival che dirige sempre più come un laboratorio, un tavolo da gioco su cui mescolare le carte, favorendo la sperimentazione e la creazione di formazioni inedite. I musicisti invitati, spesso titolari di un progetto specifico, si sono fermati a Bolzano per una settimana, mettendosi alla prova e cercando soluzioni musicali diverse. Ovviamente hanno dovuto spostarsi ovunque sul territorio provinciale, in quanto uno degli obiettivi del Südtirol Jazzfestival Alto Adige è la promozione turistica e la continua ricerca di nuove sedi da affiancare a quelle ormai consolidate, pubbliche o private, al chiuso o più spesso immerse nella natura, anche a 2000 metri di quota. Tuttavia in qualsiasi contesto le proposte di quest'anno non hanno mai perseguito il facile ascolto e l'evasione, risultando sempre interessanti e di un certo impegno. I riflettori di questa edizione erano puntati su musicisti provenienti da Belgio e Olanda, tutti giovani e poco noti esclusa un'eccezione del tutto giustificata.

Ad aprire il festival è stato chiamato il chitarrista Reinier Baas, responsabile della messa in scena di "Reinier Baas vs. Princess Discombobulatrix XL," un'opera su una traccia favolistica un po' astrusa, arricchita dalle tavole dell'illustratore Typex proiettate sullo schermo di fondo. Un settetto olandese (più la voce lirica di {Nora Fischer nel finale) era per l'occasione integrato da tre violoncellisti di estrazione classica, che si sono ben inseriti ma il cui apporto è risultato abbastanza marginale. Baas, in questa rielaborazione del suo omonimo lavoro del 2015, ha concepito una partitura rigorosa e immaginifica al tempo stesso, con qualche velleità di ironia. La sequenza degli episodi ha messo in evidenza soprattutto la front line di tromba, contralto e due clarinetti, con alcune soluzioni melodico-dinamiche che nei momenti più vividi possono aver ricordato certe inflessioni della musica di Sclavis.

Tutti i musicisti coinvolti in questa prima serata si sono esibiti nei giorni successivi in una girandola di combinazioni e in luoghi sempre diversi, a cominciare dall'onnipresente Baas, che all'Abbazia di Novacella ha sostenuto due brevi concerti diurni. La musica del chitarrista olandese, alla testa di un quintetto inedito e insolito completato da quattro fiati (fra cui la tuba di Glauco Benedetti e il trombone di Filippo Vignato), si è decantata in situazioni più evocative e dilatate, confermando la sua propensione per il controllo della forma e per un uso sofisticato, risonante e arpeggiante della chitarra.
Con formazioni diverse, Baas e la cantante Fischer, dalla voce pulita, classicamente impostata e perfettamente controllata, hanno percorso un repertorio di canzoni, da Monteverdi alla canzone francese, alla musica contemporanea.

Della formazione del concerto inaugurale faceva parte il notevole clarinettista Joris Roelofs, che la mattina seguente al Museion ha presentato la sua solida suite "Rope Dance -Light -Footed," ispirata alla danza sul filo nell'accezione nietzschiana, cioè intesa come autocritico e solitario mezzo di liberazione dell'uomo. Le parti, ora compassate ora più dinamiche, sono state esposte con attento equilibrio da un quintetto di recente formazione comprendente il colore anomalo del fagottista Bram van Sambeek. Quanto al leader ha eccelso soprattutto nell'uso del clarinetto basso, ricco di disegni e sfumature.

A rappresentare il collegamento fra i jazzisti olandesi dell'ultima generazione e la scuola storica è stato invitato Han Bennink, alla sua prima apparizione al festival altoatesino, in una serata abbastanza anomala, tutta basata sulla più classica improvvisazione. Con molta umiltà il batterista si è messo al servizio dei più giovani colleghi in formazioni sempre diverse: Ben van Gelder al contralto, i già citati Reinier Baas e Joris Roelofs, il sassofonista belga Joachim Badenhorst e Onno Govaert alla batteria, abbinato a tratti a Bennink. Eppure, fra esibizioni dimostrative di vitale energia, ricapitolazioni di inflessioni e moduli diversi, ripensamenti e slanci affermativi, ne è risultata una distanza nell'approccio mentale, una certa differenza di atteggiamenti creativi fra l'attempato ma sempre incontenibile Han e i comprimari, propensi ad una consapevolezza meno emotiva.

A parte quest'ultimo connubio fra il maestro e le giovani leve, in definitiva la maggior parte dei gruppi, sia consolidati che improvvisati, degli emergenti musicisti provenienti dal Benelux ha portato progetti mirati, anche ambiziosi, oppure ha privilegiato strutture compositive elaborate, seriose, a volte un po' artificiose o di dimensione cameristica. Le opportunità si sono ampliate e i risultati sono risultati più variati e ben più consistenti quando a loro si sono alternate formazioni comprendenti anche musicisti di altre nazioni europee.

L'intento del laboratorio era reso esplicito nel Jazz Labs, un esperimento tenutosi presso la Fiera di Bolzano e impostato secondo una scacchiera combinatoria vincolante. Sei gruppi si sono succeduti su due palchi, uno a destra e uno a sinistra, improvvisando ognuno per sette minuti e mezzo. A scandire il tempo su un gong era chiamata la rosso vestita "principessa" Nora Fischer. Fra i vari approcci, per lo più orientati verso crescendo di frementi tessiture timbriche, hanno spiccato il duo dello stesso Roelofs con il violoncellista francese Valentin Ceccaldi, per l'intensità ritmo-melodica e per il lirismo memore di "Lonely Woman," e il dialogo serrato e interattivo fra la chitarra di Baas e la voce di Leila Martial. Poi si sono esibiti assieme tutti i sei improvvisatori comparsi sul palco di destra e di seguito gli otto del palco di sinistra. Infine il dispiegamento del collettivo totale è approdato a momenti cacofonici.

Il già citato Valentin Ceccaldi è stato protagonista, assieme al connazionale batterista Sylvain Darrifourcq, di due esaltanti appuntamenti in trio acustico, il primo dei quali mattutino nel parco secolare del Palazzo Toggenburg. Ottimo free jazz aggiornato, con progressioni incalzanti e una concreta densità sonora, è venuto dal sodalizio con il tenorista belga Manuel Hermia, dal fraseggio visionario e screziato. Il violoncellista ha contribuito con un bordone risonante e ossessivamente insistito, mentre il batterista ha fornito un drumming asciutto e granitico, secondo un respiro variamente spaziato.
Idee estreme, fragorose e ossessive, esposte secondo una lapidaria struttura compositiva, hanno caratterizzato anche la performance del trio In Love With, completato dal poderoso violinista Theo Ceccaldi, fratello di Valentin. Melodia e ritmo, ricchezza armonica e timbrica sono state condensate in un frenetico e avvincente andamento dinamico. Questi due concerti sono da annoverare fra i vertici del festival.

Il quartetto francese Circles, con l'omonimo CD del 2016 alle spalle, è condotto dalla batterista trentatreenne Anne Paceo e persegue messaggi melodico-ritmici diretti, ben scanditi e senza incertezze. La formazione, ben amalgamata, si avvale del drumming marcato della leader, delle liquide sonorità del tastierista Tony Paeleman, del fraseggio netto e spigoloso del sopranista Christophe Panzani e soprattutto della voce di Leila Martial, le cui modulazioni sperimentali sono ravvivate da partecipate vibrazioni di natura etno o hip hop.

Poche parole sono bastate per recensire i superlativi esponenti francesi; altrettanto poche per riferire del coeso quartetto Warped Dreamer, formato da due norvegesi (Arve Henriksen e Stian Westerhus) e due belgi (Jozef Dumoulin e Teum Verbruggen). Il larghissimo uso dell'elettronica da parte di tutti e quattro, un uso estremo e per questo opportuno e intrigante in un sinergico rapporto d'interplay, ha prodotto scenari squassanti, lancinanti allucinazioni; a tratti, come unico elemento di candore incantato e inquietante, si inserivano la tromba e la voce di Henriksen. Una proposta compatta e originale, di forte impatto fisico ed espressivo.

L'uso dell'elettronica ha denotato anche la Carate Urio Orchestra, che stranamente prende il nome da un paesino di mille anime sul lago di Como. I sette membri della formazione, coordinata dal carismatico Joachim Badenhorst, provengono da sei paesi diversi. La loro musica non ha escluso la carezzevole melodia della canzone, l'unitario crescendo elettronico, una sfrangiata improvvisazione rumoristica, i roboanti collettivi tematici, ritmati all'unisono, accattivanti polifonie fugate... Questo consapevole possibilismo stilistico e culturale è stato coagulato sapientemente, transitando da una situazione ad un'altra con molta naturalezza.

Al festival non poteva mancare la partecipazione di musicisti italiani, anch'essi in più formazioni e accostati ad ospiti stranieri. Il tenore di Edoardo Marraffa ha interagito con il piano dell'argentino Nicolas Chientaroli e con la batteria dell'olandese Onno Govaert nel commento totalmente improvvisato della pellicola "Film ist," che l'artista Gustav Deutsch ha montato fra il 1998 e il 2004 accostando spezzoni dal sapore surreale di film muti delle origini. Il loro interplay ha evitato una sincronia diretta con le scene e le tematiche della pellicola, mettendo in evidenza soprattutto il sound variegato e personale di un Marraffa definitivamente maturato e il drumming ora prudente ora sussultante di Govaert.

Il quintetto Yellow Squeeds di Francesco Diodati, integrato per l'occasione dall'alto di Ben van Gelder e dal trombone di Filippo Vignato, ha presentato una fresca musica collettiva, organizzata con mano sicura. Il repertorio, aperto da "Brilliant Corners" di Monk e proseguito con collaudati original, ha visto arrangiamenti stringenti in cui i tre fiati (Francesco Lento alla tromba e i due ospiti citati) si sono sovrapposti organicamente o alternati l'uno all'altro. Se la tuba di Benedetti ha costituito una gommosa ossatura, il drumming di Enrico Morello si è rivelato particolarmente sensibile e all'occorrenza spumeggiante, mentre il piano elettrico di Enrico Zanisi ha fronteggiato fisicamente e musicalmente la determinata chitarra del leader, rappresentandone l'alter ego.
Un'esibizione in solo di Vignato è stata inserita in programma all'ultimo momento all'Hotel Bad Schörgau di Val Sarentino, uno degli sponsor privati del festival. L'ipnotico percorso circolare imbastito dal giovane trombonista con largo ricorso all'elettronica, la sua ricerca su una sonorità porosa, infiltrata da varie componenti avrebbero meritato un contesto meno dispersivo.

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