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Mulatu Astatke al JazzMi di Milano

Luca Muchetti By

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Mulatu Astatke
JazzMi
Alcatraz
Milano
5.11.2017

Primo africano a frequentare la Berklee e a suonare con Duke Ellington, la leggenda dell'etno-jazz etiope Mulatu Astatke era uno dei nomi più attesi del festival JazzMi. La rassegna che da oltre una settimana (e fino al 12 novembre) sta portando alcuni degli artisti più interessanti del jazz planetario su piccoli e grandi palchi di Milano ha puntato su un locale fra i più noti al grande pubblico per un concerto ampiamente ripagato in termini di presenze (fra le quali anche una visibile componente della comunità etiope milanese).

Al centro del palco, come un cerimoniere al vibrafono e circondato da un gruppo di musicisti pronti a cogliere con naturalezza i minimi cenni di intesa, Astatke dirà poche parole con voce talmente bassa da risultare ai più quasi comprensibile. Preferirà trascinare i presenti in un flusso di due ore sospese in bilico fra le correnti musicali di Europa, Africa e America.

L'introduzione strumentale, fra turbini di contrabbasso e un sax che svisa e si impenna, si getta in "Tsome Digua," brano registrato per l'album Assiyo Bellema, dalla metà degli anni Novanta. Un disco che fra l'altro proprio a metà serata farà da riferimento anche per un altro pezzo in scaletta: "Chic-Chic-Ca." Le note di vibrafono cadono dall'alto mentre il resto dell'ensemble passa rapidamente dalla discrezione di un misurato background a una esuberanza giocosa, capace di sommergere quasi del tutto lo strumento a percussione di Astatke.

Il tempo non passa sulle cose: per rendersene conto basteranno due soli brani in scaletta per ricreare il clima sonoro di quell'ethio-jazz che alla metà degli anni Settanta scrisse uno dei capitoli più esaltanti della storia della contaminazione fra musica tradizionale africana e musiche dei vecchi e nuovi mondi (con la vecchia New Orleans come tappa obbligatoria). L'ethio-jazz di Mulatu non invecchia, guadagna semmai fascino e contemporaneità, posizionandosi fra i classici che hanno ridefinto le geografie della musica e che -oggi -a molti anni di distanza, in Europa sono in grado di richiamare un pubblico trasversale e molto composito, come conferma la platea di Milano.

"Dewel" e "Yakermew Sew," fra i passaggi più celebri del repertorio, appaiono già nei primi minuti di serata. Si lascia ampio spazio all'improvvisazione, dove spicca in particolare l'irruenza cinetica del violoncello, e un pianoforte dialogante col resto della formazione. Il nastro del tempo si riavvolge e torna al passato più recente di "Netsanett" e "Azmari." Chiudono la carrellata una accorata "Motherland" (dove si intravedono senza fatica tutti i panorami attraversati dalla vita e dalla musica di Mulatu), "Way to Nice" e una strepitosa "Yegelle Tezeta," il brano che conquistò Jim Jarmusch spingendo il regista a includere la composizione nella colonna sonora del film "Broken Flowers."

Il concerto si chiude con Mulatu prima da solo al pianoforte poi raggiunto dalla band per un ultimo giro, mentre qualcuno dal pubblico, ballando, agita la bandiera etiope. Dal palco Astatke sembra apprezzare, e indica i volti assiepati nel locale. Quasi un segnale per gli ultimi che avessero ancora dubbi sul fatto che il segreto di tutta questa musica vive, e vivrà sempre, nello scambio di culture.

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