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Intervista a Giovanni Palombo

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Giovanni Palombo è un chitarrista romano che non ha bisogno di presentazioni tra gli appassionati dello strumento. Attivo da parecchi anni, la sua musica si è progressivamente allontanata dal folk acustico di impianto più tradizionale degli inizi per arrivare a una personale sintesi di jazz e world music che lo ha portato a collaborazioni con musicisti jazz come Francesco Lo Cascio, Gabriele Mirabassi e Gabriele Coen. Le sue composizioni conservano lo stampo melodico tipicamente mediterraneo sviluppandone i temi tramite una scrittura armonicamente ricca e complessa che si presta naturalmente all'interazione con altri strumenti. Molto di più di un semplice chitarrista acustico, Palombo è uno dei migliori esploratori di quei territori musicali di frontiera ricchi di insidie, ma anche di soddisfazioni per chi è capace di impostare il percorso giusto. Lo abbiamo incontrato in occasione della pubblicazione del suo lavoro più recente col quartetto Camera Ensemble, di cui fa parte anche Gabriele Coen, che già in quest'altra intervista ci aveva fornito qualche anticipazione sul progetto.

All About Jazz: Come (e quando) ti sei avvicinato al mondo della chitarra acustica? Quali sono stati i tuoi primi maestri e le fonti di ispirazione?

Giovanni Palombo: La mia formazione è stata un po' ibrida, perché dai 12 anni ho studiato chitarra classica per circa sei anni, ma parallelamente suonavo rock in cantina e in parrocchia (all'epoca era il solo posto accessibile con chitarre elettriche e amplificatori). La chitarra acustica è stata sempre "un'attrazione fatale," perché adoravo CSN&Y, Joni Mitchell, e in generale la musica della West Coast. Intorno ai 20 anni ho iniziato a frequentare il Folk Studio a Roma, dove ho scoperto tanta musica di grande espressività, il folk anglosassone dei Pentangle, Bert Jansch e John Renbourn, John Martyn e Davey Graham, la musica popolare e il blues. Ho ascoltato a lungo tutti i maestri della tradizione, Big Bill Broonzy, Rev. Gary Davis, Robert Johnson, una lista infinita di nomi. Quando è arrivata la Windham Hill ho capito che quella era per me la strada da prendere, piena di spessore musicale e suono acustico. La fortuna di incontrare Stefan Grossman, e studiare con lui alcuni mesi, mi ha definitivamente proiettato verso una dimensione chitarristica direttamente connessa alla tradizione acustica. Ho avuto il piacere di aprire alcuni suoi concerti, e pur continuando a studiare un po' di classica e avendo iniziato con il jazz, ho capito che dovevo arrivare a una mia sintesi dentro una dimensione acustica.

AAJ: I dischi che hai inciso sono sempre stati insieme ad altri musicisti. Cosa ti spinge a cercare la loro compagnia anziché suonare in solo?

G.P.: La chitarra acustica nasconde il rischio del soliloquio, una sorta di isolamento musicale che induce a rapportarsi troppo spesso soltanto con sé stessi, con gli altri chitarristi e con la tradizione musicale chitarristica. Ho sempre pensato che l'incontro tra elementi diversi portasse in generale un maggiore arricchimento, un modo di approfondire la musica più completo. Spesso nei concerti di sola chitarra il pubblico è in buona parte formato da altri chitarristi, o aspiranti tali, o appassionati di chitarra. Ma la musica dovrebbe arrivare a un pubblico più vasto, emozionare chiunque. Non è una regola, la chitarra da sola può fare tantissimo, ma misurarsi nell'esecuzione e nella composizione con altri strumenti è un arricchimento. La musica è anche dialogo, suonando con gli altri si può imparare tanto. Senza nulla togliere ai concerti di sola chitarra, che amo tantissimo.

AAJ: Per rimanere in tema, nella tua discografia non c'è ancora un disco di sola chitarra, nonostante da anni tu sia tra i principali esponenti del fingerstyle nostrano. A cosa è dovuta questa scelta? Hai in programma di colmare la lacuna in futuro?

G.P.: Credo che il mio prossimo CD sarà un lavoro per sola chitarra, ho già tanto materiale nuovo scritto che sto mettendo a punto. Faccio molti concerti di sola chitarra, ma quando è il momento di registrare mi viene sempre voglia di inserire anche altri strumenti, di ospitare musicisti, per ampliare lo scenario della musica che faccio. Sento che ora è il momento di dare voce a un lavoro di sola chitarra, anche se negli ultimi 2 anni in questo ambito sono usciti il Dvd didattico "La chitarra acustica finger style, gli stili e le tecniche" (Playgame Music , 2009), e le raccolte di spartiti "Mediterranean Fingerstyle Compositions" (Acoustic Music Book, 2008), che in pratica sono le trascrizioni del CD Duos Trios Guitar Dialogues (Acoustic Music Records), e il recente "Acoustic Shapes, disegni melodici e armonici della chitarra acustica" (2010, Edizioni Carisch), che raccoglie una selezione scelta delle mie composizioni.

AAJ: C'è qualche altro chitarrista con cui saresti interessato a una collaborazione in duo?

G.P.: Ce ne sono molti, e anche questo è un progetto che prima o poi realizzerò, anche se per il momento sono più interessato ai duetti con altri strumenti.

AAJ: Quello che mi colpisce del tuo lavoro è l'alta qualità delle tue composizioni, dove riesci a far convivere tanti generi diversi, facendo sempre attenzione allo sviluppo melodico e armonico, un po' alla maniera di Towner. Come nascono i tuoi brani? Usi un approccio particolare nella composizione sulla chitarra?

G.P.: Ti ringrazio per questo apprezzamento, e per l'accostamento ideale a uno dei miei riferimenti di sempre. Non è semplice capire e spiegare il percorso compositivo, può nascere in molti modi diversi. Componendo io cerco una visione olistica che sintetizzi aspetti diversi. Spesso procedo da un'intuizione melodica, a volte una piccola intuizione di 4 battute, raccolta nei miei appunti musicali per anni, e poi ritrovata. Non forzo mai una composizione, se sento di essere a un punto morto la lascio andare per riprenderla più avanti. Altre volte nasce un'idea, una frase, un arpeggio, che ti si insinua dentro e continua a risuonare, anche se stai facendo altro. In questo secondo caso sento un'urgenza compositiva che mi spinge a completare la composizione, che ci voglia un'ora o una notte intera. Oppure mi capita di provare una forte emozione legata a un evento, una persona, un luogo, che voglio fermare attraverso la musica. Penso sia una risonanza tra qualcosa che arriva da non so dove e qualcosa che hai dentro, un corto circuito benefico che si realizza attraverso di te. Solo successivamente ragiono sul senso armonico e melodico, e magari sistemo qualcosa, cambio tonalità, modulo e inserisco un bridge. Ma il grosso è intuizione, sintonia, ascolto. Parlo delle composizioni importanti, profonde. Ma ci sono anche scritture più "leggere," esercizi, divertimenti, applicazioni di stili e regole.

AAJ: Tra i tanti generi (folk, jazz, world, rock) che si fondono amalgamandosi nella tua musica, quale pensi che sia l'ingrediente veramente fondamentale, di cui non potresti fare a meno?

G.P.: Bella domanda, direi che gli ingredienti sono cambiati progressivamente con la mia maturazione artistica. Agli inizi era più presente un accento folk e folk-rock, insieme ad elementi di emulazione della musica che mi piaceva. L'interesse successivo per il jazz mi ha progressivamente portato a forme ibride, dove potessero convivere espressione folk, complessità armonica ed improvvisazione jazz. E da buon seguace della scuola ECM ho mirato alla forma più europea o se vogliamo world del jazz, che suggerisce anche musica classica e sonorità etniche. Probabilmente è l'elemento melodico quello che negli anni è restato una costante. Quando scopri una bella melodia sei già avanti, è poesia pura. Puoi scegliere diversi arrangiamenti, ma parti da una base importante.

AAJ: Anche la tua tecnica strumentale integra diverse tecniche chitarristiche, comprese quelle più moderne (tapping e slapping) introdotte da Michael Hedges. Ti è venuto naturalmente, o hai dovuto faticare per trovare l'integrazione?

G.P.: Per quanto ammiri incondizionatamente Michael Hedges, io uso dei tocchi percussivi e di tapping soltanto come un colore che rifinisce la composizione. Voglio dire che a parte un po' di invaghimento legato al fascino di queste tecniche, non le ho mai viste come il nucleo di un processo compositivo. A volte ci si lascia condizionare dall'impatto che hanno sul pubblico, ed è sempre una bella sensazione, uno sfogo dell'ego, ma dal mio punto di vista non perdo mai la consapevolezza che è una sfumatura, una bella sfumatura dei suoni e delle possibilità. Naturalmente non per tutti è così, per alcuni esse sono al centro della ricerca sonora e compositiva.

AAJ: Parlaci del tuo progetto più recente, Camera Ensemble. Come è nato il gruppo, e quali obiettivi vi siete posti nel realizzare questo lavoro? Quale è stato l'apporto dei singoli musicisti al progetto complessivo? Pensi che l'esperienza discografica avrà un seguito?

G.P.: Camera Ensemble è un progetto importante, al momento una fase che ritengo cruciale nell'integrare le mie composizioni e il mio modo di suonare l'acustica in un gruppo. Unitamente al fatto che il gruppo è in sé molto originale, con violoncello (Benny Penazzi), sax-clarinetto (Gabriele Coen), tamburi a cornice e mille altre percussioni (Andrea Piccioni). Tutti musicisti straordinari, sensibili e di grande esperienza. L'obiettivo è quello di integrare, come dicevo prima, diversi aspetti della musica, mantenendo un suono acustico e cameristico. Spaziamo tra suggestioni jazz ed etniche, inseriamo improvvisazione e temi classicheggianti. Io ho composto la maggior parte dei brani, ma ci sono composizioni anche degli altri. Attraverso l'interazione creiamo insieme il suono di ogni brano, e questo è sempre molto importante. Anche se il mercato discografico è praticamente fermo, penso che sia un gruppo che, oltre alle esibizioni, produrrà ancora Cd. Il gruppo è nato dalla mia collaborazione in duo, sia con Gabriele Coen che con Andrea Piccioni. Ho pensato che sarebbe stato bello mettere tutto insieme, unendo anche un violoncello, strumento che mi appassionava da tempo. Gabriele ha proposto Benny Penazzi, che ha una formazione classica ma che da sempre suona anche in ambito jazz, e così siamo partiti.

AAJ: Prima di collaborare con Gabriele Coen avevi già suonato (e inciso) con un altro grande clarinettista, Gabriele Mirabassi. Pensi di riprendere questa esperienza?

G.P.: Quando incontro Gabriele Mirabassi ne parliamo sempre, suonare e incidere insieme è stata una esperienza importante. Gabriele è sempre molto impegnato in numerosi progetti, ma non escludo assolutamente che si possa suonare ancora insieme.

AAJ: La tua attività di insegnante di chitarra, oltre che di musicista, ti pone a stretto contatto con il pubblico della chitarra acustica. C'è ancora interesse da parte dei giovani nei confronti di questo strumento?

G.P.: E' un interesse che prende solo una piccola percentuale dei giovani che si appassionano alla chitarra, perché gli aspetti che coinvolgono maggiormente i giovani sono legati alla canzone e al rock, nelle sue varie sfaccettature. L'acustica in un certo senso è come una chitarra classica moderna, dunque impegnativa. Richiede grande studio e dedizione prima di ripagarti adeguatamente. Inoltre, tranne i casi in cui è suonata nell'ambito della canzone, spesso non favorisce il suonare insieme come può fare una chitarra elettrica, che nella maggior parte dei casi ha bisogno di basso e batteria. L'occasione di ascoltare musica acustica di un certo tipo non è frequente, soprattutto dai media. Perciò è difficile coinvolgere i giovani, ma quelli che iniziano sono sempre molto motivati e costanti.

AAJ: Tu hai suonato spesso (e inciso) anche all'estero, soprattutto in Germania. Che differenze trovi tra la scena chitarristica italiana e quella di altri paesi europei?

G.P.: Mi sembra in generale che ci sia più rispetto per la dedizione e il lavoro che si fa, e anche una maggiore abitudine ad ascoltare musica che richiede attenzione. Penso che questo sia collegato alla attenzione che questi paesi pongono alla educazione musicale nelle scuole dell'obbligo fin dai primi anni.


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