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Claudio Cojaniz Hispanish & Blues Songs a S. Vito Jazz

Claudio Cojaniz Hispanish & Blues Songs a S. Vito Jazz
Neri Pollastri By

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S. Vito Jazz 2014
S. Vito al Tagliamento—Teatro Arrigoni
08.03.2014

Un progetto speciale, con produzione originale della rassegna (come accaduto negli anni scorso con quelli di Massimo De Mattia/Bruno Cesselli e di Mauro Ottolini), va in scena nella seconda delle tre serate di S. Vito Jazz 2014: Hispanish & Blues Songs, per la regia di Claudio Cojaniz con la ritmica del suo collaudato trio (Alessandro Turchet al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria) a cui si aggiungono il violino di Maria Vicentini, l'armonica di Gianni Massarutto e le percussioni di Luca Grizzo.

Un organico ben affiatato, in verità, perchè Grizzo e la Vicentini erano già parte della NION Orchestra e Massarutto membro dei Diavoli Rossi, recenti organici messi in piedi con successo dal pianista e band leader friulano.

In questo caso, nel delizioso e prestigioso Teatro Arrigoni della piccola e graziosa cittadina nei pressi di Pordenone, il programma era incentrato su musiche liriche e suggestive, in gran parte della penna di Cojaniz, che—come da titolo—univano due universi cari al pianista e alla fin fine tutt'altro che lontani tra loro: il blues e i ritmi di derivazione spagnola.

I due universi sono rappresentati nel sestetto anche "fisicamente," sul terreno del suono, dalla totalmente inedita front line: da un lato l'armonica, a testimoniare le radici blues, dall'altro il violino, a tenere il testimone del lirismo ispanico. Una scelta originalissima e già per questo intrigante, ma che ha poi anche convinto grazie al modo in ci i due strumenti—e soprattutto i rispettivi interpreti—hanno saputo interagire, sotto la sapiente guida del leader.

Fin dal primo brano—un blues intenso introdotto e poi guidato dal piano—il ruolo affidato a Massarutto e alla Vicentini è subito apparso sorprendente: entrambi infatti sono andati ben oltre la loro veste naturale, con Massarutto che ha ridotto al minimo l'apporto schiettamente blues per duettare con la compagna a suon di rumori e forti pennellate espressive, mentre la Vicentini alternava sprazzi lirici a improvvisazioni dinamicamente intense, di grande impatto emotivo. Con il risultato che, al termine del pezzo, il pubblico è parso (giustamente) già in delirio.

L'effetto s'è ripetuto e amplificato nel secondo pezzo, ancora un blues, ma stavolta dominato da un geniale dialogo tra l'armonica e il violino, quasi una sorta di "duello" di chiamate e risposte, assolutamente superlativo. Solo al terzo dei brani in programma si è approdati in modo diretto al versante ispanico, con una rilettura del tradizionale (e più volte ripreso in ambito jazz) "El Salvador," nel quale ha potuto finalmente esprimersi anche in modo lirico il violino della bravissima Vicentini, ma che tutto l'organico ha virato anche in direzioni liberamente improvvisate, con forte suggestione timbrica e marcato trasporto per l'ascolto. Anche qui, sorprendente il modo in cui ha offerto il proprio, atipico contributo l'armonica di Massarutto.

Originale e modernissimo il brano successivo, inizialmente d'ascendenza monkiana e guidato dal piano, poi frammentato con spazi per tutti i musicisti (bell'assolo di Turchet al contrabbasso e notevoli interventi di Colussi e Grizzo), seguito poi da un nuovo scenario ispanico, introdotto dal piano e poi continuato da violino, contrabbasso, percussioni, di nuovo piano—stavolta liricissimo—e violino pizzicato, contrabbasso archettato e armonica. A seguire, infine, una strepitosa variante di un blues classico, impreziosito dal lavoro corale, nel quale di nuovo spiccavano violino e armonica, veri elementi caratterizzanti la formazione. Notevole il lavoro cadenzato del piano, con esplosivi passaggi blues.

Un suggestivo e ricercato lavoro alle percussioni di Grizzo, con richiami ai suoni della natura, hanno introdotto il brano successivo, nel quale si intersecavano una pluralità di richiami alla tradizione dei due versanti protagonisti del concerto. Maestosa la parte lirico-espressiva della Vicentini, ma non meno entusiasmante il duetto tra le percussioni di Grizzo e la batteria di Colussi.

Per finire ancora un blues, prima dei due bis a grande richiesta, tra i quali—in omaggio alla musica africana, cui Cojaniz ha dedicato il suo recente progetto in duo con Franco Feruglio (Blue Africa)—ha trovato spazio anche "Malaika," brano tradizionale portato al successo da Miriam Makeba.

Grande concerto, per la gioia di un teatro esauritissimo da giorni (almeno una sessantina le persone "lasciate fuori" dopo una lunga lista d'attesa), testimonianza della vitalità del Festival (che pure viene organizzato dal direttore artistico Flavio Massarutto con un budget ridottissimo) e della bontà dei suoi progetti originali. Che meriterebbero maggiore attenzione da parte di festival più "ricchi e famosi," ma.... questa è l'Italia, paese che crea grandi cose "dal basso," raramente però valorizzate "dall'alto."

Foto
Luca Valenta.

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